Jan Salamone
ITALIA DERUBATA!!!!!!!!!
Documentazione riepilogativa
sul complotto del Britannia
14 gennaio 1993
La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni in Italia: il saccheggio di un'economia nazionale
Documento diffuso dall'Executive Intelligence Review e dal Movimento Solidarietà
Il 2 giugno 1992, a pochi giorni dall'assassinio del giudice Giovanni Falcone, si verificava in tutta riservatezza un altro avvenimento che avrebbe avuto conseguenze molto profonde sul futuro del Paese. Il «Britannia», lo yacht della corona inglese, gettava l'ancora presso le nostre coste con a bordo alcuni nomi illustri del mondo finanziario e bancario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay's, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la stessa regina Elisabetta II d'Inghilterra. Erano venuti per ricevere alcuni esponenti di maggior conto del mondo imprenditoriale e bancario italiano: rappresentanti dell'ENI, dell'AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell'IRI, Giovanni Bazoli dell'Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.
Si trattava di discutere i preparativi per liquidare, cedere a interessi privati multinazionali, alcuni dei patrimoni industriali e bancari più prestigiosi del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: "Stiamo per passare dalle parole ai fatti". Da parte loro gli inglesi hanno assicurato che la City di Londra era pronta a svolgere un ruolo, ma le dimensioni del mercato borsistico italiano sono troppo minuscole per poter assorbire le grandi somme provenienti da queste privatizzazioni. Ergo: dovete venire a Londra, dove c'è il capitale necessario.
Fu poi affidato ai mass media, ed al nuovo governo Amato, il compito di trovare gli argomenti, parlare dell'urgente necessità di privatizzare per ridurre l'enorme deficit del bilancio. Al grande pubblico, sia il governo che i mass media hanno risparmiato la semplice verità che il "primo mobile" dietro tutto il dibattito sulle privatizzazioni è costituito dalle grandi case bancarie londinesi e newyorkesi. L'obiettivo è semplicemente quello di prendere il controllo di ogni aspetto della vita economica italiana sfruttando le numerose scuse di ingovernabilità, corruzione, partitocrazia, inefficienza, ecc.
Prima di esercitarci a calcolare quante lirette il ministero del Tesoro potrebbe ottenere dalla svendita dell'ENI, dell'IRI ecc., cerchiamo di mettere in luce i presupposti filosofici dei banchieri londinesi e dei loro associati newyorkesi della Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers e dei loro sostenitori nel Fondo Monetario Internazionale, nell'OCSE e nel mondo dei mass media. Queste grandi finanziarie di New York e Londra su cui si fonda il potere anglo-americano gestiscono il gioco della liberalizzazione dei mercati internazionali. Ne scrivono e riscrivono le regole per massimizzare di volta in volta i profitti. A Bruxelles contano su sir Leon Brittan, fratello del Samuel Brittan direttore del Financial Times. Fino al gennaio 1993 Leon Brittan è stato Commissario della CEE per la Politica di Concorrenza ed è l'autore delle regole bancarie ed assicurative che hanno favorito Londra, tanto criticate sia dalla Germania che dagli altri paesi membri della CEE. Sir Leon era un esponente del governo della Thatcher quando improvvisamente, nel gennaio del 1986, si dimise per andare a Bruxelles.
Nonostante le illusioni di grandeur, Parigi è un centro finanziario che non può tener testa alla prepotenza anglo-americana, e lo stesso discorso vale per i finanzieri di Francoforte, così come quelli del Sol Levante. Pur disponendo delle maggiori istituzioni bancarie e assicurative, il Giappone non è in grado di offrire una valida resistenza alle manipolazioni finanziarie anglo-americane.
La globalizzazione e il "Big Bang" londinese
La formula che gli anglo-americani tentano oggi di spacciare ai governi di tutto il mondo, convincerli cioè a svendere i patrimoni dello stato per ottenere qualche liquido con cui far fronte al dissesto del bilancio ed al tempo stesso "promuovere la competitività", fu collaudata dalla finanza londinese alla fine del 1979, in particolare dalla N.M. Rothschild & Co., che coordinò la svendita generale per conto del governo della "Lady di Ferro".
Così un ristretto gruppo di finanzieri ha dominato per quasi 12 anni l'economia inglese. Principalmente si tratta di esponenti della Società Mont Pelerin, come i consiglieri della Tatcher Karl Brunner, sir Alan Walters, lord Harris of High Cross ed altri ancora. La Società Mont Pelerin è stata presieduta internazionalmente fino a poco tempo fa dall'economista arciliberista Milton Friedman, ascoltatissimo dal Presidente Ronald Reagan.
Friedman è l'architetto della politica economica imposta al Cile dalla dittatura di Augusto Pinochet. Essa si riduce all'idea di tenere il governo fuori da ogni intervento e lasciare che gli interessi privati facciano il bello e cattivo tempo. Friedman fece scalpore quando propose che l'eroina e gli altri stupefacenti venissero considerati alla stregua di una "merce" normale, in modo da permettere al consumatore di "scegliere liberamente" se acquistarla o meno.
Sotto la rivoluzione "liberistica" imposta dalla Thatcher sono state messe all'asta le imprese migliori dell'Inghilterra, dalla British Petroleum alle compagnie del gas e dell'acqua, fino alla industria militare Vickers. Da quando la Thatcher è stata costretta ad andarsene vengono pian piano alla luce informazioni sempre più precise di come ad arricchirsi spudoratamente in quella "privatizzazione" furono principalmente gli amici della Lady di Ferro.
D'altro canto quel "collaudo" dimostra come non sia affatto vero che l'industria, una volta privatizzata, diventi più efficiente. Dopo 13 anni di thatcherismo, quella britannica è la più arretrata tra le grandi economie europee. Negli investimenti per la Ricerca e Sviluppo del settore macchine industriali ed automobile, l'Inghilterra è stata superata anche dall'Italia. L'essenza del "liberismo" thatcheriano è dare la priorità assoluta alla finanza, a scapito dello sviluppo industriale dell'economia nazionale.
Questa degenerazione britannica toccò il fondo nell'ottobre del 1986, quando il governo decretò la completa deregolamentazione finanziaria della City di Londra, che fu chiamata il "Big Bang". Poco meno di un anno dopo, la borsa di Londra crollò insieme a tutte le altre, travolte dalla frenetica spirale di speculazioni e truffe da essa iniziata.
In Inghilterra il “problema” delle ditte di proprietà statale, come la British Leyland o la Jaguar, non era il fatto che esse fossero di proprietà dello stato, ma piuttosto che questo stato, amministrato dal governo della Thatcher, non volle impegnarsi in una oculata politica di pianificazione degli investimenti industriali, cosa caratteristica ad esempio del MITI in Giappone, perché quel governo esprimeva gli interessi dell'alta finanza e non quelli delle capacità produttive del paese. Oggi però dovrebbe essere chiaro anche ai non addetti che la deregolamentazione finanziaria londinese ha inesorabilmente portato alla rovina economica nazionale. L'Inghilterra versa nella peggiore crisi economica dagli anni Trenta, con la disoccupazione che è tornata ai livelli del 1979, quando si insediò la Thatcher. Il deficit del bilancio lievita ad un tasso annuale del 7% del PNL.
Però, contrariamente alla situazione del 1979, oggi il governo britannico non dispone più di una propria base industriale con cui mettere in moto tutta una serie di investimenti nel settore industriale.
Ma, a prescindere dal saccheggio compiuto da sir Jimmy Goldsmith, Jacob Rothschild, lord Hanson e compagnia dietro il paravento del "liberismo ad oltranza", la privatizzazione decisa della Thatcher va collocata nel contesto della strategia anglo-americana per aprire altre regioni economiche a forme molto sofisticate di saccheggio neo-coloniale, perpetrato con la "mano invisibile" tanto cara alle teorie liberistiche. Questa "mano invisibile" anglo-americana regola i meccanismi di fusioni ed acquisizioni operate da altri governi nella misura in cui questi sono così stupidi e sprovveduti da richiedere e pagare profumatamente "consulenze finanziarie" proprio a quella cricca di finanzieri.
Alla fine degli anni Settanta, quando a Londra la Thatcher cominciò lo scontro col sindacato per ridurre i salari e cominciò a svendere le imprese statali ai suoi amici, a Wall Street gente come Donald Reagan, presidente della Merrill Lynch, e Walter Wriston, capo della Citicorp, si impegnarono a lanciare una "rivoluzione finanziaria" sulla stessa falsariga che in America fu chiamata "deregolamentazione dei mercati finanziari".
Quando Ronald Reagan diventò presidente nel 1981, e prestò ascolto a Milton Friedman, la deregulation fece innumerevoli proseliti a Washington. Nei 12 anni che seguirono, fino alla sconfitta di George Bush nel novembre del 1992, Washington voltò le spalle ad una ben dosata politica di supervisione e regolamentazione governativa di attività particolarmente importanti come quella delle compagnie aree e degli autotrasporti, per non parlare dell'economia in generale. Le leggi che erano state escogitate negli anni della Grande Depressione per proteggere la proprietà di piccoli risparmiatori e azionisti furono abrogate o ignorate negli anni Ottanta per fare spazio alla "legge del Far West" che prevede la sopravvivenza del più cattivo.
Negli anni ruggenti della deregulation la filosofia negli USA era "tutto è ammesso, dillo con i soldi". Così al crimine organizzato fu permesso di reinvestire i proventi illeciti nei regolari flussi finanziari, per poterli così usare nelle scalate speculative a Wall Street condotte da gente come Mike Milken, Ivan Boesky ed altri. Grazie al proliferare delle "obbligazioni spazzatura", o altre tecniche speculative, si potevano acquisire imprese sane i cui nuovi proprietari trascuravano la politica di sviluppo a lungo termine su cui cresceva l'impresa, cercando solo di realizzare profitti a breve termine. Fu così che la TWA Airlines finì in mano a Carl Icahn, uno speculatore della banca Drexel. In questi anni Ottanta, i principali istituti finanziari di Londra e New York, come la S.G. Warburg, la Barclays, la Midland Bank, la Citicorp, la Chase Manhattan, la Goldman Sachs, la Merrill Lynch, la Salomon Bros., lanciarono la "globalizzazione dei mercati finanziari". Il presupposto di partenza era che se tutti i paesi avessero abolito i controlli sui flussi di capitali ed altri meccanismi, la nuova finanza anglo-americana avrebbe potuto accedere a nuovi, grandi spazi economici, altamente profittevoli. I grandi nomi della finanza erano alla caccia di nuovi organismi sani su cui esercitare la propria distruttiva opera parassitaria, e così sedussero molti ambienti bancari, sia europei che giapponesi, a rinunciare alla naturale diffidenza per unirsi al gioco speculativo anglo-americano e "vincere".
Uno dei sofismi utilizzati a questo proposito era quello che descriveva il sistema finanziario del paese preso di mira come "superato", "obsoleto", "non abbastanza dinamico"; insomma, da riformare per promuovere la nuova ondata di finanza creativa. Così l'intera Europa fu accusata di soffrire di "Eurosclerosi". Tutti i trucchi sono buoni per costringere le economie nazionali a sollevare le barriere protettive e permettere alla finanza anglo-americana di dilagare su ciò che essa definiva mercati "arretrati" o "provinciali" e sfruttare la maggiore scaltrezza finanziaria per saccheggiarli.
La grande speculazione e la finanza angloamericana
Il vero e proprio inizio di questa dissennata corsa alla deregulation e alla "globalizzazione" dei mercati finanziari in stile thatcheriano, a cui assistiamo attualmente in Italia, risale alla fine degli anni '60, inizio anni '70. A partire da quel periodo, le grandi banche internazionali americane, come la Chase Manhattan e la Citicorp, iniziarono a cercare nuovi impieghi del capitale che fruttassero alti profitti, in quanto gli investimenti nell'economia interna americana non erano così profittevoli come quelli all'estero. Nel 1971, decine di miliardi di dollari avevano già abbandonato gli Stati Uniti ed erano approdati in Europa. L'astuto Sir Siegmund Warburg, presidente della omonima e celebre banca britannica (la stessa a cui il ministro del Tesoro Barucci si è recentemente rivolto per stimare il valore immobiliare dell'IMI), si recò allora a Washington per convincere il Tesoro e il Dipartimento di Stato USA a far rimanere all'estero quei capitali, in modo che Londra potesse usarli per ripristinare il ruolo di "banchiere mondiale" che la City aveva svolto fino al 1914. È ironico che il primo prestito in "Eurobbligazioni" sottoscritto da Siegmund Warburg fosse quello di 15 milioni di dollari lanciato dalla Società Autostrade dell'IRI.
La vera trovata di Warburg fu però l'uso dei dollari espatriati in Europa, i cosiddetti "Eurodollari", che si rivelarono l'innovazione finanziaria più destabilizzante degli anni settanta. Il Presidente Nixon, seguendo il consiglio di George Shultz e Paul Volcker, annunciò il 15 agosto 1971 che da quel momento in poi Washington e la Federal Reserve, la banca centrale USA, si sarebbero rifiutate di riscattare in oro i dollari posseduti dalle altre banche centrali. Washington stracciò, con atto unilaterale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 che stabilivano l'ordine monetario postbellico. Di colpo, il mondo si ritrovò ostaggio di un regime di "tassi di cambio fluttuanti" che trasformò il sistema monetario basato sul dollaro in una gigantesca arena speculativa.
Nel maggio 1973, sei mesi prima che scoppiasse la "crisi petrolifera", l'oligarchia politico-finanziaria angloamericana si riunì segretamente nella località svedese di Saltsjoebaden per discutere la fase successiva del "ricatto" esercitato per mezzo del dollaro sull'economia mondiale.
Tra gli ospiti di quel ristretto gruppo di potenti, riuniti sotto l'egida del Club Bilderberg, c'era il Presidente della FIAT Gianni Agnelli. Si discusse che bisognava persuadere l'OPEC ad aumentare il prezzo del petrolio del 400%. Dato che dal 1945 il petrolio si acquistava solo con dollari, la mossa avrebbe automaticamente quadruplicato la domanda di dollari sul mercato internazionale.
Henry Kissinger, un altro ospite della riunione segreta del Bilderberg, battezzò l'idea col nome di "riciclaggio dei petrodollari". I suoi interlocutori, come Lord Richardson della British Petroleum, Robert O. Anderson dell'americana Atlantic Ritchfield Corporation (ARCO) o lo svedese Marcus Wallenberg, non erano interessati a discutere come impedire i catastrofici effetti sull'economia mondiale derivanti da un quadruplicamento del prezzo del petrolio, ma, piuttosto, l'intera discussione in quella sperduta località della Svezia ruotò attorno all'idea di come assicurare che poche, scelte banche americane controllassero la nuova ricchezza dei "petrodollari" in mano araba. Si trattava quindi di come aumentare il potere nelle mani delle banche di Londra e New York, del cartello petrolifero e dei loro amici europei, alle spese del resto del mondo.
Negli anni '80, dopo due crisi petrolifere e l'equivalente shock della stretta creditizia pilotata da Paul Volcker alla guida della Federal Reserve (1979-1982), la deregulation finanziaria di Thatcher e Reagan creò, nel contesto di un valore "fluttuante" del dollaro e del riciclaggio di prestiti in petrodollari che rifinanziavano il deficit dei paesi del Terzo Mondo, la cornice per un nuovo riciclaggio, quello dei narco-dollari. La liberalizzazione delle transazioni finanziarie in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni è servita infatti ad aprire le porte al riciclaggio dei proventi illeciti della droga, che nel 1990 si stimava in un valore tra i 600 e i 1000 miliardi di dollari.
La Lugano connection
A questo punto occorre dedicare qualche riga alle finanziarie di Wall Street che svolgono un ruolo decisivo nella "privatizzazione" delle imprese pubbliche italiane. Sono tre le ditte impiegate all'uopo come "consulenti" del governo Amato: Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers. Lo stesso ministro dell'Industria Giuseppe Guarino, contrario a una "svendita" del patrimonio industriale raccolto nelle ex Partecipazioni Statali, sembra riporre fiducia in queste tre finanziarie, i cui dirigenti incontrò il 17 settembre scorso nel corso di un viaggio a New York.
Sono molti attualmente a ritenere la Goldman Sachs la più potente finanziaria di Wall Street, posizione conquistata almeno a partire dal 1991, quando scoppiarono gli scandali di "insider trading" che la coinvolgevano assieme alla Salomon Brothers. Il presidente della Goldman Sachs, Robert Rubin, sarà il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del Presidente Clinton. Quel posto dovrà essere un "ufficio di guerra economica" in stile britannico, per fronteggiare quelli che l'ex capo della CIA William Webster chiamò "gli alleati politici e militari dell'America che sono i suoi rivali economici". Rubin non è il primo dirigente della Goldman Sachs che ricopre una carica nel governo americano. Prima di lui l'attuale vicepresidente, Robert Hormats, fu consigliere di Henry Kissinger al Dipartimento di Stato e un altro "senior partner", John Whitehead, fu sottosegretario di Stato con Ronald Reagan. La Goldman Sachs é uno dei più influenti manipolatori del prezzo del petrolio e del valore delle monete, che determina tramite la sussidiaria J. Aron & CO., che opera sul mercato delle merci e dei "futures". La Goldman Sachs ha rafforzato la sua presenza in Italia aprendo nel 1992 un "ufficio operativo" a Milano. Più avanti vedremo il ruolo cruciale che essa ha svolto nella crisi della lira e nella partita delle privatizzazioni.
La Salomon Brothers domina, assieme alla Goldman Sachs, il commercio di greggio mondiale. La Salomon possiede anche la svizzera Phibro (Philipp Brothers), che opera nel settore delle materie prime. Nel 1989 la Phibro fu coinvolta in un caso di riciclaggio di milioni di dollari ricavati dalla vendita di cocaina negli Stati Uniti. I soldi venivano riciclati dalla banda chiamata "La Mina", che lavorava per il cartello della coca colombiano, nella Phibro Precious Metal Certificates.
Dopo gli scandali di "insider trading" e speculazione su Buoni del Tesoro USA scoppiati nel 1991, a cui abbiamo accennato sopra, ci fu un completo rinnovo dei vertici della finanziaria. Il nuovo presidente, attuale azionista di maggioranza, è Warren Buffett, originario di Omaha, Nebraska.
Buffett, oltre ad essere amico intimo di George Bush, è anche il principale azionista del Washington Post e della rete televisiva ABC. Egli possiede vasti interessi anche nell'American Express (del cui consiglio di amministrazione fa parte Henry Kissinger) e nella Wells Fargo Bank.
Lo stesso Buffett si dice sia implicato in uno scandalo di pedofili del Nebraska che facevano capo, fino alla fine degli anni '80, al finanziere repubblicano Larry King, della banca Franklin Credit Union. Buffett era il patrocinatore e il sostenitore di King. La Warren Buffett Foundation, la fondazione intestata a suo nome, finanzia cause antidemografiche, come quelle lanciate da organizzazioni americane come Negative Population Growth, Planned Parenthood, l'Associazione per la Sterilizzazione Volontaria e il Population Council.
La Merrill Lynch è famosa per il ruolo che svolse in una sensazionale operazione di riciclaggio del denaro tra l'Italia, la costa orientale degli Stati Uniti e Lugano. Si tratta della "Pizza connection", che portò al processo in cui la famiglia mafiosa newyorchese dei Bonanno fu accusata di aver riciclato circa 3,5 miliardi di dollari fino a quando fu arrestata, nel 1984. I Bonanno avevano usato, per i loro traffici, la sede centrale di New York e gli uffici di Lugano della Merrill Lynch. L'aspetto più sconcertante del processo sulla “Pizza connection” in Svizzera e a New York è che essi ignorarono completamente la complicità dei vertici della Merrill Lynch. All'epoca del processo il ministro del Tesoro americano, responsabile per le ispezioni sul riciclaggio del denaro, era l'ex presidente della Merrill Lynch Donald Reagan. Il processo si concluse con alcune multe nei confronti di funzionari minori della sede luganese della finanziaria americana, e la storia finì lì. Come è noto, la Merrill Lynch é stata incaricata dall'IRI, il 9 ottobre scorso, di preparare la privatizzazione del Credito Italiano.
Abbiamo fin qui identificato alcuni fatti poco noti che riguardano le tre finanziarie di Wall Street chiamate a svolgere un ruolo decisivo nella valutazione e nella stessa privatizzazione delle imprese pubbliche italiane. Queste finanziarie accedono a dati di grande importanza e delicatezza che riguardano alcune delle più valide imprese europee e si posizionano in assoluto vantaggio come "consiglieri per la privatizzazione". Naturalmente, tutto secondo una rigida etica professionale e senza conflitti di interesse!
Moody's e la guerra della lira
Quasi in contemporanea con la nomina del governo Amato, l'agenzia di "rating" newyorchese Moody's annunciò, con la sorpresa di molti, che avrebbe retrocesso l'Italia in serie C dal punto di vista della credibilità finanziaria. Questo, senza che le cifre del debito italiano fossero cambiate drasticamente (la tendenza al deficit era nota almeno da due anni) e senza alcun rischio di insolvenza da parte dello stato. La giustificazione di Moody's fu che il nuovo governo non dava sufficienti garanzie di voler apportare seri tagli al bilancio dello stato. Negli ambienti finanziari internazionali, Moody's è famosa perché usa come arma "politica" la sua valutazione di rischio, tale che beneficia interessi angloamericani a svantaggio di banche rivali o, come nel caso dell'Italia, di intere nazioni. Il presidente della Moody's, John Bohn, ha ricoperto un'alta carica nel ministero del Tesoro USA sotto George Bush.
La mossa di Moody's costrinse il governo Amato ad alzare i tassi d'interesse sui BOT per non perdere gli investitori. Essa segnalò anche l'inizio di una guerra finanziaria contro la lira. Secondo fonti ben informate, i più aggressivi speculatori contro la lira, nell'attacco del luglio scorso, furono la Goldman Sachs e la S.G. Warburg di Londra. Ribadiamo che la speculazione ebbe un movente principalmente politico, non finanziario, e che, purtroppo, ebbe successo. L'Italia fu costretta ad abbandonare lo SME e il governo varò un piano di tagli e annunciate privatizzazioni per ridurre il deficit.
Ciò che Amato non ha mai detto è che la svalutazione della lira nei confronti del dollaro ha dato agli avventurieri della Goldman Sachs e delle altre finanziarie di Wall Street un grande "vantaggio". Calcolato in dollari, l'acquisto delle imprese da privatizzare è diventato, per gli acquirenti americani, circa il 30% meno costoso. Lentamente, specialmente dopo l'ultimo attacco speculativo dell'inizio dell'anno, la lira si va assestando sul valore "politico" di circa 1000 lire a marco, esattamente il valore indicato dalla Goldman Sachs nel luglio scorso come “valore reale” della moneta italiana.
Come mai questa "coincidenza"? Come mai la finanziaria newyorchese ha appena aperto un ufficio operativo in un paese che secondo i suoi criteri sprofonda nella crisi? Come mai un economista come Romano Prodi, "senior adviser" della Goldman Sachs, suggerisce di privatizzare alla grande, vendendo tutte e tre le banche d'interesse nazionale (Banca Commerciale, Credito italiano, Banca di Roma), più il San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena e l'Ina (Convegno presso l'Assolombarda il 30 settembre 1992)?
Lo stesso Prodi, che nel passato è stato a capo dell'IRI, oggi sembra aver sposato completamente la causa neoliberista angloamericana, tanto da aver proposto, a metà novembre, che l'Europa applichi verso i paesi dell'est una politica simile a quella dell'accordo di libero scambio siglato tra Stati Uniti, Messico e Canada (NAFTA). Un tale trattato darebbe il via libera alle grandi imprese per trasferire le loro attività all'est, dove la forza lavoro costa meno (è quanto è avvenuto ai confini tra Stati Uniti e Messico). Ciò aggraverebbe la crisi all'ovest e condurrebbe, nel medio-lungo termine, ad un abbassamento della produttività anche all'est, dato che la manodopera sottopagata è anche meno qualificata.
Il governo italiano deve scartare una simile politica, così come deve abbandonare il circolo vizioso dei tassi d'interesse alti che, per difendere la moneta, alimentano lo stesso deficit che si dichiara di voler combattere. Tra il giugno e il settembre scorso, i tassi sono aumentati paurosamente, da circa l'11% al 20% prima che la lira abbandonasse lo SME. Tuttora la Banca d'Italia mantiene il tasso d'interesse al 13%. Tenuto conto che ogni punto di aumento degli interessi si traduce in 15.000 miliardi in più sul debito dello stato a breve termine, il governo italiano è stato messo alle corde dagli speculatori angloamericani (e dai loro complici italiani) aumentando la pressione per privatizzare a prezzi di svendita.
Andando avanti su questa strada, l'Italia commetterà un suicidio economico. La sola via d'uscita è l'adozione di una politica creditizia nazionale del tipo che ai tempi di Enrico Mattei si sarebbe considerata ovvia. Occorre ripristinare il controllo sui cambi, congelare una parte del debito con una moratoria di 10-15 anni (salvaguardando naturalmente gli interessi dei piccoli risparmiatori), parallelamente all'avvio di una aggressiva politica di investimenti, favorita da crediti agevolati, nelle infrastrutture moderne, in concerto con i partner europei. Per far ciò, occorre che lo stato si riappropri della piena sovranità monetaria, il che significa che per finanziare gli investimenti esso non debba bussare alla porta della Banca d'Italia, la quale ha finora, incostituzionalmente, battuto moneta a nome dello stato per poi rivendergliela a tassi "di mercato", cioè da usura. I motivi che hanno portato al "divorzio" tra il Tesoro e la Banca d'Italia, e cioè l'improduttivo finanziamento del debito, esistono, ma combattere il malgoverno non significa eliminare il governo. Perciò occorre porre fine al "divorzio" tra Bankitalia e Tesoro.
Una efficace repressione dell'attività di riciclaggio del denaro da parte della mafia, compreso quello investito nei BOT, accompagnata da un astuto cambio della moneta (la famosa “lira pesante”), darebbe alle istituzioni dello stato una posizione di forza e la credibilità e la fiducia popolare. L'alternativa è il caos e la guerra civile.
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28 giugno 1993
Come difendere l’industria nazionale dalla speculazione e dalle svendite indiscriminate
Ampia rappresentanza delle forze politiche italiane alla conferenza del Movimento Solidarietà e dell'Executive Intelligence Review
Il Movimento Solidarietà e la Executive Intelligence Review hanno tenuto il 28 giugno 1993 a Milano, presso la sala FAST, una conferenza sul tema dell'economia, affrontando in particolare aspetti come le moderne tecniche di speculazione finanziaria, le privatizzazioni ed i grandi programmi di sviluppo.
La caratteristica forse più singolare della conferenza è stata la partecipazione dei rappresentanti di numerose forze politiche, anche disparate o divergenti, animati dal comune interesse di approfondire la conoscenza del pensiero economico dell'economista americano Lyndon LaRouche e di misurarsi con questo.
Da qui l'opportunità di dedicare il primo numero del bollettino della nuova associazione alla pubblicazione degli atti del convegno, per mettere a disposizione di un più vasto pubblico le analisi e le documentazioni che gli specialisti dell'EIR William Engdahl e Claudio Celani hanno esposto nelle loro relazioni, come pure gran parte dei numerosi contributi con i quali parlamentari, giornalisti e altri partecipanti hanno arricchito e animato il convegno.
"La speculazione selvaggia sui mercati internazionali e la «geopolitica» britannica sono le due facce della stessa medaglia oligarchica", ha affermato nella sua breve introduzione ai lavori il giornalista dell'EIR Paolo Vitali, moderatore della conferenza. Vitali ha sottolineato che le speranze di milioni e milioni di persone, a seguito della caduta dei regimi comunisti del 1989, non sono state tradite dal fatale sprigionarsi di eventi e forze che non subivano più le strettoie della divisione del mondo in rigide sfere d'influenza, come asseriscono certe teorie sociologiche, ma sono state negate da un preciso piano di destabilizzazione "geopolitico", che è partito ancor prima del crollo del muro di Berlino, e dalla incapacità e codardia delle forze politiche ed élite europee di reagire a questa nuova e precisa minaccia.
"L'economista e politico americano Lyndon LaRouche, che sconta innocente in un carcere del Minnesota da quasi cinque anni una montatura giudiziaria orchestrata dall'amministrazione Bush" - ha continuato Vitali - "ha tracciato tempo fa il paragone tra le situazione post 1989 con il periodo che precedette la Prima Guerra mondiale. A quel tempo l'oligarchia imperiale britannica sviluppò il concetto della «geopolitica» per far fronte alla minaccia rappresentata dalla potenzialità di sviluppo economico e sociale in tutta l'Europa continentale, l'«Eurasia». Due guerre mondiali, il Trattato di Versailles e l'accordo di Yalta, furono le dirette conseguenze di questa strategia «geopolitica»".
"Con l'avvicinarsi del crollo della Cortina di Ferro nel 1989, i circoli oligarchici anglo-americani decisero che bisognava a tutti i costi impedire che la riunificazione tedesca costituisse un trampolino di lancio per una nuova politica di indipendenza, integrazione e sviluppo economico per tutto il continente, ripristinando il progetto de Gaulle di «un'Europa dall'Atlantico agli Urali». Gli attacchi alla Germania come «Quarto Reich», partiti dalle più alte sfere londinesi, e fatti propri dai nazi-comunisti serbi, l'aggressione del Panama, la guerra del Golfo, le atrocità interminabili nell'ex Jugoslavia, la destabilizzazione economica dell'Est europeo con le folli «terapie d'urto» dei liberisti, l'eliminazione fisica di chi proponeva un piano alternativo di sviluppo, come il Presidente della Deutsche Bank Alfred Herrhausen, sono tutti aspetti di questa complessa e articolata strategia di destabilizzazione".
"Questa è la stessa trama destabilizzatrice che in Italia, soprattutto con gli eventi dell'ultimo anno, mira a frantumare le fondamenta stesse del nostro essere nazione sovrana indipendente. Guerre e destabilizzazioni, politiche economiche super liberiste, una speculazione selvaggia che ha trasformato i mercati finanziari internazionali in un'unica casa da gioco d'azzardo, sono elementi solidali di una strategia oligarchica, come contiamo di dimostrare, che o è fermata e sconfitta o può farci sprofondare, in un futuro tutt'altro che lontano, in un altro catastrofico conflitto".
La piaga della "finanza derivata" e l'economia dell'illusione
Discorso di William Engdahl, esperto economico dell'EIR di Wiesbaden, autore di «A Century of War», un libro che descrive il ruolo del petrolio come un'arma fondamentale nella politica anglo-americana dei Nuovo Ordine Mondiale.
L'Italia è vittima di una destabilizzazione sistematica ad opera di forze coordinate interne ed estere. La componente solitamente meno compresa è quella estera, rappresentata da un cartello di speculatori stranieri impegnati a distruggere il paese con denaro preso a prestito.
Nel 1948 l'Italia era considerata di importanza strategica nella NATO per arginare il diffondersi del comunismo in Europa, in particolare nei Balcani e nel Mediterraneo. In questo contesto di strategia geopolitica una crescita economica del Paese era ritenuta una componente essenziale.
Un discorso differente è invece quello che riguarda l' indipendenza dell'Italia. Howard K. Smith, un "insider" americano, parlò apertamente della spartizione del bottino della seconda guerra mondiale nel 1949 affermando: "Fino al 1946 le potenze vittoriose si sono disputate gran parte del vuoto lasciato da Hitler (...) l'Italia, occupata dalle potenze occidentali, sarebbe diventata un'area in cui avrebbe predominato l' influenza britannica".
Questo predominio fu rappresentato principalmente dall'influenza che la Mediobanca avrebbe assunto sotto Enrico Cuccia. La Mediobanca fu posta sotto il controllo di fatto della Lazard Freres di Londra, una banca che è proprietà di un raggruppamento estremamente influente dell'establishment britannico, il Pearson Group PLC. Il Pearson Group controlla anche la rivista «Economist» ed il quotidiano «Financial Times», che si sono recentemente distinti nella campagna di attacchi alle istituzioni economiche e politiche italiane.
Dal 1989 però, e dalla fine del regime comunista di Mosca, l'establishment anglo-americano si è reso conto del fatto che un'Italia economicamente stabile e collegata ad un'Europa continentale che si rafforza attorno ad una Germania riunificata e pro- spera non serviva più agli scopi di un'egemonia globale atlanticista, anzi, rappresentava una minaccia.
La crisi finanziaria in cui sia l'America che l'Inghilterra versavano nel 1989 si avvicinava alle dimensioni della Grande Depressione degli anni Trenta. Per far fronte all'erosione della propria egemonia gli anglo-americani adottarono ulna dottrina tanto semplice quanto folle: cercare in ogni modo di distruggere la stabilità dell'Europa continentale per impedire che essa potesse fungere da polo antagonista all'egemonia globale anglosassone.
Questo è il contesto in cui si colloca tutto ciò che viene fatto contro l'Italia ed il resto dell'Europa.
George Soros e la finanza derivata
Il crac della borsa di Wall Street, nell'ottobre del 1987, coincise con il lancio di una strategia radicalmente nuova da parte delle grandi finanziarie, quali la Salomon Brothers, Merrill Lynch, Morgan Stanley e di grandi banche americane quali la Citicorp, Bankers' Trust, J.P. Morgan & Co. Il crollo record di 508 punti dell'Indice Dow Jones, verificatosi il 19 ottobre 1987, fu causato da un'incredibile innovazione introdotta nelle transazioni finanziarie. Le grandi finanziarie acquistavano contratti a termine, i "futures", non di ditte specifiche, ma su interi indici delle azioni borsistiche. Le finanziarie di Wall Street ricorsero ad un trucco, acquistando le "futures" ad un costo inferiore del 10% rispetto alle azioni stesse, ed influenzando così un rialzo del prezzo delle azioni sul mercato di New York. Ma poteva funzionare anche nel- la direzione opposta. Questo portò alla bolla speculativa che esplose il 19 ottobre, con l'effetto acceleratore dei sistemi computerizzati. I computer di Wall Street erano stati preprogrammati in modo da vendere automaticamente al verificarsi di una caduta dei mercati. Fu un gioco che spinse i mercati finanziari verso una paralisi irreversibile, ma a quella paralisi non ci si arrivò solo grazie al precipitoso intervento stabilizzatore da parte delle Banche Centrali. Proprio qui stava il trucco escogitato a Wall Street: avevano inventato un sistema di gioco d' azzardo in cui non si rischia di perdere! Molto meno rischioso della gestione di un casinò a Las Vegas.
Il gruppo di Wall Street cominciò allora a sperimentare quest'arma terribile sulla borsa di Tokio. Nel novembre del 1989 l'Indice Nikkei Dow toccava i record storici di 39 mila Yen. Ma all'inizio dell'estate successiva quel valore era già dimezzato. A scatenare il tracollo furono le stesse case americane: Salomon Bros. Morgan Stanley, Merrill Lynch, Bankers Trust, Goldman Sachs, con un nuovo apporto dei brokers londinesi.
Una conseguenza delle operazioni per approfittare del drastico ribasso della borsa di Tokio (le cosiddette "put options" o "short-selling") fu il ritiro pressoché completo degli investimenti giapponesi nel resto del mondo, mentre le banche del Sol Levante versavano nella crisi peggiore del dopoguerra.
Nel frattempo Washington e Londra esercitavano notevoli pressioni sulle altre capitali del Gruppo dei Sette perché favorissero la "liberalizzazione" dei mercati finanziari e la partecipazione al "gioco globale". All'Uruguay Round dei negoziati GATT per la prima volta si discusse il libero scambio dei servizi finanziari.
Parallelamente alla "globalizzazione" dei mercati finanziari mondiali si verificò senza chiasso uno sviluppo estremamente importante.
Il direttore della Central Intelligence Agency William Webster decise di istituire una nuova sezione della CIA, il Directorate V. Annunciando la decisione a Los Angeles, Webster sottolineò l' importanza della tendenza alla "globalizzazione dei mercati finanziari internazionali" come un'area d'interesse per la nuova CIA. Finita l'era della guerra fredda, Webster vedeva una nuova missione per la CIA nello spionaggio contro "gli alleati politici e militari dell'America che al tempo stesso sono nostri concorrenti economici".
Dopo cinque anni di collaudi e affinamenti condotti a Tokio ed a Wall Street le tecniche innovative di Wall Street venivano sottoposte alla prova più ambiziosa: far crollare le valute nazionali, ad onta delle più autorevoli autorità bancarie centrali, mettendo i governi con le spalle al muro. A Wall Street furono introdotti nuovi strumenti finanziari che non avevano alcun collegamento concreto con il flusso reale di scambi commerciali e di investimenti. A questi strumenti fu dato il nome di "derivatives", o finanza derivata.
A Wall Street svilupparono le operazioni nel regno dei tutto astratto dei contratti finanziari a termine, che poi furono estese anche alle valute; si stabilì così un mercato di "futures" tra vari paesi e non solo nell'ambito di una sola borsa. Si scommette sul prezzo futuro di una valuta rispetto ad un'altra, ad esempio il marco rispetto al dollaro, oppure sul valore di un titolo di stato di un paese rispetto a quello di un altro, ad esempio entro una scadenza di 90 giorni.
Si tenga ben presente però che l'oggetto della compravendita non è un Buono del Tesoro italiano e un qualsiasi altro corrispettivo straniero, ma si scommette, così come si fa alle corse, sul loro valore entro una data scadenza.
Le grandi finanziarie di Londra e di Wall Street si attrezzarono con i sistemi di Contrattazione computerizzata che collegarono con le principali piazze finanziarie internazionali realizzando così la globalizzazione finanziaria di cui parlava Webster.
I nuovi contratti furono chiamati "derivati" in quanto il loro prezzo deriva da un titolo azionario o finanziario reale, o da una merce, ma non esiste un collegamento con la sua diretta proprietà. A Chicago, ad esempio, iniziarono la contrattazione di contratti a termine dell'indice del Nikkei Dow di Tokio, e lo stesso fecero da re. A Tokio non svolgevano contrattazioni simili e non ne capivano l'importanza. Gli sforzi del ministero delle Finanze nipponico per ottenere la cooperazione di Singapore a sospendere tali scambi fallirono in blocco. Gli organi d'informazione statunitensi e britannici criticarono quell'iniziativa giapponese come "passata di moda".
La Moody's crea l'ambiente controllato
Nei giorni successivi al "no" danese nel referendum del 2 giugno 1992 sul Trattato di Maastricht gli "insider" di Wall Street prepararono il grande attacco. Nel luglio 1992 gli operatori più importanti furono messi al corrente del fatto che "entro la fine dell'anno ciascuna moneta dello SME in Europa avrebbe cominciato a fluttuare liberamente". I manager delle finanziarie decisero pertanto di sbarazzarsi dei titoli e delle valute europee. Tra i candidati più ovvi per tale svendita spiccavano l'Italia, come pure l'Inghilterra.
Ciò di per sé però non bastava. Il rischio era troppo alto e bisognava andare invece sul sicuro, perché sullo SME vegliava uno schieramento di alcune tra le più potenti banche centrali del mondo, a partire dalla Bundesbank, legate da un patto di reciproca difesa. A questo punto si ricorse ai servigi della Moody's Investor Service, una ditta che stabilisce il "rating" a Wall Street, stabilisce cioè il grado di affidabilità dei titoli.
Anni addietro l'Italia aprì le porte agli investimenti stranieri, e vi fu costretta per finanziare il deficit, dando anche agli stranieri l'opportunità di acquistare Buoni dei Tesoro. Bastava allora convincere questi investitori stranieri che il debito statale italiano valesse poco più di quello di un paese come la Bolivia, ed essi si sarebbero precipitati a liquidare quei titoli, costringendo così la Banca d'Italia ad offrire tassi di interesse sostanzialmente più alti per i nuovi Bot.
Questo è il compito che la Moody's ha assolto a partire dal giugno dello scorso anno. Iniziò annunciando di aver posto il debito italiano nella lista del "credit watch", cioè sotto osservazione per una probabile retrocessione, benché non si stesse verificando alcuna crisi di solvibilità. Poi ci fu la serie di retrocessioni del debito italiano decretate dalla Moody's seguite ogni volta da un rialzo dei tassi di interesse che il Tesoro era costretto ad offrire agli acquirenti dei suoi titoli.
Ogni aumento dell'l% del tasso d'interesse sul vasto debito pubblico italiano significa un aumento medio del deficit governativo di circa 17 mila miliardi di lire, che in pochi minuti brucia i disperati tagli effettuati sulla spesa pubblica. Le nuove emissioni a tassi maggiorati erano interpretati dalla Moody's come un nuovo segnale di "inaffidabilità", e giù un altro votaccio sulla pagella dell'Italia. Si tratta evidentemente di un circolo vizioso deliberatamene messo in moto dalla Moody's che culminò nel settembre scorso!
Ma cos'è questa Moody's, questo ente privato che ha finito col decidere il destino di nazioni e governi sovrani? Chi gli conferisce tanta autorità? Perché ad esempio non ha dato pollice verso anche agli Stati Uniti, visto che il debito pubblico di quel paese ha superato i 4 mila miliardi di dollari?
Nel mondo finanziario la Moody's è famosa come "la più politica" agenzia di "rating". È presieduta da John Bohn, che nell'amministrazione di Bush era un funzionario ad alto livello del Tesoro. Mentre votava una retrocessione dopo l'altra dell'Italia l'estate scorsa la Moody's dava un rapporto molto positivo sulle grandi banche, come la Citicorp, che avevano esteso prestiti all'impero immobiliare canadese Olimpia & York di Paul Reichmann finito in una bancarotta clamorosa. I Reichmann erano legati politicamente ad Henry Kissinger, a lord Carrington ed all'oggi famoso George Soros. La Moody's e premurosa con gli amici.
La cosa è persino più palese. Proprietaria della Moody's è la Dun & Bradstreet Inc. che è anche proprietaria del Wall Street Journal. Nel consiglio d'amministrazione della Dun & Bradstreet figurano i principali direttori delle più importanti finanziarie di Wall Street che hanno condotto la speculazione contro la lira, e che sono anche quelle che al tempo stesso "prestavano consulenze" al governo italiano su come condurre il delicato processo di privatizzazione delle imprese di stato. II conflitto d'interessi è ovvio.
Nel consiglio d'amministrazione della M.J. Evans, strettamente legata alla Moody's, figura un personaggio che al tempo stesso è nel consiglio di amministrazione della Morgan Stanley ed un altro ancora, R.A. Hansen, figura nella direzione della ,J.P. Morgan e della Merrill Lynch! Un altro ancora è Charles Raikes, che è stato consigliere della Federal Reserve dal 1958.
George Leung, amministratore delegato della Moody's Investors Service, dichiarava su Financial World del 18 febbraio: "La gente è sempre più disillusa nei confronti del governi, sempre più preoccupata degli imbrogli e problemi che vede nei governi e finisce col cercare qualcuno che possa indipendentemente far luce su tanta confusione. Questo è il nostro ruolo". Questa dichiarazione d'intenti è anteriore alla campagna della Moody's contro l'Italia. Chi ha affidato alla Moody's il potere di decidere sulle nazioni? Nessuno. Moody's ha colmato il vuoto creatosi con la paralisi dei governi, costringendo ad accettare i propri diktat con la minaccia di voti sfavorevoli sul debito. La Moody's però ha solo preparato il terreno. L'attacco alla lira è stato sferrato dalla speculazione della finanza derivata, diretta a colpire il "fianco debole" dello SME.
George Soros ed i suoi amici
Con l'avvicinarsi in Francia della scadenza referendaria su Maastricht del 19 settembre,un raggruppamento di banche e speculatori di Wall Street, diretto da George Soros, uno strano personaggio di origine ungherese, lanciò una formidabile ondata speculativa per costringere la lira a svalutare ed uscire di conseguenza dallo SME.
Ecco come funzionò.
La finanza derivata, teniamolo presente, consiste in scambi in cui non si cedono o acquistano azioni o titoli reali, ma che rappresentano solo un accordo tra le due parti a compiere pagamenti ad una futura scadenza in rapporto al rendimento di una merce o una valuta. L'esempio tipico è dato da una banca che compie un'operazione commerciale "derivata" mettendo a disposizione soltanto il 10% dei valore nominale del contratto, cioè il deposito di garanzia. Grazie ai collegamenti personali con banche come la Citicorp di New York, George Soros è stato capace di far crollare la lira e la sterlina, come pure la corona svedese, il tutto soltanto con denaro preso a prestito, senza versare più del 5% per il margine di garanzia collaterale!
In sostanza Soros ha dato come garanzia soltanto 50 milioni di dollari di titoli per ottenere una linea di credito, dalla Citicorp ed altre banche, di un miliardo di dollari. Un prestito a tempi brevissimi, per scommettere sulla svalutazione forzata della lira nei giorni in cui in Francia si teneva il referendum! Il rapporto speculativo del suo denaro è stato di 20:1. Dal canto loro la Bundesbank, la Banca d'Italia e le altre banche per difendere la propria valuta hanno invece dovuto sborsare il prezzo completo degli acquisti. Si stima che la Bundesbank abbia speso a settembre 60 miliardi di dollari nelle varie operazioni di difesa delle monete dello SME. Utilizzando i "derivatives", Soros e Wall Street hanno potuto spuntarla sulla Bundesbank con soli 3 milioni di dollari (20:1) !
In una tipica operazione di swap con i "derivatives" condotta da Soros lo scorso autunno si sono acquistate lire con i dollari, le lire sono poi state convertite in marchi tedeschi al tasso fisso di cambio dello SME. Poi è stata la volta della Moody's a declassare l'Italia, mentre gli organi di informazione internazionali si davano da fare a descrivere la gravità della crisi economica e politica del paese. Le corporation hanno avuto paura ed hanno cominciato a vendere lire. La valuta italiana è così passata da 765 lire contro il marco all'inizio di settembre alle 980 lire solo quattro settimane più tardi.
A quel punto Soros poteva acquistare lire fortemente scontate (il 28% in meno) e ripagare il suo debito iniziale, prima che scadesse la data del suo contratto, per il quale aveva inizialmente versato solo il 5%. II profitto che ne ha ricavato si calcola sul 560%, cioè circa 280 milioni di dollari. Ma nessuna autorità di vigilanza sarebbe potuta intervenire perché l'operazione è stata condotta "fuori registro", o come si suoi dire "Over-the-Counter", direttamente tra le due parti interessate senza altre formalità.
Naturalmente, se la lira si fosse rivalutata del 5% l'impero di Soros sarebbe stato spazzato via all'istante. Soros però non è soltanto un giocatore d'azzardo "fortunato".
Intendo infatti spiegare che Soros è riuscito a condurre le sue recenti operazioni speculative in grande stile perché ha accesso alle informazioni più riservate dei centri di potere. Nel caso della crisi dello SME, come poteva sapere Soros quale delle 12 valute sarebbe stata colpita in quale giorno preciso?
Ex funzionari della Federal Reserve USA spiegano privatamente che Soros ha ricevuto informazioni riservate da parte di un amico che nella Federal Resene di New York lavora nel settore delle valute internazionali. La Fed di New York dispone, minuto per minuto, delle informazioni sull'andamento delle monete direttamente dalle banche centrali europee. Se Soros può disporre di tali informazioni il suo gioco è garantito.
Ma chi c'è dietro questo personaggio misterioso? Soros opera attraverso la Quantum Fund NV, una compagnia off-shore registrata nelle Antille Olandesi.
Opera insieme ad un raggruppamento internazionale che potrebbe essere chiamato il gruppo dei Rothschild. Nel consiglio di amministrazione della Quantum Fund figura Nils Taube, socio d'affari di lord Rothschild, e sir James Goldsmith, imparentato ai Rothschild. Altro membro del Quantum è Richard Katz che a Milano dirige la Rothschild Italia, S.p.A. Altri esponenti del Quantum sono Isidore Albertini della ditta di brocheraggio milanese Albertini & Co.; Alberto Foglia, capo della Banca del Ceresio di Lugano; e Edgar Picciotto, un socio di affari di Carlo de Benedetti. Picciotto dirige inoltre la CBITDB Union Bancaire Privée di Ginevra.
Si dice poi che al Quantum partecipino segretamente anche Marc Rich, uno svizzero latitante che operava nel settore dei metalli preziosi e del petrolio, ed il mercante di armi israeliano Shaul Eisenberg. Soros inoltre è colui che ha introdotto in Polonia ed in Russia il professore di Harward Jeffrey Sachs, il guru della terapia d'urto che causa il caos economico incontrollabile e profitti astronomici per gruppi ristretti di potere. Degno di nota è il fatto che Marc Rich ed Eisenberg sono stati tra gli investitori più attivi nell'Europa orientale e nel CSI a partire dal 1990.
Torniamo alla "Dottrina Webster" della CIA, promulgata nel 1989. All'epoca di Bush Washington era impegnata a sabotare l'unità economica europea. L'estate scorsa il governo USA fece strane dichiarazioni che ebbero l'effetto di scuotere le parità delle monete europee in rapporto al dollaro, come fase preliminare della crisi di settembre. Responsabile di quella operazione fu l'allora viceministro del Tesoro David Mulford, che oggi presiede la Credit Suisse First Boston di Wall Street. Prima di andare a Washington nel 1982 Mulford era uno dei direttori della Merrill Lynch, quando allora era presieduta da Donald Reagan, che andò anche lui a Washington come ministro del Tesoro sotto il Presidente Reagan.
Degno di nota è che una delle primissime nomine fatte dal Presidente Clinton riguarda Robert Rubin, presidente della Goldman Sachs, finanziaria più prestigiosa di Wall Street. Oggi Rubin è il Direttore dei nuovo Consiglio di Sicurezza Economica Nazionale della Casa Bianca. Esperti osservatori di Washington ritengono che il nuovo consiglio sia stato creato per coordinare l'applicazione della Dottrina Webster direttamente dalla Casa Bianca.
Le alte sfere della CIA, magari attraverso ex funzionari, hanno fatto opera di reclutamento nei consigli di amministrazione delle grandi finanziarie di Wall Street. Ai dirigenti delle finanziarie che accettano, la CIA impartisce un particolare addestramento ed essi tornano poi al loro mondo di Wall Street. Conosco personalmente un banchiere svedese che è stato invitato a Washington il novembre scorso ad un seminario dove l'ex capo della CIA William Colby teneva un discorso sul tema della nuova missione di spionaggio economico dei servizi segreti USA. Colby è personalmente impegnato a reclutare i dirigenti delle grandi finanziarie spiegando loro che adesso i mercati finanziari globali sono considerati un "area di interesse della sicurezza nazionale USA". Il seminario era sponsorizzato dalla Merrill Lynch e dalla Borsa di New York.
L'esplosione della finanza derivata
"Senza la crescita enorme delle operazioni speculative della finanza derivata la crisi dello SME non si sarebbe mai verificata", ha affermato recentemente un esperto banchiere europeo. Mentre nel 1987 le banche centrali furono in grado di difendere la stabilità dello SME a costi minimi, nel 1992 esse sono state ridotte all'impotenza dai meccanismi della finanza derivata.
Invece di svolgere una regolare attività di compravendita nei mercati a termine regolari, come quello di Chicago, dove le banche sono costrette a versare un deposito di garanzia ed a rendere nota quotidianamente la propria esposizione creditizia, i grandi di Wall Street eludono la sorveglianza del governo trattando direttamente, "Over the Counter", tra banca e banca o tra banca e finanziarie straniere. La transazione non figura nel bilancio della banca cosicché gli investitori non possono sapere quanto è il rischio che l'istituto in questione corre di fronte ad un crollo del già enorme mercato dei "derivatives".
La classifica dei grandi speculatori in "derivatives" era guidata lo scorso anno dalla Citicorp, che vantava operazioni per circa 1400 miliardi di dollari. Seconda era la Chemical Bank con 1300 miliardi di dollari, terze a pari merito la J.P. Morgan e la Bankers Trust, con mille miliardi di dollari ciascuna. Sono contratti che riguardano azioni, petrolio, obbligazioni come pure gli swap internazionali di valuta e gli swap dei tassi d'interesse. Per quanto riguarda queste ultime due voci, i contratti "derivati" oltre confine hanno già raggiunto l'astronomico ammontare di 4 mila miliardi di dollari.
La graduatoria dell'esposizione su questo mercato dei contratti "derivati" continua con la Merrill Lynch, per 720 miliardi di dollari, la Salomon Bros., con 730 miliardi di dollari e la Morgan Stanley con 300 miliardi di dollari. Queste attività hanno aperto tutto un vasto settore di informatica bancaria sofisticatissima, che impiega i supercomputer CRAY per processare i dati in parallelo, necessari per gestire la contrattazione automatica senza frontiere che avviene grazie a programmi capaci di far fronte ai complessi problemi di calcolo del rischio a variabile multipla. Ma, a parte questi aspetti pittoreschi, a fare profitti con la speculazione "derivata" so- no solo gli "insider traders" di New York. Il gioco d'azzardo è truccato, con la complicità di Washington. Cercare di capire gli aspetti "tecnici" della manovra con la quale Soros è riuscito ad intascare un miliardo di dollari di profitti speculando sulla sterlina a settembre è fatica sprecata. Certo è però che giornali finanziari quali il Wall Stret Journal ed il Financial Times fanno il possibile per destare l'impressione opposta.
Il che fare
Governi e banche centrali dell' Europa continentale hanno sin ora respinto le nuove tecniche speculative della finanza derivata. Alcuni banchieri svizzeri e tedeschi sono convinti che l'offensiva condotta dagli anglo-americani con la finanza derivata sia “più pericolosa di una guerra nucleare con la Russia”. Il 24 novembre, poco dopo la crisi dello SME, il direttore generale della Banca per i Regolamenti Internazionali di Basilea Alexander Lamfalussy ha dichiarato ad un gruppo di banchieri a Londra: "Volete sapere perché molti colleghi delle banche centrali nutrono le mie stesse preoccupazioni che queste attività possano rappresenta- re problemi di natura sistemica nel sistema finanziario internazionale?" Lamfalussy teme il ripetersi del fenomeno verificatosi col crac borsistico del 1987: "l'attività sui mercati derivati potrebbe avere notevoli ripercussioni nei sotto- stanti mercati a pronti, al punto da accentuare proprio quella instabilità dei prezzi contro la quale si pensava di dare un'assicurazione con alcuni strumenti derivati".
Lamfalussy ha inoltre spiegato che la grande esposizione negli strumenti fuori bi- lancio da parte delle banche "ha reso più opaca la natura e la distribuzione del rischio nelle operazioni sul mercato finanziario". Ha infine prospettato lo scenario peggiore: "Qualora si verificasse un problema in un istituto le altre ditte reagirebbero immediatamente e drasticamente. Potrebbero ritirare improvvisamente ed indiscriminatamente linee di credito, e persino disimpegnarsi da operazioni in corso. Il tutto aumenterebbe la possibilità del verificarsi improvviso di un blocco globale di liquidità".
Anche un personaggio di spicco a Wall Street come Henry Kaufman, che è stato il primo economista della Salomon Brothers, si è detto preoccupato perché la speculazione "derivata" fa intravedere "una prossima catastrofe colossale perle banche americane". Altri così bollano queste novità nel sistema finanziario: "ventiseienni con il computer stanno costruendo la bomba all'idrogeno finanziaria." Tuttavia non fanno nulla per controllare la situazione. La primavera scorsa Lamberto Dini condusse uno studio per il Fondo Monetario Internazionale, ma il suo rapporto è stato praticamente censurato, la stampa non ha ottenuto delle copie. Ad una mia domanda nel corso di una conferenza a febbraio, Lamberto Dini ha risposto: "Le banche americane e londinesi svolgono il grosso delle attività in questo processo. Dobbiamo determinare innanzitutto cosa stia effettivamente accadendo.
Alcuni segni di resistenza
Più recentemente il Presidente della Commissione Finanza e Banche del Congresso USA, l'on. Henry Gonzalez, ha richiesto alla Federal Reserve ed alla Commissione "Securities & Exchange" del governo di condurre un'indagine approfondita sulle attività all'estero del Quantum Fund di George Soros. Gonzalez ha chiesto di sapere come Soros possa fare profitti astronomici come quelli di settembre, quanto del suo capitale provenga dalle banche americane, in che misure le banche USA siano coinvolte nelle speculazioni di quel fondo, ed il ruolo specifico degli strumenti finanziari derivati nelle grandi manovre speculative di Soros. Questa è solo la superficie dei fatti.
Dietro le quinte infuria uno scontro tra le autorità bancarie europee e quelle americane. Le autorità d'oltre oceano sono radicali, ritengono che le banche statunitensi abbiano il diritto di non imporre alcuna restrizione alla finanza derivata. Ritengono infatti che questo sia il modo migliore di allentare la pressione sulle grandi banche USA, che disporrebbero in questo modo di maggiori capitali. Praticamente permettono che venga assicurato solo il margine netto di rischio, e non tutto il contratto. Le autorità di vigilanza europee non permettono una cosa del genere. Ritengono che sia dovere della banca assumersi al completo il rischio di un'insolvenza su tutto il valore nominale di un contratto.
Lo scorso ottobre il Congresso degli USA approvò la Futures Trading Practives Act of 1992, una legge che prevede che gli swap Over the Counter, cioè i contratti a pronti e termine di valuta o sui tassi di interesse che avvengono tra le due parti senza essere registrati, non rientrino più nella categoria dei "futures", dei contratti a termine, dando vita in tal modo ad una proliferazione cancerosa di carta finanziaria fuori dal controllo di qualsiasi autorità.
L'economista americano Lyndon LaRouche ha recentemente lanciato la proposta di imporre una tassa globale e ben coordinata su queste attività speculative, perché tassarle sarebbe il modo migliore di renderle meno attraenti per gli speculatori e quindi sgonfiare la pericolosa bolla. LaRouche ha proposto una tassa dello 0,1 % sul valore nominale, non sul valore "netto", di ciascuna transazione derivativa. "Questa è la bolla di John Law (nella Francia del 18mo secolo) all'ennesima potenza. La vulnerabilità di tutto il sistema finanziario, il caos e la distruzione delle strutture di produzione fisica sono potenzialmente incalcolabili, pertanto occorre mettere sotto controllo il fenomeno". La settimana scorsa intanto George Soros ha fatto sapere che tornerà alla carica. Questa volta è deciso a spezzare uno degli elementi portanti della coesione europea: il suo nuovo obiettivo è quello di spezzare il legame che unisce il marco tedesco al franco francese.
I protagonisti della destabilizzazione italiana
Discorso di Claudio Celani, italian desk dell'EIR di Wiesbaden.
All'inizio dei gennaio scorso, l'EIR pubblicò un documento intitolato "La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni italiane: il saccheggio di un'economia nazionale". In quello studio, inviato ad alcuni organi di stampa, alle forze politiche ed alle istituzioni, si delineava un quadro preoccupante di attacco all'economia italiana nel contesto della cosiddetta "globalizzazione dei mercati", cioè la realizzazione di un unico sistema economico mondiale in cui non vi sarebbe stato più alcun controllo sui movimenti e sulla creazione di capitali.
In quel documento si riferiva un episodio passato inosservato, e che invece rivestiva una grandissima importanza. II 2 giugno 1992, a pochi giorni dalla morte del giudice Falcone, si svolgeva una riunione semisegreta tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, ed i manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le privatizzazioni. La cosa più grave è che questa riunione si svolse sul panfilo Britannia, di proprietà della regina Elisabetta II, la quale fu presente ai colloqui. Il Britannia, dopo aver imbarcato gli ospiti italiani a Civitavecchia, prese il largo ed uscì dalle acque territoriali. Avvenne dunque che i potenziali venditori delle aziende da privatizzare (governo e manager pubblici) discussero di ciò con i potenziali acquirenti, i banchieri londinesi, a casa di questi ultimi. Non sappiamo che cosa si siano detti questi signori, sappiamo solo che il direttore del Tesoro Mario Draghi provò tale imbarazzo che chiese di poter leggere il suo discorso quando il panfilo era ancora in porto, per poter scendere subito ed evitare di rimanerci quando questo prese il largo.
Sappiamo dell'imbarazzo di Draghi perché un settimanale, L'Italia, riprese l'articolo dell'EIR, citando la fonte, ed un parlamentare missino, Antonio Parlato, che lo lesse, presentò un'interrogazione parlamentare, anzi, poté rivolgere una domanda allo stesso Draghi, che quel giorno riferiva su altre questioni in Commissione Bilancio. In seguito, la notizia fu ripresa da numerosi organi di stampa, anche grazie al fatto che l'ex segretario del PSI Bettino Craxi aveva diffuso il documento dell'EIR alla Camera. Ci furono quindi numerose interrogazioni parlamentari (a Parlato, che ne fece mi sembra tre, si aggiunsero l'on. Tiscar, qui presente, e gli on. Pillitteri e Bottini) e altre sollecitazioni ufficiali (la senatrice Edda Fagni citò questo fatto nel discorso al Senato il giorno del voto di fiducia al governo Ciampi), ma né il governo di allora, guidato da Giuliano Amato, né quello attuale si sono sentiti in obbligo di fornire un chiarimento all'opinione pubblica ed al Parlamento.
Insisto su questo fatto perché mi sembra emblematico del modo in cui vengono prese le decisioni che determinano il futuro del nostro paese, cioè di milioni di cittadini che lavorano e pagano le tasse, ed hanno bisogno di avere fiducia in coloro che li rappresentano, che devono compiere scelte riguardanti il loro futuro, il loro posto di lavoro, i loro risparmi, i loro figli ecc.
Ebbene, il fatto del Britannia mostra che scelte decisive, come quelle delle privatizzazioni, vengono fatte al di fuori del Parlamento e addirittura in sedi così lesive dell'onore e della dignità nazionale come il panfilo della regina Elisabetta d'Inghilterra!
Su quel panfilo, siamo venuti a sapere, c'era anche l'attuale ministro degli Esteri Beniamino Andreatta, un personaggio che, benché non diriga personalmente un dicastero economico, entrò nel governo Amato proprio per accelerare il processo di privatizzazioni e tuttora, ne siamo certi, quando partecipa alle riunioni di gabinetto certamente dirà la sua in materia economica, anche per- ché di politica estera sembra capire ben poco. Ebbene, Andreatta dovrebbe come minimo chiari- re dinanzi al Parlamento che cosa disse e che cosa fece quel giorno sul Britannia e, nel caso emergano elementi compromettenti, dare le di- missioni. Noi siamo sicuri che Andreatta abbia qualcosa da raccontare, anche perché, analizzando il suo comportamento da ministro degli Esteri, si riscontrano evidenti coincidenze.
Guarda caso, infatti, l'ospite illustre della regina Elisabetta è anche quello che non appena messo piede alla Farnesina accoglie entusiasticamente la proposta britannica di mandare gli eserciti in Bosnia, a farsi massacrare dalle artiglierie serbe.
Andreatta, infatti, noncurante delle dichiarazioni dei nostri capi militari sul fatto che sarà una carneficina (non abbiamo nemmeno le corazze adatte sui nostri carri) afferma con disinvoltura che se è necessario si rivedrà il bilancio, quello stesso bilancio che fino ad un momento prima era una vacca sacra, intoccabile.
martedì 11 ottobre 2011
lunedì 10 ottobre 2011
I COMPLICI!!!!!!
La complicità tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti
La complicità tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti inizia nel luglio 1982,
quando Prodi viene nominato presidente dell'IRI, il più grande ente economico dello Stato, in casa del suo storico compare Carlo De Benedetti (proprietario del gruppo Repubblica ed Espresso e di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia), nel caso di Repubblica addirittura De Benedetti ne è l'unico editorialista, quindi gli articoli se li scrive persino lui stesso (pensa un pò che obiettività)!
L'attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico compito:
Svendere (o regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi truccati.
De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente tali società al loro reale valore di mercato (di solito 20 volte il loro prezzo d'acquisto) a gruppi stranieri (o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a prezzi folli), realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.
Prodi, per 7 anni guidò l’ IRI dello Stato, concedendo tra l'altro incarichi miliardari alla sua società di consulenza "Nomisma", con un evidente conflitto di interessi.
Al termine di questi 7 anni il patrimonio dell’ IRI risultò dimezzato per la cessione di importanti gruppi quali Alfa Romeo e FIAT, dalla quale prese grosse somme di denaro in tangenti per la Nomisma, passando da 3.959 a 2.102 miliardi.
La Ford aveva offerto 2.000 miliardi in contanti per l'Alfa Romeo, ma Prodi la regalò alla FIAT per soli 1000 miliardi a rate. Egli nel frattempo lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.
Le privatizzazioni dell'IRI fatte da Romano Prodi sono state delle vere e proprie svendite del patrimonio economico italiano a gruppi privati della Sinistra (De Benedetti, Coop Rosse) complici del professore, anche se "svendere" un ente pubblico a un decimo del suo valore quando ci sono altri gruppi privati che offrono il doppio, più che una "svendita" è un regalo, o per essere ancora più precisi è una serie incredibile di furti colossali a danno dello Stato e degli italiani perpetrata impunemente per anni.
Giocando sulle parole e sull’interpretazione dello statuto dell’Ente, Romano Prodi vantò utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985).
La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, portò alla luce l'enorme falso in bilancio di Prodi: «Il complessivo risultato di gestione dell’Istituto IRI per il 1985, cui concorrono... sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984».
La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203 miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.
Romano Prodi, davanti alle folle dei suoi fans tutt’oggi si vanta tantissimo che durante i suoi 7 anni alla presidenza dell' IRI riuscì a far guadagnare utili stratosferici.
La verità, come chiarito dalla Corte dei Conti, è che invece di utili stratosferici realizzo perdite stratosferiche, regalando il patrimonio dello Stato e degli Italiani ai suoi amici della Sinistra.
Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano S.P.A. di diritto privato e quindi i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali. Mani Pulite cambierà anche questo, per cui le società controllate da enti pubblici sarebbero state considerate tutte operanti nell'interesse pubblico, con le relative conseguenze per gli amministratori.
La conferma di tutto questo si trova nell’indebitamento dell’Istituto, salito dal 1982 al 1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a 45.672 (+30 per cento). Perdite stratosferiche appunto.
Lo stesso D’Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Romano Prodi, da lui scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando lasciò l’IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi».
Fu facile confutare queste affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.
La vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a costo zero. La conferma ci viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino, nel quale rileva che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di nascita dell’IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500!
Nel 1986, Romano Prodi, con un contrattino di appena 4 paginette (anzichè centinaia come normalmente si fa) a trattativa privata, svendette il più grande gruppo alimentare dello Stato, la SME, alla Buitoni del suo amicone Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi. La SME, già nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, ma il suo valore globale era di 3.100 miliardi.
A Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte d'appello e in Cassazione da ben 15 magistrati, all'unanimità.
Il magistrato Saverio Borrelli del pool Mani Pulite di Milano, 6 anni dopo, incriminerà invece penalmente Silvio Berlusconi, per aver impedito (insieme a Ferrero e Barilla con una pubblica offerta d'acquisto enormemente superiore rispetto a quella di De Benedetti) l'ennesima svendita di Romano Prodi: la SME (un regalo di 3100 miliardi dello Stato) a Carlo De Benedetti, nonostante a questi due compari fosse stato dato torto in tutti e 3 i gradi di giudizio dal Tribunale di Roma e dal TAR del Lazio e nonostante Berlusconi e gli altri imprenditori non ci avessero guadagnato alla fine nulla.
Come presidente dell'IRI, svendette anche la Italgel alla Unilever, essendo contemporaneamente consulente di quest'ultima, nonostante quindi un conflitto di interessi evidente.
Se l'IRI era, come in realtà era, un covo di corruzione senza limiti sarebbe stata giusto arrestare e processare Prodi, che la presiedette per 7 anni e non solo chi (Nobile) lo fece per soli 17 mesi.
Durante Tangentopoli, Di Pietro stava per arrestare Prodi, ma lui se ne andò dritto a piangere (nel vero senso della parola) da Mancuso e dal presidente della Repubblica Scalfaro, il quale, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, riuscì a non farlo incriminare. Tutto in un giorno.
Durante il suo Governo nel 1996 regalò 5.000 miliardi alla Fiat per fare una rottamazione.
Durante i fallimenti Parmalat e Cirio, Prodi difese i banchieri che truffarono i risparmiatori e loro ricambiarono il favore con i loro giornali schierati.
I PM dovrebbero usare lo stesso metro, lo stesso zelo sia con Fiorani che con Consorte; o, almeno, sullo stesso Fiorani credergli sempre o mai. Anche quando dice, e Boni conferma, d'aver dato 750 mila euro Palenzona (Margherita), che sono 15 volte di più di quanto dato (e rifiutato) dal leghista Giorgetti. Anche se il Corriere su Giorgetti ha fatto un titolo 15 volte più vistoso di quello per Palenzona.
L'affare Infostrada
Nel 1997, il Governo Prodi svende Infostrada (dello Stato) a De Benedetti per 700 miliardi di lire, da pagarsi a rate in 14 anni. De Benedetti la rivende immediatamente (dopo aver pagato solo la prima rata) alla tedesca Mannesman a 14.000 miliardi (20 volte il prezzo d'acquisto !).
Non basta, lo Stato italiano nel 2001, quando ancora c'era il governo di centrosinistra, RIACQUISTA Infostrada dalla tedesca Mannesman a 21.300 miliardi di lire. Con la "privatizzazione" di Infostada fatta da Prodi quindi lo Stato ha sborsato 21.300 miliardi di lire, le quali sono finiti 14.000 nelle tasche di De Benedetti e 14.000 nelle casse della Mannesman, in Germania.
De Benedetti e Mannesman avevano un losco accordo: De Benedetti si fa regalare Infostrada da Prodi, la Mannesman se la compra al suo reale valore di mercato e poi se la rivende al doppio (realizzando 14.000 miliardi) allo Stato, complice un governo di Sinistra.
Il manager di Infostrada, Lorenzo Necci, provò ad opporsi a questo immane ladrocinio ai danni dello Stato, ma fu subito incriminato, incarcerato, sputtanato dai giornali della Sinistra (di cui gran parte di proprietà di De Benedetti e persino scritti da lui !) e poi, ovviamente, assolto. Questo è quello che di solito succede a chi mette i bastoni tra le ruote di De Benedetti.
L'affare Telecom Italia
Nel 1997, sempre Prodi, al governo, svende le azioni Telecom Italia al solito prezzo irrisorio (tanto che subito dopo il loro valore di mercato aumenta di 6 volte) incassando 22.800 miliardi di lire (la Telecom ne valeva enormemente di più).
Con questo stesso denaro, poi, il governo di centro-sinistra riacquisterà Infostrada con la scusa che le infrastrutture delle telcomunicazioni devono appartenere allo Stato. Praticamente lo Stato ha dato via un gigante come Telecom, allo stesso prezzo, di un'azienda nana come Infostrada. Bello scambio!
Il presidente di Telecom era (ed è attualmente) Guido Rossi, l'avvocato di De Benedetti (un pò il suo Previti).
Nel frattempo al governo arriva D'Alema, siamo nel 1999, e Roberto Colaninno, attraverso l'Olivetti di De Benedetti, dà la scalata a Telecom.
Ancora una volta ci furono losche irregolarità per tenere il prezzo basso, ma la Consob (l'autorità che deve sorvegliare questi reati) era presieduta da Spaventa, amico di De Benedetti, per cui chiuse entrambi gli occhi sull'affare.
Colaninno, tramite una serie di società fantasma con sede alle isole Cayman (noto paradiso fiscale) arriva a controllare Telecom con appena lo 0,3% delle azioni. Il Financial Times definì la scalata "una rapina in pieno giorno".
Dalla Telecom fu svenduta la Seat-Pagine Gialle (che ne faceva parte) a una società chiamata "Otto" (del figlio di Armando Cossutta, quello dei Comunisti Italiani, che si vanta sempre di campare come un italiano medio) per 1955 miliardi e rivenduta, insieme a Colaninno, a 16.000 miliardi (8 volte tanto, a quanto pare si divertono a sfotterci: ecco perchè l'avevano chiamata Otto!).
Le società che avrebbero dovuto pagarci le tasse spariscono nei soliti paradisi fiscali alle Cayman.
Nel 2000, come di solito succede nelle migliori rapine quando i complici fanno a botte, Colaninno e De Benedetti litigano per il malloppo, e Colaninno viene massacrato da Repubblica, Espresso e gli altri 30 giornali di De Benedetti.
Nel 2001, De Benedetti si allea a Marco Tronchetti Provera, il quale strappa il controllo di Telecom a Colaninno, acquistando la quota di controllo in Olivetti.
Ma quando Tronchetti Provera arriva in sella alla Telecom si accorge di essere stato fregato: dalle casse mancano 25.000 miliardi.
Telecom Italia è ormai una società con debiti fino al collo, ormai è stata munta e ri-munta fino all'osso e gli stessi miliardi che comparivano nel bilancio sono in realtà aria fritta: l'unica possibilità si salvarsi è rivendere tutta la baracca allo Stato.
Ad aprile 2006, sale al governo Romano Prodi, il quale fa il solito accordo sottobanco con Tronchetti Provera (e il socio De Benedetti) per il RIACQUISTO della Telecom (come successe per Infostrada), ma stavolta qualcosa non va per il verso giusto.
I due squali alleati, De Benedetti e Tronchetti Provera, iniziano a litigare per chi deve avere la fetta più grossa, per cui, come al solito, Espresso e Repubblica cominciano a infangare Tronchetti Provera per mesi.
Prodi, ovviamente deve scegliere da che parte stare e sceglie il più rassicurante De Benedetti (non vuole fare la fine di tutti quelli che si mettono contro Repubblica ed Espresso!).
A quel punto Tronchetti Provera pubblica il progetto segreto di Prodi sul riacquisto della Telecom e scoppia lo scandalo che indigna i giornali di mezzo mondo, anche se ben presto messo a tacere in Italia dai giornali di De Benedetti che fanno scoppiare lo scandalo delle intercettazioni telefoniche contro Tronchetti Provera.
Prodi a quel punto si salva agli occhi dell'opinione pubblica con la solita storiella del "non ne sapevo nulla", la colpa è tutta del mio collaboratore Rovati (amico di Prodi da una vita, abitano persino nello stesso palazzo), cui seguono prontamente le dimissioni.
La stampa estera arriva a dire: ma che razza di paese è l'Italia? dopo una cosa del genere non solo Prodi non si dimette, ma non si apre neppure un'inchiesta giudiziaria?
Rovati, calmate le acque, ha già ripreso il posto accanto a Prodi.
L'affare Alitalia
A gennaio 2007, il Governo Prodi inizia la vendita di Alitalia.
Tra i concorrenti c'è una cordata formata da De Benedetti (poteva mancare?) e la banca Goldman Sachs, protagonista cruciale di quasi tutte le privatizzazioni italiane. Prodi ha lavorato per anni per la Goldman Sachs, la quale lo ha sempre ricoperto d'oro per le sue preziosissime "consulenze" (e ci credo!).
Alla Goldman hanno lavorato fino a pochi mesi fa praticamente tutti gli amici e collaboratori di Prodi: Mario Draghi (vicedirettore della Goldman Sachs, e attualmente governatore della Banca d'Italia) e Mario Monti (attuale vicedirettore). Claudio Costamagna, presidente della Goldman Sachs, è quello che ha pagato tutta la campagna elettorale di Prodi alle elezioni 2006.
In cambio a breve Prodi lo nominerà direttore generale del Tesoro. Sempre per la Goldman Sachs, fino a ieri era direttore Massimo Tononi, ora sottosegretario al Governo Prodi. Non c'è che dire, siamo in buone mani ! Dato che tutto il vertice Goldman Sachs adesso è al Governo è fin troppo evidente come il piano segreto Prodi-Rovati di acquisto Telecom era in realtà un piano della Goldman Sachs.
Il copione è sempre lo stesso degli ultimi 25 anni e di tutte le altre privatizzazioni. De Benedetti si aggiudicherà come sempre il bando (realizzato ad hoc per lui dai suoi amici che occupano tutti i vertici dello Stato e della Goldman Sachs) a un prezzo irrisorio, per poi rivendere il tutto subito a un gruppo straniero (probabilmente Air France) a un prezzo 10-20 volte più elevato.
Perchè il bando è truccato? Semplice: perchè pur svendendo il 30% delle azioni lo Stato si terrà delle azioni speciali, le Golden Share, con le quali eserciterà il controllo di Alitalia.
Ora, nessuna società o imprenditore può essere così folle da comprare un'azienda in piena crisi e per giunta senza averne poi il pieno controllo sulla gestione. Nessuno, eccetto chi, da sempre tiene il Governo al guinzaglio. Subito dopo che De Benedetti metterà le mani sul patrimonio dell'Alitalia potranno succedere, come da copione collaudato, due cose:
1) o il governo Prodi si affretterà a togliere i vincoli in modo che De Benedetti potrà rivendere liberamente l'Alitalia al miglior offerente straniero realizzando immensi guadagni, oppure
2) se questa prima strada non è percorribile, lo Stato si offrirà prontamente di RICOMPRARE le azioni svendute, pagandole cifre astronomiche. E se qualche sprovveduto manager di Alitalia avesse qualcosa da ridire farà la fine del povero Lorenzo Necci (di cui sopra).
Conclusioni
L'Ing. Carlo De Benedetti, con la complicità di Romano Prodi, ha saccheggiato il denaro pubblico dello Stato italiano e ha regalato la ricchezza degli italiani, praticamente tutti i principali enti pubblici, a gruppi privati stranieri, causando danni incalcolabili agli italiani.
Ma nonostante queste colpe, controlla l'informazione stampata con più di 30, tra quotidiani, settimanali, giornali e riviste nazionali e locali (Repubblica, Espresso, gruppo Rizzoli RCS tanto per citarne alcuni), oltre ad essere alleato all'intera editoria di Sinistra. Quando andare in edicola o in libreria, sappiate che l'85% di quello che vedete è edito da De Benedetti o dai suoi alleati di una vita.
Questo monopolio dell'informazione gli ha permesso (e gli permette tuttora) di distogliere l'attenzione sui suoi loschi affari e di concentrarla tutta sul suo rivale di sempre, Berlusconi.
Oggi, Repubblica e l'Espresso sono tra i giornali più letti, e gran parte dell'opinione pubblica italiana è convinta che Berlusconi sia la causa di tutti i mali d'Italia, mentre ignora del tutto o quasi, persino chi sia, Carlo De Benedetti.
La complicità tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti inizia nel luglio 1982,
quando Prodi viene nominato presidente dell'IRI, il più grande ente economico dello Stato, in casa del suo storico compare Carlo De Benedetti (proprietario del gruppo Repubblica ed Espresso e di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia), nel caso di Repubblica addirittura De Benedetti ne è l'unico editorialista, quindi gli articoli se li scrive persino lui stesso (pensa un pò che obiettività)!
L'attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico compito:
Svendere (o regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi truccati.
De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente tali società al loro reale valore di mercato (di solito 20 volte il loro prezzo d'acquisto) a gruppi stranieri (o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a prezzi folli), realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.
Prodi, per 7 anni guidò l’ IRI dello Stato, concedendo tra l'altro incarichi miliardari alla sua società di consulenza "Nomisma", con un evidente conflitto di interessi.
Al termine di questi 7 anni il patrimonio dell’ IRI risultò dimezzato per la cessione di importanti gruppi quali Alfa Romeo e FIAT, dalla quale prese grosse somme di denaro in tangenti per la Nomisma, passando da 3.959 a 2.102 miliardi.
La Ford aveva offerto 2.000 miliardi in contanti per l'Alfa Romeo, ma Prodi la regalò alla FIAT per soli 1000 miliardi a rate. Egli nel frattempo lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.
Le privatizzazioni dell'IRI fatte da Romano Prodi sono state delle vere e proprie svendite del patrimonio economico italiano a gruppi privati della Sinistra (De Benedetti, Coop Rosse) complici del professore, anche se "svendere" un ente pubblico a un decimo del suo valore quando ci sono altri gruppi privati che offrono il doppio, più che una "svendita" è un regalo, o per essere ancora più precisi è una serie incredibile di furti colossali a danno dello Stato e degli italiani perpetrata impunemente per anni.
Giocando sulle parole e sull’interpretazione dello statuto dell’Ente, Romano Prodi vantò utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985).
La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, portò alla luce l'enorme falso in bilancio di Prodi: «Il complessivo risultato di gestione dell’Istituto IRI per il 1985, cui concorrono... sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984».
La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203 miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.
Romano Prodi, davanti alle folle dei suoi fans tutt’oggi si vanta tantissimo che durante i suoi 7 anni alla presidenza dell' IRI riuscì a far guadagnare utili stratosferici.
La verità, come chiarito dalla Corte dei Conti, è che invece di utili stratosferici realizzo perdite stratosferiche, regalando il patrimonio dello Stato e degli Italiani ai suoi amici della Sinistra.
Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano S.P.A. di diritto privato e quindi i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali. Mani Pulite cambierà anche questo, per cui le società controllate da enti pubblici sarebbero state considerate tutte operanti nell'interesse pubblico, con le relative conseguenze per gli amministratori.
La conferma di tutto questo si trova nell’indebitamento dell’Istituto, salito dal 1982 al 1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a 45.672 (+30 per cento). Perdite stratosferiche appunto.
Lo stesso D’Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Romano Prodi, da lui scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando lasciò l’IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi».
Fu facile confutare queste affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.
La vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a costo zero. La conferma ci viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino, nel quale rileva che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di nascita dell’IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500!
Nel 1986, Romano Prodi, con un contrattino di appena 4 paginette (anzichè centinaia come normalmente si fa) a trattativa privata, svendette il più grande gruppo alimentare dello Stato, la SME, alla Buitoni del suo amicone Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi. La SME, già nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, ma il suo valore globale era di 3.100 miliardi.
A Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte d'appello e in Cassazione da ben 15 magistrati, all'unanimità.
Il magistrato Saverio Borrelli del pool Mani Pulite di Milano, 6 anni dopo, incriminerà invece penalmente Silvio Berlusconi, per aver impedito (insieme a Ferrero e Barilla con una pubblica offerta d'acquisto enormemente superiore rispetto a quella di De Benedetti) l'ennesima svendita di Romano Prodi: la SME (un regalo di 3100 miliardi dello Stato) a Carlo De Benedetti, nonostante a questi due compari fosse stato dato torto in tutti e 3 i gradi di giudizio dal Tribunale di Roma e dal TAR del Lazio e nonostante Berlusconi e gli altri imprenditori non ci avessero guadagnato alla fine nulla.
Come presidente dell'IRI, svendette anche la Italgel alla Unilever, essendo contemporaneamente consulente di quest'ultima, nonostante quindi un conflitto di interessi evidente.
Se l'IRI era, come in realtà era, un covo di corruzione senza limiti sarebbe stata giusto arrestare e processare Prodi, che la presiedette per 7 anni e non solo chi (Nobile) lo fece per soli 17 mesi.
Durante Tangentopoli, Di Pietro stava per arrestare Prodi, ma lui se ne andò dritto a piangere (nel vero senso della parola) da Mancuso e dal presidente della Repubblica Scalfaro, il quale, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, riuscì a non farlo incriminare. Tutto in un giorno.
Durante il suo Governo nel 1996 regalò 5.000 miliardi alla Fiat per fare una rottamazione.
Durante i fallimenti Parmalat e Cirio, Prodi difese i banchieri che truffarono i risparmiatori e loro ricambiarono il favore con i loro giornali schierati.
I PM dovrebbero usare lo stesso metro, lo stesso zelo sia con Fiorani che con Consorte; o, almeno, sullo stesso Fiorani credergli sempre o mai. Anche quando dice, e Boni conferma, d'aver dato 750 mila euro Palenzona (Margherita), che sono 15 volte di più di quanto dato (e rifiutato) dal leghista Giorgetti. Anche se il Corriere su Giorgetti ha fatto un titolo 15 volte più vistoso di quello per Palenzona.
L'affare Infostrada
Nel 1997, il Governo Prodi svende Infostrada (dello Stato) a De Benedetti per 700 miliardi di lire, da pagarsi a rate in 14 anni. De Benedetti la rivende immediatamente (dopo aver pagato solo la prima rata) alla tedesca Mannesman a 14.000 miliardi (20 volte il prezzo d'acquisto !).
Non basta, lo Stato italiano nel 2001, quando ancora c'era il governo di centrosinistra, RIACQUISTA Infostrada dalla tedesca Mannesman a 21.300 miliardi di lire. Con la "privatizzazione" di Infostada fatta da Prodi quindi lo Stato ha sborsato 21.300 miliardi di lire, le quali sono finiti 14.000 nelle tasche di De Benedetti e 14.000 nelle casse della Mannesman, in Germania.
De Benedetti e Mannesman avevano un losco accordo: De Benedetti si fa regalare Infostrada da Prodi, la Mannesman se la compra al suo reale valore di mercato e poi se la rivende al doppio (realizzando 14.000 miliardi) allo Stato, complice un governo di Sinistra.
Il manager di Infostrada, Lorenzo Necci, provò ad opporsi a questo immane ladrocinio ai danni dello Stato, ma fu subito incriminato, incarcerato, sputtanato dai giornali della Sinistra (di cui gran parte di proprietà di De Benedetti e persino scritti da lui !) e poi, ovviamente, assolto. Questo è quello che di solito succede a chi mette i bastoni tra le ruote di De Benedetti.
L'affare Telecom Italia
Nel 1997, sempre Prodi, al governo, svende le azioni Telecom Italia al solito prezzo irrisorio (tanto che subito dopo il loro valore di mercato aumenta di 6 volte) incassando 22.800 miliardi di lire (la Telecom ne valeva enormemente di più).
Con questo stesso denaro, poi, il governo di centro-sinistra riacquisterà Infostrada con la scusa che le infrastrutture delle telcomunicazioni devono appartenere allo Stato. Praticamente lo Stato ha dato via un gigante come Telecom, allo stesso prezzo, di un'azienda nana come Infostrada. Bello scambio!
Il presidente di Telecom era (ed è attualmente) Guido Rossi, l'avvocato di De Benedetti (un pò il suo Previti).
Nel frattempo al governo arriva D'Alema, siamo nel 1999, e Roberto Colaninno, attraverso l'Olivetti di De Benedetti, dà la scalata a Telecom.
Ancora una volta ci furono losche irregolarità per tenere il prezzo basso, ma la Consob (l'autorità che deve sorvegliare questi reati) era presieduta da Spaventa, amico di De Benedetti, per cui chiuse entrambi gli occhi sull'affare.
Colaninno, tramite una serie di società fantasma con sede alle isole Cayman (noto paradiso fiscale) arriva a controllare Telecom con appena lo 0,3% delle azioni. Il Financial Times definì la scalata "una rapina in pieno giorno".
Dalla Telecom fu svenduta la Seat-Pagine Gialle (che ne faceva parte) a una società chiamata "Otto" (del figlio di Armando Cossutta, quello dei Comunisti Italiani, che si vanta sempre di campare come un italiano medio) per 1955 miliardi e rivenduta, insieme a Colaninno, a 16.000 miliardi (8 volte tanto, a quanto pare si divertono a sfotterci: ecco perchè l'avevano chiamata Otto!).
Le società che avrebbero dovuto pagarci le tasse spariscono nei soliti paradisi fiscali alle Cayman.
Nel 2000, come di solito succede nelle migliori rapine quando i complici fanno a botte, Colaninno e De Benedetti litigano per il malloppo, e Colaninno viene massacrato da Repubblica, Espresso e gli altri 30 giornali di De Benedetti.
Nel 2001, De Benedetti si allea a Marco Tronchetti Provera, il quale strappa il controllo di Telecom a Colaninno, acquistando la quota di controllo in Olivetti.
Ma quando Tronchetti Provera arriva in sella alla Telecom si accorge di essere stato fregato: dalle casse mancano 25.000 miliardi.
Telecom Italia è ormai una società con debiti fino al collo, ormai è stata munta e ri-munta fino all'osso e gli stessi miliardi che comparivano nel bilancio sono in realtà aria fritta: l'unica possibilità si salvarsi è rivendere tutta la baracca allo Stato.
Ad aprile 2006, sale al governo Romano Prodi, il quale fa il solito accordo sottobanco con Tronchetti Provera (e il socio De Benedetti) per il RIACQUISTO della Telecom (come successe per Infostrada), ma stavolta qualcosa non va per il verso giusto.
I due squali alleati, De Benedetti e Tronchetti Provera, iniziano a litigare per chi deve avere la fetta più grossa, per cui, come al solito, Espresso e Repubblica cominciano a infangare Tronchetti Provera per mesi.
Prodi, ovviamente deve scegliere da che parte stare e sceglie il più rassicurante De Benedetti (non vuole fare la fine di tutti quelli che si mettono contro Repubblica ed Espresso!).
A quel punto Tronchetti Provera pubblica il progetto segreto di Prodi sul riacquisto della Telecom e scoppia lo scandalo che indigna i giornali di mezzo mondo, anche se ben presto messo a tacere in Italia dai giornali di De Benedetti che fanno scoppiare lo scandalo delle intercettazioni telefoniche contro Tronchetti Provera.
Prodi a quel punto si salva agli occhi dell'opinione pubblica con la solita storiella del "non ne sapevo nulla", la colpa è tutta del mio collaboratore Rovati (amico di Prodi da una vita, abitano persino nello stesso palazzo), cui seguono prontamente le dimissioni.
La stampa estera arriva a dire: ma che razza di paese è l'Italia? dopo una cosa del genere non solo Prodi non si dimette, ma non si apre neppure un'inchiesta giudiziaria?
Rovati, calmate le acque, ha già ripreso il posto accanto a Prodi.
L'affare Alitalia
A gennaio 2007, il Governo Prodi inizia la vendita di Alitalia.
Tra i concorrenti c'è una cordata formata da De Benedetti (poteva mancare?) e la banca Goldman Sachs, protagonista cruciale di quasi tutte le privatizzazioni italiane. Prodi ha lavorato per anni per la Goldman Sachs, la quale lo ha sempre ricoperto d'oro per le sue preziosissime "consulenze" (e ci credo!).
Alla Goldman hanno lavorato fino a pochi mesi fa praticamente tutti gli amici e collaboratori di Prodi: Mario Draghi (vicedirettore della Goldman Sachs, e attualmente governatore della Banca d'Italia) e Mario Monti (attuale vicedirettore). Claudio Costamagna, presidente della Goldman Sachs, è quello che ha pagato tutta la campagna elettorale di Prodi alle elezioni 2006.
In cambio a breve Prodi lo nominerà direttore generale del Tesoro. Sempre per la Goldman Sachs, fino a ieri era direttore Massimo Tononi, ora sottosegretario al Governo Prodi. Non c'è che dire, siamo in buone mani ! Dato che tutto il vertice Goldman Sachs adesso è al Governo è fin troppo evidente come il piano segreto Prodi-Rovati di acquisto Telecom era in realtà un piano della Goldman Sachs.
Il copione è sempre lo stesso degli ultimi 25 anni e di tutte le altre privatizzazioni. De Benedetti si aggiudicherà come sempre il bando (realizzato ad hoc per lui dai suoi amici che occupano tutti i vertici dello Stato e della Goldman Sachs) a un prezzo irrisorio, per poi rivendere il tutto subito a un gruppo straniero (probabilmente Air France) a un prezzo 10-20 volte più elevato.
Perchè il bando è truccato? Semplice: perchè pur svendendo il 30% delle azioni lo Stato si terrà delle azioni speciali, le Golden Share, con le quali eserciterà il controllo di Alitalia.
Ora, nessuna società o imprenditore può essere così folle da comprare un'azienda in piena crisi e per giunta senza averne poi il pieno controllo sulla gestione. Nessuno, eccetto chi, da sempre tiene il Governo al guinzaglio. Subito dopo che De Benedetti metterà le mani sul patrimonio dell'Alitalia potranno succedere, come da copione collaudato, due cose:
1) o il governo Prodi si affretterà a togliere i vincoli in modo che De Benedetti potrà rivendere liberamente l'Alitalia al miglior offerente straniero realizzando immensi guadagni, oppure
2) se questa prima strada non è percorribile, lo Stato si offrirà prontamente di RICOMPRARE le azioni svendute, pagandole cifre astronomiche. E se qualche sprovveduto manager di Alitalia avesse qualcosa da ridire farà la fine del povero Lorenzo Necci (di cui sopra).
Conclusioni
L'Ing. Carlo De Benedetti, con la complicità di Romano Prodi, ha saccheggiato il denaro pubblico dello Stato italiano e ha regalato la ricchezza degli italiani, praticamente tutti i principali enti pubblici, a gruppi privati stranieri, causando danni incalcolabili agli italiani.
Ma nonostante queste colpe, controlla l'informazione stampata con più di 30, tra quotidiani, settimanali, giornali e riviste nazionali e locali (Repubblica, Espresso, gruppo Rizzoli RCS tanto per citarne alcuni), oltre ad essere alleato all'intera editoria di Sinistra. Quando andare in edicola o in libreria, sappiate che l'85% di quello che vedete è edito da De Benedetti o dai suoi alleati di una vita.
Questo monopolio dell'informazione gli ha permesso (e gli permette tuttora) di distogliere l'attenzione sui suoi loschi affari e di concentrarla tutta sul suo rivale di sempre, Berlusconi.
Oggi, Repubblica e l'Espresso sono tra i giornali più letti, e gran parte dell'opinione pubblica italiana è convinta che Berlusconi sia la causa di tutti i mali d'Italia, mentre ignora del tutto o quasi, persino chi sia, Carlo De Benedetti.
DUO.....PRODI/DE BENEDETTI!!!!!!!
De Benedetti e Romano Prodi
Come fare una montagna di soldi a spese dello Stato
La complicità tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti inizia nel luglio 1982, quando Prodi
viene nominato presidente dell'IRI, il più grande ente economico dello Stato, in casa del
suo storico compare Carlo De Benedetti (proprietario del gruppo Repubblica ed Espresso e
di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia), nel caso di
Repubblica addirittura De Benedetti ne è l'unico editorialista, quindi gli articoli se li
scrive persino lui stesso (pensa un pò che obiettività)!
L'attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico
compito:
Svendere (o regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De
Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi truccati.
De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente
tali società al loro reale valore di mercato ===>(di solito 20 volte il loro prezzo
d'acquisto) <=== a gruppi stranieri (o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a
prezzi folli), realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.
Prodi, per 7 anni guidò l' IRI dello Stato, concedendo tra l'altro incarichi miliardari
alla sua società di consulenza "Nomisma", con un evidente conflitto di interessi.
Al termine di questi 7 anni il patrimonio dell' IRI risultò dimezzato per la cessione di
importanti gruppi quali Alfa Romeo a FIAT, dalla quale prese grosse somme di denaro in
tangenti per la Nomisma, passando da 3.959 a 2.102 miliardi. La Ford aveva offerto 2.000
miliardi in contanti per l'Alfa Romeo, ma Prodi la regalò alla FIAT per soli 1000 miliardi
a rate. Egli nel frattempo lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.
Le privatizzazioni dell'IRI fatte da Romano Prodi sono state delle vere e proprie svendite
del patrimonio economico italiano a gruppi privati della Sinistra (De Benedetti, Coop
Rosse) complici del professore, anche se "svendere" un ente pubblico a un decimo del suo
valore quando ci sono altri gruppi privati che offrono il doppio, più che una "svendita" è
un regalo, o per essere ancora più precisi è una serie incredibile di furti colossali a
danno dello Stato e degli italiani perpetrata impunemente per anni.
Giocando sulle parole e sull'interpretazione dello statuto dell'Ente, Romano Prodi vantò
utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985).
La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, portò alla luce l'enorme falso in
bilancio di Prodi: «Il complessivo risultato di gestione dell'Istituto IRI per il 1985,
cui concorrono... sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di
natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a
quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984».
La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203
miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.
Romano Prodi, davanti alle folle dei suoi fans tuttoggi si vanta tantissimo che durante i
suoi 7 anni alla presidenza dell' IRI riuscì a far guadagnare utili stratosferici. La
verità, come chiarito dalla Corte dei Conti, è che invece di utili stratosferici realizzo
perdite stratosferiche, regalando il patrimonio dello Stato e degli Italiani ai suoi amici
della Sinistra.
Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano S.P.A. di diritto privato e quindi
i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali. Mani Pulite cambierà anche
questo, per cui le società controllate da enti pubblici sarebbero state considerate tutte
operanti nell'interesse pubblico, con le relative conseguenze per gli amministratori.
La conferma di tutto questo si trova nell'indebitamento dell'Istituto, salito dal 1982 al
1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a
45.672 (+30 per cento). Perdite stratosferiche appunto.
Lo stesso D'Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Romano Prodi, da lui
scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando
lasciò l'IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi». Fu facile confutare queste
affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite
siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il
buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.
La vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a
costo zero. La conferma ci viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino, nel quale rileva
che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di
nascita dell'IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500!
Nel 1986, Romano Prodi, con un contrattino di appena 4 paginette (anzichè centinaia come
normalmente si fa) a trattativa privata, svendette il più grande gruppo alimentare dello
Stato, la SME, alla Buitoni del suo amicone Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi. La
SME, già nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, ma il suo valore globale
era di 3.100 miliardi. A Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte
d'appello e in Cassazione da ben 15 magistrati, all'unanimità.
Il magistrato Saverio Borrelli del pool Mani Pulite di Milano, 6 anni dopo, incriminerà
invece penalmente Silvio Berlusconi, per aver impedito (insieme a Ferrero e Barilla con
una pubblica offerta d'acquisto enormemente superiore rispetto a quella di De Benedetti)
l'ennesima svendita di Romano Prodi: la SME (un regalo di 3100 miliardi dello Stato) a
Carlo De Benedetti, nonostante a questi due compari fosse stato dato torto in tutti e 3 i
gradi di giudizio dal Tribunale di Roma e dal TAR del Lazio e nonostante Berlusconi e gli
altri imprenditori non ci avessero guadagnato alla fine nulla.
Come presidente dell'IRI, svendette anche la Italgel alla Unilever, essendo
contemporaneamente consulente di quest'ultima, nonostante quindi un conflitto di interessi
evidente.
Se l'IRI era, come in realtà era, un covo di corruzione senza limiti sarebbe stata giusto
arrestare e processare Prodi, che la presiedette per 7 anni e non solo chi (Nobile) lo
fece per soli 17 mesi.
Durante Tangentopoli, Di Pietro stava per arrestare Prodi, ma lui se ne andò dritto a
piangere (nel vero senso della parola) da Mancuso e dal presidente della Repubblica
***Scalfaro***, il quale, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura,
riuscì a non farlo incriminare. Tutto in un giorno.
Durante il suo Governo nel 1996 regalò 5.000 miliardi alla Fiat per fare una rottamazione.
Durante i fallimenti Parmalat e Cirio, Prodi difese i banchieri che truffarono i
risparmiatori e loro ricambiarono il favore con i loro giornali schierati.
I PM dovrebbero usare lo stesso metro, lo stesso zelo sia con Fiorani che con Consorte; o,
almeno, sullo stesso Fiorani credergli sempre o mai. Anche quando dice, e Boni conferma,
d'aver dato 750 mila euro Palenzona (Margherita), che sono 15 volte di più di quanto dato
(e rifiutato) dal leghista Giorgetti. Anche se il Corriere su Giorgetti ha fatto un titolo
15 volte più vistoso di quello per Palenzona.
L'affare Infostrada
Nel 1997, il Governo Prodi svende Infostrada (dello Stato) a De Benedetti per 700 miliardi
di lire, da pagarsi a rate in 14 anni. De Benedetti la rivende immediatamente (dopo aver
pagato solo la prima rata) alla tedesca Mannesman a 14.000 miliardi (20 volte il prezzo
d'acquisto !). Non basta, lo Stato italiano nel 2001, quando ancora c'era il governo di
centrosinistra, RIACQUISTA Infostrada dalla tedesca Mannesman a 21.300 miliardi di lire.
Con la "privatizzazione" di Infostada fatta da Prodi quindi lo Stato ha sborsato 21.300
miliardi di lire, le quali sono finiti 14.000 nelle tasche di De Benedetti e 14.000 nelle
casse della Mannesman, in Germania.
De Benedetti e Mannesman avevano un losco accordo: De Benedetti si fa regalare Infostrada
da Prodi, la Mannesman se la compra al suo reale valore di mercato e poi se la rivende al
doppio (realizzando 14.000 miliardi) allo Stato, complice un governo di Sinistra.
Il manager di Infostrada, Lorenzo Necci, provò ad opporsi a questo immane ladrocinio ai
danni dello Stato, ma fu subito incriminato, incarcerato, sputtanato dai giornali della
Sinistra (di cui gran parte di proprietà di De Benedetti e persino scritti da lui !) e
poi, ovviamente, assolto. Questo è quello che di solito succede a chi mette i bastoni tra
le ruote di De Benedetti.
L'affare Telecom Italia
Nel 1997, sempre Prodi, al governo, svende le azioni Telecom Italia al solito prezzo
irrisorio (tanto che subito dopo il loro valore di mercato aumenta di 6 volte) incassando
22.800 miliardi di lire (la Telecom ne valeva enormemente di più). Con questo stesso
denaro, poi, il governo di centro-sinistra riacquisterà Infostrada con la scusa che le
infrastrutture delle telcomunicazioni devono appartenere allo Stato. Praticamente lo Stato
ha dato via un gigante come Telecom, allo stesso prezzo, di un'azienda nana come
Infostrada. Bello scambio!
Il presidente di Telecom era (ed è attualmente) Guido Rossi, l'avvocato di De Benedetti
(un pò il suo Previti).
Nel frattempo al governo arriva D'Alema, siamo nel 1999, e Roberto Colaninno, attraverso
l'Olivetti di De Benedetti, dà la scalata a Telecom. Ancora una volta ci furono losche
irregolarità per tenere il prezzo basso, ma la Consob (l'autorità che deve sorvegliare
questi reati) era presieduta da Spaventa, amico di De Benedetti, per cui chiuse entrambi
gli occhi sull'affare.
Colaninno, tramite una serie di società fantasma con sede alle isole Cayman (noto paradiso
fiscale) arriva a controllare Telecom con appena lo 0,3% delle azioni. Il Financial Times
definì la scalata "una rapina in pieno giorno".
Dalla Telecom fu svenduta la Seat-Pagine Gialle (che ne faceva parte) a una società
chiamata "Otto" (del figlio di Armando Cossutta, quello dei Comunisti Italiani, che si
vanta sempre di campare come un italiano medio) per 1955 miliardi e rivenduta, insieme a
Colaninno, a 16.000 miliardi (8 volte tanto, a quanto pare si divertono a sfotterci: ecco
perchè l'avevano chiamata Otto!).
Le società che avrebbero dovuto pagarci le tasse spariscono nei soliti paradisi fiscali
alle Cayman.
Nel 2000, come di solito succede nelle migliori rapine quando i complici fanno a botte,
Colaninno e De Benedetti litigano per il malloppo, e Colaninno viene massacrato da
Repubblica, Espresso e gli altri 30 giornali di De Benedetti. Nel 2001, De Benedetti si
allea a Marco Tronchetti Provera, il quale strappa il controllo di Telecom a Colaninno,
acquistando la quota di controllo in Olivetti. Ma quando Tronchetti Provera arriva in
sella alla Telecom si accorge di essere stato fregato: dalle casse mancano 25.000
miliardi.
Telecom Italia è ormai una società con debiti fino al collo, ormai è stata munta e
ri-munta fino all'osso e gli stessi miliardi che comparivano nel bilancio sono in realtà
aria fritta: l'unica possibilità si salvarsi è rivendere tutta la baracca allo Stato.
Ad aprile 2006, sale al governo Romano Prodi, il quale fa il solito accordo sottobanco con
Tronchetti Provera (e il socio De Benedetti) per il RIACQUISTO della Telecom (come
successe per Infostrada), ma stavolta qualcosa non va per il verso giusto.
I due squali alleati, De Benedetti e Tronchetti Provera, iniziano a litigare per chi deve
avere la fetta più grossa, per cui, come al solito, Espresso e Repubblica cominciano a
infangare Tronchetti Provera per mesi.
Prodi, ovviamente deve scegliere da che parte stare e sceglie il più rassicurante De
Benedetti (non vuole fare la fine di tutti quelli che si mettono contro Repubblica ed
Espresso!). A quel punto Tronchetti Provera pubblica il progetto segreto di Prodi sul
riacquisto della Telecom e scoppia lo scandalo che indigna i giornali di mezzo mondo,
anche se ben presto messo a tacere in Italia dai giornali di De Benedetti che fanno
scoppiare lo scandalo delle intercettazioni telefoniche contro Tronchetti Provera.
Prodi a quel punto si salva agli occhi dell'opinione pubblica con la solita storiella del
"non ne sapevo nulla", la colpa è tutta del mio collaboratore Rovati (amico di Prodi da
una vita, abitano persino nello stesso palazzo), cui seguono prontamente le dimissioni.
La stampa estera arriva a dire: ma che razza di paese è l'Italia? dopo una cosa del genere
non solo Prodi non si dimette, ma non si apre neppure un'inchiesta giudiziaria?
Rovati, calmate le acque, ha già ripreso il posto accanto a Prodi.
L'affare Alitalia
A gennaio 2007, il Governo Prodi inizia la vendita di Alitalia. Tra i concorrenti c'è una
cordata formata da De Benedetti (poteva mancare?) e la banca Goldman Sachs, protagonista
cruciale di quasi tutte le privatizzazioni italiane. Prodi ha lavorato per anni per la
Goldman Sachs, la quale lo ha sempre ricoperto d'oro per le sue preziosissime "consulenze"
(e ci credo!). Alla Goldman hanno lavorato fino a pochi mesi fa praticamente tutti gli
amici e collaboratori di Prodi: Mario Draghi (vicedirettore della Goldman Sachs, e
attualmente governatore della Banca d'Italia) e Mario Monti (attuale vicedirettore).
Claudio Costamagna, presidente della Goldman Sachs, è quello che ha pagato tutta la
campagna elettorale di Prodi alle elezioni 2006. In cambio a breve Prodi lo nominerà
direttore generale del Tesoro. Sempre per la Goldman Sachs, fino a ieri era direttore
Massimo Tononi, ora sottosegretario al Governo Prodi. Non c'è che dire, siamo in buone
mani ! Dato che tutto il vertice Goldman Sachs adesso è al Governo è fin troppo evidente
come il piano segreto Prodi-Rovati di acquisto Telecom era in realtà un piano della
Goldman Sachs.
Il copione è sempre lo stesso degli ultimi 25 anni e di tutte le altre privatizzazioni. De
Benedetti si aggiudicherà come sempre il bando (realizzato ad hoc per lui dai suoi amici
che occupano tutti i vertici dello Stato e della Goldman Sachs) a un prezzo irrisorio, per
poi rivendere il tutto subito a un gruppo straniero (probabilmente Air France) a un prezzo
10-20 volte più elevato.
Perchè il bando è truccato? Semplice: perchè pur svendendo il 30% delle azioni lo Stato si
terrà delle azioni speciali, le Golden Share, con le quali eserciterà il controllo di
Alitalia. Ora, nessuna società o imprenditore può essere così folle da comprare un'azienda
in piena crisi e per giunta senza averne poi il pieno controllo sulla gestione. Nessuno,
eccetto chi, da sempre tiene il Governo al guinzaglio. Subito dopo che De Benedetti
metterà le mani sul patrimonio dell'Alitalia potranno succedere, come da copione
collaudato, due cose: 1) o il governo Prodi si affretterà a togliere i vincoli in modo che
De Benedetti potrà rivendere liberamente l'Alitalia al miglior offerente straniero
realizzando immensi guadagni, oppure 2) se questa prima strada non è percorribile, lo
Stato si offrirà prontamente di RICOMPRARE le azioni svendute, pagandole cifre
astronomiche. E se qualche sprovveduto manager di Alitalia avesse qualcosa da ridire farà
la fine del povero Lorenzo Necci (di cui sopra).
Conclusioni
L'Ing. Carlo De Benedetti, con la complicità di Romano Prodi, ha saccheggiato il denaro
pubblico dello Stato italiano e ha regalato la ricchezza degli italiani, praticamente
tutti i principali enti pubblici, a gruppi privati stranieri, causando danni incalcolabili
agli italiani.
Ma nonostante queste colpe, controlla l'informazione stampata con più di 30, tra
quotidiani, settimanali, giornali e riviste nazionali e locali (Repubblica, Espresso,
gruppo Rizzoli RCS tanto per citarne alcuni), oltre ad essere alleato all'intera editoria
di Sinistra. Quando andare in edicola o in libreria, sappiate che l'85% di quello che
vedete è edito da De Benedetti o dai suoi alleati di una vita.
Questo monopolio dell'informazione gli ha permesso (e gli permette tuttora) di distogliere
l'attenzione sui suoi loschi affari e di concentrarla tutta sul suo rivale di sempre,
Berlusconi.
Oggi, Repubblica e l'Espresso sono tra i giornali più letti, e gran parte dell'opinione
pubblica italiana è convinta che Berlusconi sia la causa di tutti i mali d'Italia, mentre
ignora del tutto o quasi, persino chi sia, Carlo De Benedetti.
E poi, sul libro che vi ho segnalato, troverete informazioni sulla svendita di
utostade.... ecc. ecc. ecc.
Che squallore essere itaglioni. Io mi vergogno assai.
Buona lettura...
Come fare una montagna di soldi a spese dello Stato
La complicità tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti inizia nel luglio 1982, quando Prodi
viene nominato presidente dell'IRI, il più grande ente economico dello Stato, in casa del
suo storico compare Carlo De Benedetti (proprietario del gruppo Repubblica ed Espresso e
di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia), nel caso di
Repubblica addirittura De Benedetti ne è l'unico editorialista, quindi gli articoli se li
scrive persino lui stesso (pensa un pò che obiettività)!
L'attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico
compito:
Svendere (o regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De
Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi truccati.
De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente
tali società al loro reale valore di mercato ===>(di solito 20 volte il loro prezzo
d'acquisto) <=== a gruppi stranieri (o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a
prezzi folli), realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.
Prodi, per 7 anni guidò l' IRI dello Stato, concedendo tra l'altro incarichi miliardari
alla sua società di consulenza "Nomisma", con un evidente conflitto di interessi.
Al termine di questi 7 anni il patrimonio dell' IRI risultò dimezzato per la cessione di
importanti gruppi quali Alfa Romeo a FIAT, dalla quale prese grosse somme di denaro in
tangenti per la Nomisma, passando da 3.959 a 2.102 miliardi. La Ford aveva offerto 2.000
miliardi in contanti per l'Alfa Romeo, ma Prodi la regalò alla FIAT per soli 1000 miliardi
a rate. Egli nel frattempo lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.
Le privatizzazioni dell'IRI fatte da Romano Prodi sono state delle vere e proprie svendite
del patrimonio economico italiano a gruppi privati della Sinistra (De Benedetti, Coop
Rosse) complici del professore, anche se "svendere" un ente pubblico a un decimo del suo
valore quando ci sono altri gruppi privati che offrono il doppio, più che una "svendita" è
un regalo, o per essere ancora più precisi è una serie incredibile di furti colossali a
danno dello Stato e degli italiani perpetrata impunemente per anni.
Giocando sulle parole e sull'interpretazione dello statuto dell'Ente, Romano Prodi vantò
utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985).
La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, portò alla luce l'enorme falso in
bilancio di Prodi: «Il complessivo risultato di gestione dell'Istituto IRI per il 1985,
cui concorrono... sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di
natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a
quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984».
La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203
miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.
Romano Prodi, davanti alle folle dei suoi fans tuttoggi si vanta tantissimo che durante i
suoi 7 anni alla presidenza dell' IRI riuscì a far guadagnare utili stratosferici. La
verità, come chiarito dalla Corte dei Conti, è che invece di utili stratosferici realizzo
perdite stratosferiche, regalando il patrimonio dello Stato e degli Italiani ai suoi amici
della Sinistra.
Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano S.P.A. di diritto privato e quindi
i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali. Mani Pulite cambierà anche
questo, per cui le società controllate da enti pubblici sarebbero state considerate tutte
operanti nell'interesse pubblico, con le relative conseguenze per gli amministratori.
La conferma di tutto questo si trova nell'indebitamento dell'Istituto, salito dal 1982 al
1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a
45.672 (+30 per cento). Perdite stratosferiche appunto.
Lo stesso D'Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Romano Prodi, da lui
scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando
lasciò l'IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi». Fu facile confutare queste
affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite
siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il
buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.
La vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a
costo zero. La conferma ci viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino, nel quale rileva
che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di
nascita dell'IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500!
Nel 1986, Romano Prodi, con un contrattino di appena 4 paginette (anzichè centinaia come
normalmente si fa) a trattativa privata, svendette il più grande gruppo alimentare dello
Stato, la SME, alla Buitoni del suo amicone Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi. La
SME, già nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, ma il suo valore globale
era di 3.100 miliardi. A Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte
d'appello e in Cassazione da ben 15 magistrati, all'unanimità.
Il magistrato Saverio Borrelli del pool Mani Pulite di Milano, 6 anni dopo, incriminerà
invece penalmente Silvio Berlusconi, per aver impedito (insieme a Ferrero e Barilla con
una pubblica offerta d'acquisto enormemente superiore rispetto a quella di De Benedetti)
l'ennesima svendita di Romano Prodi: la SME (un regalo di 3100 miliardi dello Stato) a
Carlo De Benedetti, nonostante a questi due compari fosse stato dato torto in tutti e 3 i
gradi di giudizio dal Tribunale di Roma e dal TAR del Lazio e nonostante Berlusconi e gli
altri imprenditori non ci avessero guadagnato alla fine nulla.
Come presidente dell'IRI, svendette anche la Italgel alla Unilever, essendo
contemporaneamente consulente di quest'ultima, nonostante quindi un conflitto di interessi
evidente.
Se l'IRI era, come in realtà era, un covo di corruzione senza limiti sarebbe stata giusto
arrestare e processare Prodi, che la presiedette per 7 anni e non solo chi (Nobile) lo
fece per soli 17 mesi.
Durante Tangentopoli, Di Pietro stava per arrestare Prodi, ma lui se ne andò dritto a
piangere (nel vero senso della parola) da Mancuso e dal presidente della Repubblica
***Scalfaro***, il quale, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura,
riuscì a non farlo incriminare. Tutto in un giorno.
Durante il suo Governo nel 1996 regalò 5.000 miliardi alla Fiat per fare una rottamazione.
Durante i fallimenti Parmalat e Cirio, Prodi difese i banchieri che truffarono i
risparmiatori e loro ricambiarono il favore con i loro giornali schierati.
I PM dovrebbero usare lo stesso metro, lo stesso zelo sia con Fiorani che con Consorte; o,
almeno, sullo stesso Fiorani credergli sempre o mai. Anche quando dice, e Boni conferma,
d'aver dato 750 mila euro Palenzona (Margherita), che sono 15 volte di più di quanto dato
(e rifiutato) dal leghista Giorgetti. Anche se il Corriere su Giorgetti ha fatto un titolo
15 volte più vistoso di quello per Palenzona.
L'affare Infostrada
Nel 1997, il Governo Prodi svende Infostrada (dello Stato) a De Benedetti per 700 miliardi
di lire, da pagarsi a rate in 14 anni. De Benedetti la rivende immediatamente (dopo aver
pagato solo la prima rata) alla tedesca Mannesman a 14.000 miliardi (20 volte il prezzo
d'acquisto !). Non basta, lo Stato italiano nel 2001, quando ancora c'era il governo di
centrosinistra, RIACQUISTA Infostrada dalla tedesca Mannesman a 21.300 miliardi di lire.
Con la "privatizzazione" di Infostada fatta da Prodi quindi lo Stato ha sborsato 21.300
miliardi di lire, le quali sono finiti 14.000 nelle tasche di De Benedetti e 14.000 nelle
casse della Mannesman, in Germania.
De Benedetti e Mannesman avevano un losco accordo: De Benedetti si fa regalare Infostrada
da Prodi, la Mannesman se la compra al suo reale valore di mercato e poi se la rivende al
doppio (realizzando 14.000 miliardi) allo Stato, complice un governo di Sinistra.
Il manager di Infostrada, Lorenzo Necci, provò ad opporsi a questo immane ladrocinio ai
danni dello Stato, ma fu subito incriminato, incarcerato, sputtanato dai giornali della
Sinistra (di cui gran parte di proprietà di De Benedetti e persino scritti da lui !) e
poi, ovviamente, assolto. Questo è quello che di solito succede a chi mette i bastoni tra
le ruote di De Benedetti.
L'affare Telecom Italia
Nel 1997, sempre Prodi, al governo, svende le azioni Telecom Italia al solito prezzo
irrisorio (tanto che subito dopo il loro valore di mercato aumenta di 6 volte) incassando
22.800 miliardi di lire (la Telecom ne valeva enormemente di più). Con questo stesso
denaro, poi, il governo di centro-sinistra riacquisterà Infostrada con la scusa che le
infrastrutture delle telcomunicazioni devono appartenere allo Stato. Praticamente lo Stato
ha dato via un gigante come Telecom, allo stesso prezzo, di un'azienda nana come
Infostrada. Bello scambio!
Il presidente di Telecom era (ed è attualmente) Guido Rossi, l'avvocato di De Benedetti
(un pò il suo Previti).
Nel frattempo al governo arriva D'Alema, siamo nel 1999, e Roberto Colaninno, attraverso
l'Olivetti di De Benedetti, dà la scalata a Telecom. Ancora una volta ci furono losche
irregolarità per tenere il prezzo basso, ma la Consob (l'autorità che deve sorvegliare
questi reati) era presieduta da Spaventa, amico di De Benedetti, per cui chiuse entrambi
gli occhi sull'affare.
Colaninno, tramite una serie di società fantasma con sede alle isole Cayman (noto paradiso
fiscale) arriva a controllare Telecom con appena lo 0,3% delle azioni. Il Financial Times
definì la scalata "una rapina in pieno giorno".
Dalla Telecom fu svenduta la Seat-Pagine Gialle (che ne faceva parte) a una società
chiamata "Otto" (del figlio di Armando Cossutta, quello dei Comunisti Italiani, che si
vanta sempre di campare come un italiano medio) per 1955 miliardi e rivenduta, insieme a
Colaninno, a 16.000 miliardi (8 volte tanto, a quanto pare si divertono a sfotterci: ecco
perchè l'avevano chiamata Otto!).
Le società che avrebbero dovuto pagarci le tasse spariscono nei soliti paradisi fiscali
alle Cayman.
Nel 2000, come di solito succede nelle migliori rapine quando i complici fanno a botte,
Colaninno e De Benedetti litigano per il malloppo, e Colaninno viene massacrato da
Repubblica, Espresso e gli altri 30 giornali di De Benedetti. Nel 2001, De Benedetti si
allea a Marco Tronchetti Provera, il quale strappa il controllo di Telecom a Colaninno,
acquistando la quota di controllo in Olivetti. Ma quando Tronchetti Provera arriva in
sella alla Telecom si accorge di essere stato fregato: dalle casse mancano 25.000
miliardi.
Telecom Italia è ormai una società con debiti fino al collo, ormai è stata munta e
ri-munta fino all'osso e gli stessi miliardi che comparivano nel bilancio sono in realtà
aria fritta: l'unica possibilità si salvarsi è rivendere tutta la baracca allo Stato.
Ad aprile 2006, sale al governo Romano Prodi, il quale fa il solito accordo sottobanco con
Tronchetti Provera (e il socio De Benedetti) per il RIACQUISTO della Telecom (come
successe per Infostrada), ma stavolta qualcosa non va per il verso giusto.
I due squali alleati, De Benedetti e Tronchetti Provera, iniziano a litigare per chi deve
avere la fetta più grossa, per cui, come al solito, Espresso e Repubblica cominciano a
infangare Tronchetti Provera per mesi.
Prodi, ovviamente deve scegliere da che parte stare e sceglie il più rassicurante De
Benedetti (non vuole fare la fine di tutti quelli che si mettono contro Repubblica ed
Espresso!). A quel punto Tronchetti Provera pubblica il progetto segreto di Prodi sul
riacquisto della Telecom e scoppia lo scandalo che indigna i giornali di mezzo mondo,
anche se ben presto messo a tacere in Italia dai giornali di De Benedetti che fanno
scoppiare lo scandalo delle intercettazioni telefoniche contro Tronchetti Provera.
Prodi a quel punto si salva agli occhi dell'opinione pubblica con la solita storiella del
"non ne sapevo nulla", la colpa è tutta del mio collaboratore Rovati (amico di Prodi da
una vita, abitano persino nello stesso palazzo), cui seguono prontamente le dimissioni.
La stampa estera arriva a dire: ma che razza di paese è l'Italia? dopo una cosa del genere
non solo Prodi non si dimette, ma non si apre neppure un'inchiesta giudiziaria?
Rovati, calmate le acque, ha già ripreso il posto accanto a Prodi.
L'affare Alitalia
A gennaio 2007, il Governo Prodi inizia la vendita di Alitalia. Tra i concorrenti c'è una
cordata formata da De Benedetti (poteva mancare?) e la banca Goldman Sachs, protagonista
cruciale di quasi tutte le privatizzazioni italiane. Prodi ha lavorato per anni per la
Goldman Sachs, la quale lo ha sempre ricoperto d'oro per le sue preziosissime "consulenze"
(e ci credo!). Alla Goldman hanno lavorato fino a pochi mesi fa praticamente tutti gli
amici e collaboratori di Prodi: Mario Draghi (vicedirettore della Goldman Sachs, e
attualmente governatore della Banca d'Italia) e Mario Monti (attuale vicedirettore).
Claudio Costamagna, presidente della Goldman Sachs, è quello che ha pagato tutta la
campagna elettorale di Prodi alle elezioni 2006. In cambio a breve Prodi lo nominerà
direttore generale del Tesoro. Sempre per la Goldman Sachs, fino a ieri era direttore
Massimo Tononi, ora sottosegretario al Governo Prodi. Non c'è che dire, siamo in buone
mani ! Dato che tutto il vertice Goldman Sachs adesso è al Governo è fin troppo evidente
come il piano segreto Prodi-Rovati di acquisto Telecom era in realtà un piano della
Goldman Sachs.
Il copione è sempre lo stesso degli ultimi 25 anni e di tutte le altre privatizzazioni. De
Benedetti si aggiudicherà come sempre il bando (realizzato ad hoc per lui dai suoi amici
che occupano tutti i vertici dello Stato e della Goldman Sachs) a un prezzo irrisorio, per
poi rivendere il tutto subito a un gruppo straniero (probabilmente Air France) a un prezzo
10-20 volte più elevato.
Perchè il bando è truccato? Semplice: perchè pur svendendo il 30% delle azioni lo Stato si
terrà delle azioni speciali, le Golden Share, con le quali eserciterà il controllo di
Alitalia. Ora, nessuna società o imprenditore può essere così folle da comprare un'azienda
in piena crisi e per giunta senza averne poi il pieno controllo sulla gestione. Nessuno,
eccetto chi, da sempre tiene il Governo al guinzaglio. Subito dopo che De Benedetti
metterà le mani sul patrimonio dell'Alitalia potranno succedere, come da copione
collaudato, due cose: 1) o il governo Prodi si affretterà a togliere i vincoli in modo che
De Benedetti potrà rivendere liberamente l'Alitalia al miglior offerente straniero
realizzando immensi guadagni, oppure 2) se questa prima strada non è percorribile, lo
Stato si offrirà prontamente di RICOMPRARE le azioni svendute, pagandole cifre
astronomiche. E se qualche sprovveduto manager di Alitalia avesse qualcosa da ridire farà
la fine del povero Lorenzo Necci (di cui sopra).
Conclusioni
L'Ing. Carlo De Benedetti, con la complicità di Romano Prodi, ha saccheggiato il denaro
pubblico dello Stato italiano e ha regalato la ricchezza degli italiani, praticamente
tutti i principali enti pubblici, a gruppi privati stranieri, causando danni incalcolabili
agli italiani.
Ma nonostante queste colpe, controlla l'informazione stampata con più di 30, tra
quotidiani, settimanali, giornali e riviste nazionali e locali (Repubblica, Espresso,
gruppo Rizzoli RCS tanto per citarne alcuni), oltre ad essere alleato all'intera editoria
di Sinistra. Quando andare in edicola o in libreria, sappiate che l'85% di quello che
vedete è edito da De Benedetti o dai suoi alleati di una vita.
Questo monopolio dell'informazione gli ha permesso (e gli permette tuttora) di distogliere
l'attenzione sui suoi loschi affari e di concentrarla tutta sul suo rivale di sempre,
Berlusconi.
Oggi, Repubblica e l'Espresso sono tra i giornali più letti, e gran parte dell'opinione
pubblica italiana è convinta che Berlusconi sia la causa di tutti i mali d'Italia, mentre
ignora del tutto o quasi, persino chi sia, Carlo De Benedetti.
E poi, sul libro che vi ho segnalato, troverete informazioni sulla svendita di
utostade.... ecc. ecc. ecc.
Che squallore essere itaglioni. Io mi vergogno assai.
Buona lettura...
POTERE!!!!!!
Partita la campagna della sinistra per “salvare l’Italia”. Come “la macchina da guerra” di Occhetto
Ringalluzzita dall’importante “successo” riportato nel contribuire a far abbassare il rating del debito italiano da Standard&Poor’s, poi seguito dal declassamento di 7 banche nazionali, che ci costerà un quarantina di miliardi di euro di maggiori interessi, la sinistra italiana ha dato l’avvio alla campagna d’Italia per conquistare il governo del Paese. Chi segue questo blog sa, perché se ne è qui abbondantemente parlato, che gli unici responsabili del disastro nazionale cui stiamo assistendo è storicamente proprio la sinistra. Prima ci ha regalato l’indebitamento con i governi Craxi, Amato e Prodi: in tre la metà del totale in meno di 7 anni. Poi ha fatto in modo che il Paese perdesse faccia e credibilità entro e fuori i confini nazionali.
Complice un attuale governo che, preso da tanti problemi, per lavorare si “dimentica” di fare comunicazione e public relationship, molti italiani non conoscono la verità e non sanno chi li ha portati a questo punto. E se la prendono con l’esecutivo ora in carica. Bisogna riconoscere che la sinistra, pur non sapendo governare, pur non facendo altro che esercitare il potere solo per i suoi porci comodi e per conseguire personali vantaggi, diventa maestra quando si tratta di tramare nel buio. Stavolta è stato seguito lo schema di Fornaretto di Venezia. La sinistra viene da lontano: da una stagione storica che si è avviata con la campagna degli anni ’70 e delle Brigate Rosse per intimidire il Paese, riuscendoci, e che è stata conclusa dall’ultimo governo Prodi, che in tre anni ha vanificato tutto il lavoro fatto dal 1994 al 2008 per ridurre il deficit. Ha ammazzato il Paese, poi messo il “pugnale” in mano a chi era corso in aiuto dello stesso, dopodiché l’ignaro soccorritore, parliamo di Berlusconi, è stato preso come capro espiatorio e messo sotto processo. Per molta gente italica il Premier è il responsabile di tutti i danni in tutti i campi della vita politica, economica e sociale del Paese. E come il Fornaretto, deve ora cercare di liberarsi dalle accuse che gli piovono addosso da tutte le parti: dall’apparato mediatico nazionale, quasi completamente nelle mani della sinistra (checché se ne dica), e da tutte le Procure d’Italia per fatti perlopiù inconsistenti, pretestuosi o mai avvenuti. Con situazioni assolutamente paradossali: adesso è anche indagato col fratello Paolo perché il Giornale ha pubblicato il testo delle intercettazioni Fassino-Consorte. Peccato che in tutto questo bailamme passi in cavalleria il gravissimo reato a carico di Fassino e Consorte stessi, aggiotaggio per acquisire fraudolentemente una banca, ed il reato dei magistrati che divulgano ogni giorno le intercettazioni soggette a segreto istruttorio. Ma neanche tutte, bensì solo quelle che possono costituire prova a carico, mentre quelle a favore degli accusati misteriosamente scompaiono, come nel caso Tarantini.
Ritornando alla campagna d’Italia per la presa del potere, si segnala l’omissione su stampa e TV del fatto che si stiano valutando la posizione e le responsabilità di Vendola in Puglia nella gestione dissennata e clientelare della Sanità, dei Trasporti, delle Politiche Ambientali, della Regione. A proposito di Puglia: con la smania di denigrare l’Italia e di appoggiarsi a magistrati compiacenti per porre in atto la persecuzione giudiziaria del Premier e gettare il Paese nel caos – come platealmente ha dimostrato lo sciopero del 6 settembre – proponendosi poi come salvatrice della patria, la sinistra ha fatto accadere a livello locale ciò che era successo in ambito nazionale. Tra i potenziali investitori stranieri fuggiti inorriditi dall’Italia appena resisi conto dell’andazzo, ora c’è anche il colosso cinese GSF (Global Solar Fund) che ha sospeso l’investimento di 1 miliardo € per il parco voltaico nella provincia di Brindisi che aveva già ottenuto tutte le approvazioni necessarie. Chissà come sono contenti i brindisini, e quanto son grati a Vendola.
Sul fronte della propaganda, stanno circolando i risultati di sondaggi che dimostrerebbero che, nel consenso popolare, la sinistra sta 12 punti avanti al centrodestra, limitato a PDL e Lega. Chissà se a Casini, Mastella, Fini, ai Radicali hanno scritto una lettera per avvertirli che sono stati cooptati nel centro-sinistra o se i centristi lo scopriranno solo vivendo, dopo le elezioni.
Ma in campagna elettorale basterà svelare il vero volto della sinistra. Volto che è quello che, in Sardegna, ha permesso ai franchi tiratori del PD di affossare un provvedimento per ridurre da 80 a 50 i consiglieri regionali, alla faccia dello sbandierato consenso per la riduzione dei costi della politica. Che è quello di un sistema capillare di tangenti che vige da sempre a sinistra, dalla Puglia alla Brianza, che non conosce né limiti, né vergogna e che attualmente chiama in causa direttamente la segreteria politica del segretario nazionale del PD. Il volto di opportunisti squallidi, per i quali non esiste né dignità, né etica politica. Il volto di quelli che si “fanno strada” nel nostro Paese con coperture compiacenti e sostegni interessati, poi da ripagare, in tutti i campi dell’economia, dello spettacolo, della letteratura, dell’arte, del cinema e del teatro. Chi si schiera a sinistra è “bravo” a prescindere, gli altri sono rottami di una destra violenta e perversa. E si costruiscono i mostri alla De Benedetti, che ha buttato sul lastrico decine di migliaia di famiglie con i suoi giochetti delle tre carte in borsa. O alla Soru, il patron della Tiscali che sull’onda delle follie del “New Market”, mettendo mezza centralina in un sottoscala cagliaritano ed utilizzando la rete Telecom, ha messo in piedi una società che nei termini pubblicizzati esisteva solo nell’immaginario collettivo artatamente sollecitato. Una società che a forza di essere “gonfiata” da stampa compiacente è arrivata a capitalizzare in borsa più della Fiat, con azioni emesse a 0.50 €, collocate sul mercato a 5 € e schizzate a 1200 €, 2400 volte il valore di facciata! Giusto il tempo di specularci sopra e poi giù, a volatilizzare i risparmi di lavoratori e pensionati. Sapete quanto quotano oggi le Tiscali? No? Ve lo diciamo qui: 0,0469 €, un decimo del loro valore di facciata, con una oscillazione di 24.000 volte tra max e min. Com’era il fatto della speculazione di perversi capitalisti che la Sinistra combatterebbe a fianco dei lavoratori? E che fine ha fatto Soru? Sta in galera? No, è comunista con tanto di tessera, non si può. Ha fatto il presidente PD della Regione Sardegna e poi per sdebitarsi, tra tante altre cose, ora che è ricco sfondato s’è messo a fare l’editore dell’Unità, che tanto riceve i contributi statali.
Non siamo certi che quando racconteremo queste cose sui giornali, nelle piazze, a scuola, nei posti di lavoro, nei dibattiti televisivi, nei blog in rete, cioè quando la verità sarà svelata e spiegata, anche per quanto concerne i vigliacchi complotti che sostengono la persecuzione giudiziaria di cui è oggetto il premier, loro, senza i centristi, staranno 12 punti avanti alla destra. Noi, sinceramente pensiamo di no.
L’eclettico Benjamin Franklin, che era anche eccellente filosofo, una volta disse che “ si possono ingannare molti per qualche tempo, alcuni per molto tempo. Però non si possono ingannare tutti e per tutto il tempo”. Aveva ragione. Tanto per cominciare, tutti gli abitanti di Termoli che avevano la tessera dell’IdV l’hanno strappata dopo che Di Pietro ha raccomandato il figlio come “candidato forte” alle amministrative della Regione Molise. Senza dire delle nefandezze che ha perpetrato per far ottenere la tessera dell’Ordine dei Giornalisti alla figlia. Qualcosa da quelle parti comincia a muoversi: Vendola, Bersani/Penati, Fassino, la Unipol, le Cooperative rosse, Di Pietro. E poi dai, non piangiamoci addosso : accanto alle Toghe Rosse ci stanno tanti magistrati che lavorano sodo, senza tanta pubblicità, con serietà e competenza professionale, che onorano la categoria che altri infangano, alla fine non avranno sempre la meglio i peggiori.
Abbiamo un precedente che dovrebbe infonderci coraggio: la fine che la destra fece fare alla “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto nel 1994. Però una cosa è certa: dobbiamo darci da fare per non dargliela vinta: troppo importante la posta in gioco.
Ringalluzzita dall’importante “successo” riportato nel contribuire a far abbassare il rating del debito italiano da Standard&Poor’s, poi seguito dal declassamento di 7 banche nazionali, che ci costerà un quarantina di miliardi di euro di maggiori interessi, la sinistra italiana ha dato l’avvio alla campagna d’Italia per conquistare il governo del Paese. Chi segue questo blog sa, perché se ne è qui abbondantemente parlato, che gli unici responsabili del disastro nazionale cui stiamo assistendo è storicamente proprio la sinistra. Prima ci ha regalato l’indebitamento con i governi Craxi, Amato e Prodi: in tre la metà del totale in meno di 7 anni. Poi ha fatto in modo che il Paese perdesse faccia e credibilità entro e fuori i confini nazionali.
Complice un attuale governo che, preso da tanti problemi, per lavorare si “dimentica” di fare comunicazione e public relationship, molti italiani non conoscono la verità e non sanno chi li ha portati a questo punto. E se la prendono con l’esecutivo ora in carica. Bisogna riconoscere che la sinistra, pur non sapendo governare, pur non facendo altro che esercitare il potere solo per i suoi porci comodi e per conseguire personali vantaggi, diventa maestra quando si tratta di tramare nel buio. Stavolta è stato seguito lo schema di Fornaretto di Venezia. La sinistra viene da lontano: da una stagione storica che si è avviata con la campagna degli anni ’70 e delle Brigate Rosse per intimidire il Paese, riuscendoci, e che è stata conclusa dall’ultimo governo Prodi, che in tre anni ha vanificato tutto il lavoro fatto dal 1994 al 2008 per ridurre il deficit. Ha ammazzato il Paese, poi messo il “pugnale” in mano a chi era corso in aiuto dello stesso, dopodiché l’ignaro soccorritore, parliamo di Berlusconi, è stato preso come capro espiatorio e messo sotto processo. Per molta gente italica il Premier è il responsabile di tutti i danni in tutti i campi della vita politica, economica e sociale del Paese. E come il Fornaretto, deve ora cercare di liberarsi dalle accuse che gli piovono addosso da tutte le parti: dall’apparato mediatico nazionale, quasi completamente nelle mani della sinistra (checché se ne dica), e da tutte le Procure d’Italia per fatti perlopiù inconsistenti, pretestuosi o mai avvenuti. Con situazioni assolutamente paradossali: adesso è anche indagato col fratello Paolo perché il Giornale ha pubblicato il testo delle intercettazioni Fassino-Consorte. Peccato che in tutto questo bailamme passi in cavalleria il gravissimo reato a carico di Fassino e Consorte stessi, aggiotaggio per acquisire fraudolentemente una banca, ed il reato dei magistrati che divulgano ogni giorno le intercettazioni soggette a segreto istruttorio. Ma neanche tutte, bensì solo quelle che possono costituire prova a carico, mentre quelle a favore degli accusati misteriosamente scompaiono, come nel caso Tarantini.
Ritornando alla campagna d’Italia per la presa del potere, si segnala l’omissione su stampa e TV del fatto che si stiano valutando la posizione e le responsabilità di Vendola in Puglia nella gestione dissennata e clientelare della Sanità, dei Trasporti, delle Politiche Ambientali, della Regione. A proposito di Puglia: con la smania di denigrare l’Italia e di appoggiarsi a magistrati compiacenti per porre in atto la persecuzione giudiziaria del Premier e gettare il Paese nel caos – come platealmente ha dimostrato lo sciopero del 6 settembre – proponendosi poi come salvatrice della patria, la sinistra ha fatto accadere a livello locale ciò che era successo in ambito nazionale. Tra i potenziali investitori stranieri fuggiti inorriditi dall’Italia appena resisi conto dell’andazzo, ora c’è anche il colosso cinese GSF (Global Solar Fund) che ha sospeso l’investimento di 1 miliardo € per il parco voltaico nella provincia di Brindisi che aveva già ottenuto tutte le approvazioni necessarie. Chissà come sono contenti i brindisini, e quanto son grati a Vendola.
Sul fronte della propaganda, stanno circolando i risultati di sondaggi che dimostrerebbero che, nel consenso popolare, la sinistra sta 12 punti avanti al centrodestra, limitato a PDL e Lega. Chissà se a Casini, Mastella, Fini, ai Radicali hanno scritto una lettera per avvertirli che sono stati cooptati nel centro-sinistra o se i centristi lo scopriranno solo vivendo, dopo le elezioni.
Ma in campagna elettorale basterà svelare il vero volto della sinistra. Volto che è quello che, in Sardegna, ha permesso ai franchi tiratori del PD di affossare un provvedimento per ridurre da 80 a 50 i consiglieri regionali, alla faccia dello sbandierato consenso per la riduzione dei costi della politica. Che è quello di un sistema capillare di tangenti che vige da sempre a sinistra, dalla Puglia alla Brianza, che non conosce né limiti, né vergogna e che attualmente chiama in causa direttamente la segreteria politica del segretario nazionale del PD. Il volto di opportunisti squallidi, per i quali non esiste né dignità, né etica politica. Il volto di quelli che si “fanno strada” nel nostro Paese con coperture compiacenti e sostegni interessati, poi da ripagare, in tutti i campi dell’economia, dello spettacolo, della letteratura, dell’arte, del cinema e del teatro. Chi si schiera a sinistra è “bravo” a prescindere, gli altri sono rottami di una destra violenta e perversa. E si costruiscono i mostri alla De Benedetti, che ha buttato sul lastrico decine di migliaia di famiglie con i suoi giochetti delle tre carte in borsa. O alla Soru, il patron della Tiscali che sull’onda delle follie del “New Market”, mettendo mezza centralina in un sottoscala cagliaritano ed utilizzando la rete Telecom, ha messo in piedi una società che nei termini pubblicizzati esisteva solo nell’immaginario collettivo artatamente sollecitato. Una società che a forza di essere “gonfiata” da stampa compiacente è arrivata a capitalizzare in borsa più della Fiat, con azioni emesse a 0.50 €, collocate sul mercato a 5 € e schizzate a 1200 €, 2400 volte il valore di facciata! Giusto il tempo di specularci sopra e poi giù, a volatilizzare i risparmi di lavoratori e pensionati. Sapete quanto quotano oggi le Tiscali? No? Ve lo diciamo qui: 0,0469 €, un decimo del loro valore di facciata, con una oscillazione di 24.000 volte tra max e min. Com’era il fatto della speculazione di perversi capitalisti che la Sinistra combatterebbe a fianco dei lavoratori? E che fine ha fatto Soru? Sta in galera? No, è comunista con tanto di tessera, non si può. Ha fatto il presidente PD della Regione Sardegna e poi per sdebitarsi, tra tante altre cose, ora che è ricco sfondato s’è messo a fare l’editore dell’Unità, che tanto riceve i contributi statali.
Non siamo certi che quando racconteremo queste cose sui giornali, nelle piazze, a scuola, nei posti di lavoro, nei dibattiti televisivi, nei blog in rete, cioè quando la verità sarà svelata e spiegata, anche per quanto concerne i vigliacchi complotti che sostengono la persecuzione giudiziaria di cui è oggetto il premier, loro, senza i centristi, staranno 12 punti avanti alla destra. Noi, sinceramente pensiamo di no.
L’eclettico Benjamin Franklin, che era anche eccellente filosofo, una volta disse che “ si possono ingannare molti per qualche tempo, alcuni per molto tempo. Però non si possono ingannare tutti e per tutto il tempo”. Aveva ragione. Tanto per cominciare, tutti gli abitanti di Termoli che avevano la tessera dell’IdV l’hanno strappata dopo che Di Pietro ha raccomandato il figlio come “candidato forte” alle amministrative della Regione Molise. Senza dire delle nefandezze che ha perpetrato per far ottenere la tessera dell’Ordine dei Giornalisti alla figlia. Qualcosa da quelle parti comincia a muoversi: Vendola, Bersani/Penati, Fassino, la Unipol, le Cooperative rosse, Di Pietro. E poi dai, non piangiamoci addosso : accanto alle Toghe Rosse ci stanno tanti magistrati che lavorano sodo, senza tanta pubblicità, con serietà e competenza professionale, che onorano la categoria che altri infangano, alla fine non avranno sempre la meglio i peggiori.
Abbiamo un precedente che dovrebbe infonderci coraggio: la fine che la destra fece fare alla “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto nel 1994. Però una cosa è certa: dobbiamo darci da fare per non dargliela vinta: troppo importante la posta in gioco.
Hanno boicottato l'Italia, credendo di impadronirsi del Potere!
Tangentopoli chiusa prima che fosse travolto il PCI”
Tangentopoli? Una farsa. Uno scandalo scoppiato quando è stato deciso a tavolino che era arrivato il momento giusto. E dissoltosi quando stava per essere tirato dentro il Pci. Semplice coincidenza? Difficile da credere.
Questa è l’opinione di Elisabetta Magni, l’imprenditrice che denunciando Mario Chiesa ha creato i presupposti per avviare l’inchiesta. Nessuno si ricorda di lei e di suo fratello Luca, all’epoca titolari di un’impresa di pulizie. Eppure sono stati loro i primi ad aver denunciato Mario Chiesa, il presidente del famoso ospizio per anziani Pio Albergo Trivulzio, scatenando la famosa reazione a catena del ’92. In cambio nessun ringraziamento, solo telefonate minatorie, accuse, perdita dei clienti sino al fallimento avvenuto appena due anni dopo.
Persino la fede politica dei due fratelli, entrambi iscritti al Msi, è stata considerata una “colpa”.
A vent’anni di distanza, Elisabetta Magni ricorda quei tempi e qualche sospetto le viene: innanzitutto che non siano stati veramente loro i primi a denunciare un sistema, ma solo i primi ad essere ascoltati perché era il momento giusto per rovesciare una classe politica. E poi, che le indagini non siano andate fino in fondo. Per non tirare dentro il Pci, appunto.
Elisabetta Magni, nel 1992 scoppiava lo scandalo Tangentopoli, tutto è cominciato con una denuncia contro il presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa. Pochi sanno chi ha sporto quella denuncia. Cosa è accaduto in quei giorni?
Io e mio fratello Luca avevamo una piccola impresa di pulizie a conduzione familiare, l’ILPI, Impresa Lombarda Pulizie Industriali. Nel 1989 abbiamo cominciato a lavorare per il Pio Albergo Trivulzio. Ad un certo punto Mario Chiesa ci chiama e ci dice che dovevamo versare il 10% dei ricavi del nostro lavoro, compreso quello svolto negli anni precedenti. Una stecca. All’inizio abbiamo accettato, non potevamo rifiutare: avevamo già fatto debiti per acquistare le attrezzature, assumere gli operai. Il sistema di ricatto era molto efficace: non mi dai la tangente, non ti pago le fatture. Funzionava così per tutte le aziende che lavoravano per il Pio Albergo Trivulzio, comprese le pompe funebri. Bisognava pagare per lavorare, assurdo. Abbiamo deciso di rivolgerci alla magistratura in un momento in cui io ero ricoverata all’ospedale e Luca ha chiamato Chiesa avvertendo che non avrebbe potuto pagare la tangente in tempo. Chiesa non ha voluto sentire ragioni, inoltre voleva in anticipo il 10% del lavoro di un intero anno: 14 milioni su 140 milioni, per noi davvero troppo. Mio fratello ha sporto denuncia ai carabinieri, è stato messo in contatto con il pm Antonio Di Pietro e ricevuto in Procura. Ha deposto e poi sono state segnate le banconote che avrebbero incastrato Chiesa. Luca si è presentato microfonato con 7 milioni al posto di 14: quando Chiesa ha intascato, le Forze dell’ordine sono intervenute.
Dal punto di vista personale cosa è cambiato? E per la vostra azienda?
Prima fatturavamo più di un miliardo all’anno. L’anno dopo siamo arrivati a malapena a 200 milioni. I clienti cominciavano ad abbandonarci, anche con le scuse più banali. Tutti si sono sentiti coinvolti in quel sistema o ritenevano di avere degli amici coinvolti. E la nostra denuncia è piaciuta a pochi. Abbiamo ricevuto telefonate minatorie, spesso ci accusavano di voler attuare un golpe fascista solo perché io e mio fratello eravamo iscritti al Msi. Ma cosa c’entrava il golpe? La denuncia l’abbiamo fatta solo per noi. Dopo due anni l’azienda è fallita, mio fratello ne ha aperta un’altra intestata a nostra madre per non far risultare i nostri nomi. Dopo un po’, per fortuna, gli affari hanno ricominciato ad andare bene e adesso la nuova impresa è ben avviata.
Alla luce di quello che è successo in seguito, rifareste tutto?
L’abbiamo fatto solo per noi, a titolo personale, Luca ed Elisabetta Magni. Non immaginavamo nemmeno, non potevamo sapere quello che sarebbe successo dopo. Ma non posso credere che siamo stati i primi, gli unici a denunciare. Il sistema lo conoscevano quasi tutti, negli anni ‘70 si cantavano addirittura canzoncine sui socialisti che prendevano le tangenti. “Socialisti forchette nazionali” era uno slogan preso da una canzone degli Amici del Vento. Se la nostra denuncia ha avuto un seguito, evidentemente in quel momento andava bene far scoppiare lo scandalo. Non si può dire che giustizia sia stata fatta, ma noi rifaremmo tutto. Probabilmente qualcun altro l’aveva già fatto prima, senza essere ascoltato.
Molti sostengono proprio che giustizia non sia stata fatta, e che abbiano pagato soltanto alcuni.
Assolutamente vero, hanno pagato solo tre o quattro disgraziati. Inoltre da allora non ho mai più visto un processo, nonostante le tangenti siano state tutt’altro che debellate. Soltanto recentemente Mario Chiesa è finito ancora nei guai per una questione di rifiuti e nettezza urbana, ma non ho altre notizie. Questo significa che pure Chiesa si è riciclato in un altro ambiente. E che Tangentopoli è stata uno specchietto per le allodole.
Chi altro avrebbe dovuto pagare?
Il nostro avvocato e amico di famiglia un giorno ci ha detto: “Vedrete che quando sarà il momento di tirare dentro all’inchiesta il Pci, tutto si fermerà”. In effetti è andata proprio così, appena il Pci è stato sfiorato non si è più parlato di Tangentopoli. (Francesco Saverio Borrelli, Gherardo Colombo e Gerardo D’Ambrosio, tre tra i principali protagonisti del pool Mani pulite, erano iscritti a Magistratura Democratica n.d.r.)
L’attuale scenario politico fa rimpiangere quello precedente a Tangentopoli?
Non lo fa rimpiangere né è migliore: è semplicemente rimasto uguale. Quelli del Psi, ad esempio, si sono mischiati un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Speravo in un cambiamento nella seconda Repubblica, che non c’è stato. Ma ci sono anche lati positivi: nella Prima Repubblica era impensabile che un missino come La Russa facesse il ministro. Destra e sinistra erano tagliate fuori.
Tangentopoli? Una farsa. Uno scandalo scoppiato quando è stato deciso a tavolino che era arrivato il momento giusto. E dissoltosi quando stava per essere tirato dentro il Pci. Semplice coincidenza? Difficile da credere.
Questa è l’opinione di Elisabetta Magni, l’imprenditrice che denunciando Mario Chiesa ha creato i presupposti per avviare l’inchiesta. Nessuno si ricorda di lei e di suo fratello Luca, all’epoca titolari di un’impresa di pulizie. Eppure sono stati loro i primi ad aver denunciato Mario Chiesa, il presidente del famoso ospizio per anziani Pio Albergo Trivulzio, scatenando la famosa reazione a catena del ’92. In cambio nessun ringraziamento, solo telefonate minatorie, accuse, perdita dei clienti sino al fallimento avvenuto appena due anni dopo.
Persino la fede politica dei due fratelli, entrambi iscritti al Msi, è stata considerata una “colpa”.
A vent’anni di distanza, Elisabetta Magni ricorda quei tempi e qualche sospetto le viene: innanzitutto che non siano stati veramente loro i primi a denunciare un sistema, ma solo i primi ad essere ascoltati perché era il momento giusto per rovesciare una classe politica. E poi, che le indagini non siano andate fino in fondo. Per non tirare dentro il Pci, appunto.
Elisabetta Magni, nel 1992 scoppiava lo scandalo Tangentopoli, tutto è cominciato con una denuncia contro il presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa. Pochi sanno chi ha sporto quella denuncia. Cosa è accaduto in quei giorni?
Io e mio fratello Luca avevamo una piccola impresa di pulizie a conduzione familiare, l’ILPI, Impresa Lombarda Pulizie Industriali. Nel 1989 abbiamo cominciato a lavorare per il Pio Albergo Trivulzio. Ad un certo punto Mario Chiesa ci chiama e ci dice che dovevamo versare il 10% dei ricavi del nostro lavoro, compreso quello svolto negli anni precedenti. Una stecca. All’inizio abbiamo accettato, non potevamo rifiutare: avevamo già fatto debiti per acquistare le attrezzature, assumere gli operai. Il sistema di ricatto era molto efficace: non mi dai la tangente, non ti pago le fatture. Funzionava così per tutte le aziende che lavoravano per il Pio Albergo Trivulzio, comprese le pompe funebri. Bisognava pagare per lavorare, assurdo. Abbiamo deciso di rivolgerci alla magistratura in un momento in cui io ero ricoverata all’ospedale e Luca ha chiamato Chiesa avvertendo che non avrebbe potuto pagare la tangente in tempo. Chiesa non ha voluto sentire ragioni, inoltre voleva in anticipo il 10% del lavoro di un intero anno: 14 milioni su 140 milioni, per noi davvero troppo. Mio fratello ha sporto denuncia ai carabinieri, è stato messo in contatto con il pm Antonio Di Pietro e ricevuto in Procura. Ha deposto e poi sono state segnate le banconote che avrebbero incastrato Chiesa. Luca si è presentato microfonato con 7 milioni al posto di 14: quando Chiesa ha intascato, le Forze dell’ordine sono intervenute.
Dal punto di vista personale cosa è cambiato? E per la vostra azienda?
Prima fatturavamo più di un miliardo all’anno. L’anno dopo siamo arrivati a malapena a 200 milioni. I clienti cominciavano ad abbandonarci, anche con le scuse più banali. Tutti si sono sentiti coinvolti in quel sistema o ritenevano di avere degli amici coinvolti. E la nostra denuncia è piaciuta a pochi. Abbiamo ricevuto telefonate minatorie, spesso ci accusavano di voler attuare un golpe fascista solo perché io e mio fratello eravamo iscritti al Msi. Ma cosa c’entrava il golpe? La denuncia l’abbiamo fatta solo per noi. Dopo due anni l’azienda è fallita, mio fratello ne ha aperta un’altra intestata a nostra madre per non far risultare i nostri nomi. Dopo un po’, per fortuna, gli affari hanno ricominciato ad andare bene e adesso la nuova impresa è ben avviata.
Alla luce di quello che è successo in seguito, rifareste tutto?
L’abbiamo fatto solo per noi, a titolo personale, Luca ed Elisabetta Magni. Non immaginavamo nemmeno, non potevamo sapere quello che sarebbe successo dopo. Ma non posso credere che siamo stati i primi, gli unici a denunciare. Il sistema lo conoscevano quasi tutti, negli anni ‘70 si cantavano addirittura canzoncine sui socialisti che prendevano le tangenti. “Socialisti forchette nazionali” era uno slogan preso da una canzone degli Amici del Vento. Se la nostra denuncia ha avuto un seguito, evidentemente in quel momento andava bene far scoppiare lo scandalo. Non si può dire che giustizia sia stata fatta, ma noi rifaremmo tutto. Probabilmente qualcun altro l’aveva già fatto prima, senza essere ascoltato.
Molti sostengono proprio che giustizia non sia stata fatta, e che abbiano pagato soltanto alcuni.
Assolutamente vero, hanno pagato solo tre o quattro disgraziati. Inoltre da allora non ho mai più visto un processo, nonostante le tangenti siano state tutt’altro che debellate. Soltanto recentemente Mario Chiesa è finito ancora nei guai per una questione di rifiuti e nettezza urbana, ma non ho altre notizie. Questo significa che pure Chiesa si è riciclato in un altro ambiente. E che Tangentopoli è stata uno specchietto per le allodole.
Chi altro avrebbe dovuto pagare?
Il nostro avvocato e amico di famiglia un giorno ci ha detto: “Vedrete che quando sarà il momento di tirare dentro all’inchiesta il Pci, tutto si fermerà”. In effetti è andata proprio così, appena il Pci è stato sfiorato non si è più parlato di Tangentopoli. (Francesco Saverio Borrelli, Gherardo Colombo e Gerardo D’Ambrosio, tre tra i principali protagonisti del pool Mani pulite, erano iscritti a Magistratura Democratica n.d.r.)
L’attuale scenario politico fa rimpiangere quello precedente a Tangentopoli?
Non lo fa rimpiangere né è migliore: è semplicemente rimasto uguale. Quelli del Psi, ad esempio, si sono mischiati un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Speravo in un cambiamento nella seconda Repubblica, che non c’è stato. Ma ci sono anche lati positivi: nella Prima Repubblica era impensabile che un missino come La Russa facesse il ministro. Destra e sinistra erano tagliate fuori.
domenica 9 ottobre 2011
BRITANNIA
Come è stata svenduta l’Italia
Il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia (…) si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d'Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell'Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell'Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c'erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.
La stampa martellava su "Mani pulite", facendo intendere che da quell'evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.
Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell'Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.
Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l'élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.
L'inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell'élite. L'incarico di far crollare l'economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.
Soros ebbe l'incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall'élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni. (…)
Gli attacchi all'economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell'élite. (…)
Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l'agenzia di rating, Standard & Poor's, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti. (…)
Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all'élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.
Agli italiani venne dato il contentino di "Mani Pulite", che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.
A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia.
Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come "autorevoli" (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell'interesse di questa élite, e non in quello del paese.
Il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia (…) si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d'Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell'Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell'Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c'erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.
La stampa martellava su "Mani pulite", facendo intendere che da quell'evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.
Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell'Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.
Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l'élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.
L'inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell'élite. L'incarico di far crollare l'economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.
Soros ebbe l'incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall'élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni. (…)
Gli attacchi all'economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell'élite. (…)
Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l'agenzia di rating, Standard & Poor's, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti. (…)
Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all'élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.
Agli italiani venne dato il contentino di "Mani Pulite", che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.
A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia.
Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come "autorevoli" (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell'interesse di questa élite, e non in quello del paese.
I TRADITORI DEL CENTRODESTRA!!!!!
LA CONGIURA CONTRO BERLUSCONI ESISTEVA E OGGI E' MANIFESTA !
Chi berciava contro Silvio Berlusconi circa la sua mania di persecuzione da oggi deve tacere.
Perchè non solo esiste ma è manifesta e, travalicando la legge ed il diritto, si configura come un
vero e proprio tentativo di colpo di stato. Attuato per mezzo di quell'asse politico-giudiziario nato
nel 1988 e siglato da Giuliano Vassalli.
Eh, si ! Perchè sono del parere che tutti i tentativi mediatico-giudiziari (oltrechè di politica di basso rango) cui assistiamo da 18 anni non colpiscono solo il cittadino Berlusconi ma, anche e soprattutto, il Primo Ministro della Repubblica Italiana.
Democraticamente eletto dal Popolo Italiano.
Quello stesso Popolo Italiano a cui deve rispondere per i suoi atti un ordinamento giudiziario CUI
NESSUNO HA CONFERITO IL POTERE DI TENTARE DI RIBALTARE UN VOTO DEMOCRATICAMENTE ESPRESSO !
E' pur vero che la toga deve essere responsabile SOLO di fronte alla legge.
MA NON LA PUO' VIOLARE !
E' pur vero che la toga deve essere libera ed indipendente.
MA NON GLI E' CONCESSO L'ARBITRIO O LA PREVARICAZIONE !
Tantomeno se il bersaglio è un'alta carica dello Stato !
Da troppo tempo gli Italiani assistono impotenti sia a violazioni del diritto, che ad arbitrio, che a prevaricazioni, che a negligenze inescusabili da parte di certi personaggi che, solo per il fatto di indossare una toga, si sentono investiti di potere divino. Che ha prodotto guasti e danni incalcolabili in primis ai cittadini italiani (con 4 MILIONI DI INNOCENTI INCARCERATI, oltre 1000 MORTI SUICIDI in carcere e fuori, e 12 MILIONI DI CITTADINI ROVINATI ) e poi alla stessa Repubblica e al suo tessuto sociale. E i cui danni NON SONO MAI STATI RISARCITI DA ALCUNO.
Ebbene: da cittadino Italiano e da elettore di questo Governo dico che non è ulteriormente derogabile l'approvazione di una legge che imponga al magistrato il risarcimento DIRETTO del danno cagionato
nell'esercizio delle proprie funzioni a chiunque e a qualsiasi titolo.
La legge che vale per noi DEVE essere applicata anche nei loro confronti !
Senza ulteriori proroghe, tentennamenti e tentativi di inciucio di Finiana memoria.
E nonostante i piagnistei da coccodrillo sull'attentato all'indipendenza e libertà della
magistratura.
Le toghe resteranno libere ed indipendenti ma senza scadere nell'arbitrio, nell'abuso e nell'irresponsabilità. E, sempre da cittadino-elettore MI TROVO ASSOLUTAMENTE D'ACCORDO COL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CHE PUNTA ALL'ISTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE D'INCHIESTA con potere sanzionatorio nei confronti del magistrato e che tale prerogativa non sia più monopolio del CSM.
Come a tutt'oggi accade.
In attesa di riformare costituzionalmente tale organo che si è dimostrato non confacente alle esigenze della Repubblica.
L'Italia, lo Stato, la Repubblica DEVE VIVERE E PROSPERARE IN FUNZIONE DEL POPOLO ITALIANO E NON DELL'ORDINAMENTO GIUDIZIARIO, DEI SUOI IMMERITATI PRIVILEGI E DELLA SUA ALTRETTANTO IMMERITATA E TOTALE IMPUNITA' !
Mi sembra di rivedere le azioni condotte a suo tempo contro l'ex Presidente della Repubblica Giovanni Leone. La tecnica è identica ma IL RISULTATO NEL CASO DEL PRESIDENTE BERLUSCONI SARA' MOLTO DIVERSO.
Perchè questa raffazzonata brigata di allegri compagni ha raggiunto i risultati opposti a quelli che si era prefissi:
A) Non sono riusciti ad impiccare il nostro Primo Ministro a Piazzale Loreto. E neanche a Palazzo Grazioli.
Nonostante le bordate giudiziarie, i siluri, lo smercio di atti riservati e gli abusi reiterati.
Ancora impuniti. Nonostante il determinante intervento di una tal Miriam Bartolini, ignota al mondo,
ma ben conosciuta col suo pseudonimo di Veronica Lario.
Nonostante l'arruolamento di battone professioniste e pentiti.
Nonostante l'arruolamento di delinquenti e terroristi giunti persino a tentare di assediarlo in casa e a
mettere a ferro e fuoco Roma il 14 Dicembre del 2010.
Col risultato di rafforzare la gente comune nell'idea che non solo vi è del marcio e di antidemocratico
nell'opposizione ma anche e soprattuto nei suoi puntelli giudiziari !
B) Non essendo riusciti ad impiccarlo hanno provato a mettergli le manette per ribaltonarlo in qualche
patria galera abusando in maniera invereconda dell'istituto delle intercettazioni, dell'uso scriteriato
di pentiti e gente di malaffare ( LA STESSA TECNICA USATA CONTRO ENZO TORTORA E I
PIU' STRETTI COLLABORATORI DI FALCONE E BORSELLINO !) .
Infarcendo questo abominevole teatrino con invenzioni e giravolte giudiziare che hanno
scandalizzato l'Italia e il mondo !
Col risultato che gli italiani (salvo una minoranza di manettari cresciuti ed indottrinati da tribuni
mediatici e dalle loro promanazioni presenti su una stampa priva di credibilità e decoro
professionale) non nutrono la benchè minima fiducia nella giustizia.
Col risultato di porre l'apparato giudiziario italiano all'attenzione di Stati come U.S.A. e Inghiltera
dove certi abusi ed arbitrii contro una carica governativa vengono puniti con licenziamento e/o
galera.
C) Hanno tentato di screditarlo a livello internazionale con una campagna diffamatoria senza precedenti
che ha lasciato interdetti i governi democratici di tutto il globo terracqueo.
Col risultato di rinforzare il suo prestigio personale e la sua credibilità assieme a quella del
Governo nella sua azione di contrasto ad una crisi che (repetita iuvant !) E' GLOBALE E NON
CERTAMENTE OPERA DI BERLUSCONI SILVIO.
D) Siamo giunti al punto di scoprire CHE ALL'INTERNO DEL PDL E DELLO STESSO GOVERNO si
annidava, pasciuta e protetta, una brigata di traditori che ha il suo capo-bastone insediato, ormai del
tutto abusivamente, sulla poltrona della Presidenza della Camera.
E con la sua sodale più pericolosa alla Presidenza della Commissione Giustizia.
Nei cui cassetti giacciono insabbiate (MA NON PER MOLTO !) le proposte di legge per la revisione
della Legge Vassalli (quella su cui si basa l'impunità e l'irresponsabilità del magistrato), quella sulle
sanzioni nell'abuso dell'istituto delle intercettazioni e quella sull'abuso dell'istituto della
carcerazione preventiva.
Una bella responsabilità quella del FLI. Di fronte NON SOLO ALL'ELETTORATO PDL (di cui ha tradito il mandato elettorale !) MA DI FRONTE A TUTTO IL POPOLO ITALIANO.
Popolo Italiano che SOLO OGGI viene a conoscenza della portata delle criminali nefandezze ed omissioni poste in essere da questi politici in connivenza con l'opposizione e i suoi sodali in toga e non.
Veniamo a conoscenza di intrighi, pastrocchi e inciuci posti in essere da personaggi come Beppe Pisanu, Claudio Scajola, GianGiuda Fini e il resto dei "Congiurati da Pizzeria". I cialtroni del Nuovo Compromesso Storico !
qualcuno
(specialmente qualche straccione in toga che nelle sue mail progettava la
"sistemazione" degli elettori del PDL dopo aver fatto fuori il
Premier !) nutre la pia speranza che il nostro silenzio sia sintomo di timore e rassegnazione sbaglia ! E di Grosso !
Le priorità degli Italiani sono:
L'essere liberati dalla malagiustizia e dai suoi guasti.
L'essere liberati da tasse inique ed universalmente invise come il canone RAI o il bollo auto.
L'essere liberati dalla protervia di Equitalia (retaggio di una sinistra infame e sfruttatrice che con Visco e Padoa-Schioppa ha raggiunto lo stato dell'arte della persecuzione fiscale !).
L'essere liberati dall'assistenzialismo nei confronti di regioni che da sempre vegetano ed erodono le risorse dello Stato costringendo metà degli Italiani a mantenere l'altra metà.
L'essere liberati da personaggi inutili ed anacronistici come Marcegaglia o Camusso: una jattura per lo sviluppo e per tutti i lavoratori con voglia di lavorare !
L'essere liberati dai guardoni di Stato che hanno ridotto l'Italia ad una fotocopia della Germania dell'Est.
Ma neanche la Stasi arrivò agli abrobri e agli abusi cui abbiamo assistito in Italia ! NEANCHE LA STASI ! Queste sono le principali priorità degli italiani: SCRITTE SUL PROGRAMMA ELETTORALE !
Non certo quelle propugnate dai quattro cialtroni che si sono arrogati il diritto di ribaltare il Governo con mezzi illeciti e al limite del golpe !!
Scajola, Pisanu, Bongiorno,Fini, Pompino,Bersani, Casini, Vendola, Mario Monti ... chi sono ?
Quelli che brigano per una poltrona. Non certo per il bene degli Italiani.
Italiani a cui non interessa di certo la nuova legge elettorale (fuorchè alla minoranza di sinistra).
A cui NON INTERESSA CHE SI RINCORRA E SI PERDA TEMPO dietro a riforme costituzionali ormai inattuabili per mera mancanza di tempo. Tempo perso a parare i fendenti delle toghe !
A cui interessa ancor meno sapere se Ruby era una puttana minorenne o maggiorenne.
Lo sappiamo bene cos'era : UNA PUTTANA SPACCIATASI PER PERSONA IMPORTANTE !Naturalmente le nostre toghe non perseguono una puttana bugiarda ma chi l'aiuta !E ci costruiscono sopra l'ennesimo attacco. Sputtanando centinaia di milioni di pubblico denaro
che sarebbe stato ETICO-MORALE- E- GIUSTO utilizzare per scopi ben più nobili !
Ho idea che con questi presupposti non sarà il Presidente Berlusconi a fare il "passo
indietro" ma i suoi detrattori a fare un passo avanti. In un bel burrone sul fondo del quale troveranno solo ignominia, disonore e oblìo.
E saremo noi elettori a dargli lo spintone. Altro che spallate e scosse !
Chi berciava contro Silvio Berlusconi circa la sua mania di persecuzione da oggi deve tacere.
Perchè non solo esiste ma è manifesta e, travalicando la legge ed il diritto, si configura come un
vero e proprio tentativo di colpo di stato. Attuato per mezzo di quell'asse politico-giudiziario nato
nel 1988 e siglato da Giuliano Vassalli.
Eh, si ! Perchè sono del parere che tutti i tentativi mediatico-giudiziari (oltrechè di politica di basso rango) cui assistiamo da 18 anni non colpiscono solo il cittadino Berlusconi ma, anche e soprattutto, il Primo Ministro della Repubblica Italiana.
Democraticamente eletto dal Popolo Italiano.
Quello stesso Popolo Italiano a cui deve rispondere per i suoi atti un ordinamento giudiziario CUI
NESSUNO HA CONFERITO IL POTERE DI TENTARE DI RIBALTARE UN VOTO DEMOCRATICAMENTE ESPRESSO !
E' pur vero che la toga deve essere responsabile SOLO di fronte alla legge.
MA NON LA PUO' VIOLARE !
E' pur vero che la toga deve essere libera ed indipendente.
MA NON GLI E' CONCESSO L'ARBITRIO O LA PREVARICAZIONE !
Tantomeno se il bersaglio è un'alta carica dello Stato !
Da troppo tempo gli Italiani assistono impotenti sia a violazioni del diritto, che ad arbitrio, che a prevaricazioni, che a negligenze inescusabili da parte di certi personaggi che, solo per il fatto di indossare una toga, si sentono investiti di potere divino. Che ha prodotto guasti e danni incalcolabili in primis ai cittadini italiani (con 4 MILIONI DI INNOCENTI INCARCERATI, oltre 1000 MORTI SUICIDI in carcere e fuori, e 12 MILIONI DI CITTADINI ROVINATI ) e poi alla stessa Repubblica e al suo tessuto sociale. E i cui danni NON SONO MAI STATI RISARCITI DA ALCUNO.
Ebbene: da cittadino Italiano e da elettore di questo Governo dico che non è ulteriormente derogabile l'approvazione di una legge che imponga al magistrato il risarcimento DIRETTO del danno cagionato
nell'esercizio delle proprie funzioni a chiunque e a qualsiasi titolo.
La legge che vale per noi DEVE essere applicata anche nei loro confronti !
Senza ulteriori proroghe, tentennamenti e tentativi di inciucio di Finiana memoria.
E nonostante i piagnistei da coccodrillo sull'attentato all'indipendenza e libertà della
magistratura.
Le toghe resteranno libere ed indipendenti ma senza scadere nell'arbitrio, nell'abuso e nell'irresponsabilità. E, sempre da cittadino-elettore MI TROVO ASSOLUTAMENTE D'ACCORDO COL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CHE PUNTA ALL'ISTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE D'INCHIESTA con potere sanzionatorio nei confronti del magistrato e che tale prerogativa non sia più monopolio del CSM.
Come a tutt'oggi accade.
In attesa di riformare costituzionalmente tale organo che si è dimostrato non confacente alle esigenze della Repubblica.
L'Italia, lo Stato, la Repubblica DEVE VIVERE E PROSPERARE IN FUNZIONE DEL POPOLO ITALIANO E NON DELL'ORDINAMENTO GIUDIZIARIO, DEI SUOI IMMERITATI PRIVILEGI E DELLA SUA ALTRETTANTO IMMERITATA E TOTALE IMPUNITA' !
Mi sembra di rivedere le azioni condotte a suo tempo contro l'ex Presidente della Repubblica Giovanni Leone. La tecnica è identica ma IL RISULTATO NEL CASO DEL PRESIDENTE BERLUSCONI SARA' MOLTO DIVERSO.
Perchè questa raffazzonata brigata di allegri compagni ha raggiunto i risultati opposti a quelli che si era prefissi:
A) Non sono riusciti ad impiccare il nostro Primo Ministro a Piazzale Loreto. E neanche a Palazzo Grazioli.
Nonostante le bordate giudiziarie, i siluri, lo smercio di atti riservati e gli abusi reiterati.
Ancora impuniti. Nonostante il determinante intervento di una tal Miriam Bartolini, ignota al mondo,
ma ben conosciuta col suo pseudonimo di Veronica Lario.
Nonostante l'arruolamento di battone professioniste e pentiti.
Nonostante l'arruolamento di delinquenti e terroristi giunti persino a tentare di assediarlo in casa e a
mettere a ferro e fuoco Roma il 14 Dicembre del 2010.
Col risultato di rafforzare la gente comune nell'idea che non solo vi è del marcio e di antidemocratico
nell'opposizione ma anche e soprattuto nei suoi puntelli giudiziari !
B) Non essendo riusciti ad impiccarlo hanno provato a mettergli le manette per ribaltonarlo in qualche
patria galera abusando in maniera invereconda dell'istituto delle intercettazioni, dell'uso scriteriato
di pentiti e gente di malaffare ( LA STESSA TECNICA USATA CONTRO ENZO TORTORA E I
PIU' STRETTI COLLABORATORI DI FALCONE E BORSELLINO !) .
Infarcendo questo abominevole teatrino con invenzioni e giravolte giudiziare che hanno
scandalizzato l'Italia e il mondo !
Col risultato che gli italiani (salvo una minoranza di manettari cresciuti ed indottrinati da tribuni
mediatici e dalle loro promanazioni presenti su una stampa priva di credibilità e decoro
professionale) non nutrono la benchè minima fiducia nella giustizia.
Col risultato di porre l'apparato giudiziario italiano all'attenzione di Stati come U.S.A. e Inghiltera
dove certi abusi ed arbitrii contro una carica governativa vengono puniti con licenziamento e/o
galera.
C) Hanno tentato di screditarlo a livello internazionale con una campagna diffamatoria senza precedenti
che ha lasciato interdetti i governi democratici di tutto il globo terracqueo.
Col risultato di rinforzare il suo prestigio personale e la sua credibilità assieme a quella del
Governo nella sua azione di contrasto ad una crisi che (repetita iuvant !) E' GLOBALE E NON
CERTAMENTE OPERA DI BERLUSCONI SILVIO.
D) Siamo giunti al punto di scoprire CHE ALL'INTERNO DEL PDL E DELLO STESSO GOVERNO si
annidava, pasciuta e protetta, una brigata di traditori che ha il suo capo-bastone insediato, ormai del
tutto abusivamente, sulla poltrona della Presidenza della Camera.
E con la sua sodale più pericolosa alla Presidenza della Commissione Giustizia.
Nei cui cassetti giacciono insabbiate (MA NON PER MOLTO !) le proposte di legge per la revisione
della Legge Vassalli (quella su cui si basa l'impunità e l'irresponsabilità del magistrato), quella sulle
sanzioni nell'abuso dell'istituto delle intercettazioni e quella sull'abuso dell'istituto della
carcerazione preventiva.
Una bella responsabilità quella del FLI. Di fronte NON SOLO ALL'ELETTORATO PDL (di cui ha tradito il mandato elettorale !) MA DI FRONTE A TUTTO IL POPOLO ITALIANO.
Popolo Italiano che SOLO OGGI viene a conoscenza della portata delle criminali nefandezze ed omissioni poste in essere da questi politici in connivenza con l'opposizione e i suoi sodali in toga e non.
Veniamo a conoscenza di intrighi, pastrocchi e inciuci posti in essere da personaggi come Beppe Pisanu, Claudio Scajola, GianGiuda Fini e il resto dei "Congiurati da Pizzeria". I cialtroni del Nuovo Compromesso Storico !
qualcuno
(specialmente qualche straccione in toga che nelle sue mail progettava la
"sistemazione" degli elettori del PDL dopo aver fatto fuori il
Premier !) nutre la pia speranza che il nostro silenzio sia sintomo di timore e rassegnazione sbaglia ! E di Grosso !
Le priorità degli Italiani sono:
L'essere liberati dalla malagiustizia e dai suoi guasti.
L'essere liberati da tasse inique ed universalmente invise come il canone RAI o il bollo auto.
L'essere liberati dalla protervia di Equitalia (retaggio di una sinistra infame e sfruttatrice che con Visco e Padoa-Schioppa ha raggiunto lo stato dell'arte della persecuzione fiscale !).
L'essere liberati dall'assistenzialismo nei confronti di regioni che da sempre vegetano ed erodono le risorse dello Stato costringendo metà degli Italiani a mantenere l'altra metà.
L'essere liberati da personaggi inutili ed anacronistici come Marcegaglia o Camusso: una jattura per lo sviluppo e per tutti i lavoratori con voglia di lavorare !
L'essere liberati dai guardoni di Stato che hanno ridotto l'Italia ad una fotocopia della Germania dell'Est.
Ma neanche la Stasi arrivò agli abrobri e agli abusi cui abbiamo assistito in Italia ! NEANCHE LA STASI ! Queste sono le principali priorità degli italiani: SCRITTE SUL PROGRAMMA ELETTORALE !
Non certo quelle propugnate dai quattro cialtroni che si sono arrogati il diritto di ribaltare il Governo con mezzi illeciti e al limite del golpe !!
Scajola, Pisanu, Bongiorno,Fini, Pompino,Bersani, Casini, Vendola, Mario Monti ... chi sono ?
Quelli che brigano per una poltrona. Non certo per il bene degli Italiani.
Italiani a cui non interessa di certo la nuova legge elettorale (fuorchè alla minoranza di sinistra).
A cui NON INTERESSA CHE SI RINCORRA E SI PERDA TEMPO dietro a riforme costituzionali ormai inattuabili per mera mancanza di tempo. Tempo perso a parare i fendenti delle toghe !
A cui interessa ancor meno sapere se Ruby era una puttana minorenne o maggiorenne.
Lo sappiamo bene cos'era : UNA PUTTANA SPACCIATASI PER PERSONA IMPORTANTE !Naturalmente le nostre toghe non perseguono una puttana bugiarda ma chi l'aiuta !E ci costruiscono sopra l'ennesimo attacco. Sputtanando centinaia di milioni di pubblico denaro
che sarebbe stato ETICO-MORALE- E- GIUSTO utilizzare per scopi ben più nobili !
Ho idea che con questi presupposti non sarà il Presidente Berlusconi a fare il "passo
indietro" ma i suoi detrattori a fare un passo avanti. In un bel burrone sul fondo del quale troveranno solo ignominia, disonore e oblìo.
E saremo noi elettori a dargli lo spintone. Altro che spallate e scosse !
sabato 8 ottobre 2011
Silvio Berlusconi
Cari amici,
L'opposizione, in coro con alcuni giornali e qualche tv, chiede ossessivamente ogni giorno che io faccia un passo indietro. Vuole che il governo si dimetta, vuole che si vada alle elezioni, oppure che si formi un così detto governo tecnico. Dicono che qualsiasi soluzione andrebbe bene per loro, purché Berlusconi lasci libera la poltrona di premier.
La mia risposta è molto semplice: piuttosto che occuparsi della mia poltrona, l'opposizione farebbe meglio a pensare all'interesse dell'Italia. Il nostro Paese, in questo momento di crisi mondiale - ricordiamocelo, è una crisi senza precedenti per la gravità e per l'estensione - ha bisogno soprattutto di stabilità politica, ha bisogno di un governo che funzioni, che dia fiducia alle famiglie e alle imprese e che porti l'Italia fuori dalla crisi. Ed è ciò che stiamo cercando di fare, sia pure tra mille difficoltà.
Non sono entrato personalmente in politica per conquistare il potere, ancor meno desidero rimanervi per mantenere un potere che tra l'altro nella realtà non esiste proprio.
Perché stare al governo, soprattutto nel pieno di una crisi planetaria come questa, comporta per me e per tutti i componenti del governo un grande sacrificio personale, è un fardello di cui personalmente mi libererei molto volentieri, se non fosse che una crisi di governo sarebbe l'ultima cosa di cui l'Italia in questo momento ha bisogno.
E anche le elezioni anticipate non servirebbero a nulla: solo la sinistra, come nel 1994, è eccitata dall'illusione di poter conquistare quello che la sinistra chiama e considera il potere, e non vede l'ora di nuove elezioni. Una pretesa che definisco assurda, che creerebbe solo instabilità e che aprirebbe nuovi spazi alla speculazione finanziaria. Noi abbiamo i numeri per arrivare fino in fondo alla legislatura, come prevede la nostra Costituzione. E andremo avanti per completare il nostro programma di riforme.
Purtroppo per la sinistra, non c'è un'alternativa al nostro governo. E gli italiani sono troppo maturi per pensare di affidare le sorti del Paese ad un governo formato dal trio Bersani-Di Pietro-Vendola, che sarebbe una riedizione, in termini direi ancor più grotteschi, dell'Ulivo di Prodi.
Nonostante tutto, ricordiamocelo, gli elettori moderati rappresentano ancora oggi la maggioranza degli elettori. E se mai si arrivasse alle urne, non commetterebbero certamente mai l'errore di consegnare il governo nelle mani di una sinistra che è tutto fuorché una forza di governo credibile.
Ve lo immaginate un governo con Di Pietro ministro della Giustizia?
In Italia gli elettori moderati sono la maggioranza, come sempre lo sono stati nella storia, mentre le forze politiche che li rappresentano sono divise.
Bisogna perciò cercare di superare queste divisioni fra le forze politiche moderate e rafforzare la grande alleanza di centrodestra, che è un'alleanza ispirata ai valori e al programma del Partito Popolare Europeo.
Io l'ho detto tante volte: la mia ambizione più grande è quella di consegnare, quando cesserò l'impegno politico diretto, al Paese una democrazia dell'alternanza, come vige in tutti gli altri grandi Paesi europei, e uno schieramento politico di centrodestra unito sui grandi valori del popolarismo europeo.
Da qui alla conclusione della legislatura quindi mancano meno di due anni, e credo che questo tempo debba essere da noi sfruttato appieno per rispondere alle sfide della crisi economica e per realizzare quelle riforme che sono necessarie per il futuro e per gli interessi generali del nostro Paese.
Da alcuni giorni non mi occupo che del decreto sulla crescita, del decreto sullo sviluppo che intendiamo presentare a breve al Consiglio dei Ministri. Sto consultando i miei ministri e numerosi tecnici e le altre forze della maggioranza per mettere a punto proposte efficaci in grado di ridare slancio alla nostra economia, pur tra le mille difficoltà della congiuntura mondiale. Nel frattempo stiamolavorando anche alle riforme, già approvate in Consiglio dei Ministri e che sono già all'esame del Parlamento.
La prima, lo sapete, riguarda l'architettura istituzionale dello Stato con il superamento del bicameralismo perfetto, che produce le leggi in un tempo troppo lungo, con la creazione di un Senato delle Regioni sull'esempio della Germania, con la riduzione a metà del numero dei parlamentari e soprattutto con l'adeguamento dei poteri del premier che oggi non ne ha alcuno. I Ministri sono nominati dal Capo dello Stato, il Premier non può dimettere alcun Ministro e non può imporre nulla ai componenti del Consiglio dei Ministri e quindi questi poteri devono essere portati ad essere uguali a quelli degli altri capi di governo europei.
Chiunque sarà chiamato a governare, ha bisogno degli strumenti per poterlo fare. E il fatto che il Presidente del Consiglio dei ministri non abbia alcun potere è dimostrato anche dal fatto che tutti i governi precedenti sono duranti in media soltanto undici mesi.
C'è poi un corollario della riforma delle istituzioni che riguarda la legge elettorale. È importante che l'eventuale nuovo sistema non scardini una conquista che è nostra, quella del bipolarismo, e non svuoti la garanzia della stabilità dei governi.
La seconda riforma importante è quella della giustizia. Tutti la ritengono indispensabile, tutti la ritengono non più rinviabile, ma la sinistra sostiene che tale riforma si potrà fare solo quando il sottoscritto si sarà "finalmente tolto di mezzo".
Se questa riforma non si realizzasse, sarà inevitabile che la stessa sorte che è toccata a me per quasi vent'anni tocchi ad altri leader politici che dovessero diventare Presidenti del Consiglio dei Ministri. Che cosa potrebbe toccare? Quello che è toccato a me: di essere messi nel mirino dei magistrati della politica di sinistra, soltanto, appunto, per ragioni politiche con l'utilizzo della giustizia a fini di lotta politica.
Per questo la riforma della giustizia va fatta, e va fatta subito in questa legislatura, e chi verrà dopo di me ne beneficerà enormemente. E poi vi è un'urgenza a cui abbiamo il dovere di rispondere ed è quella sulle intercettazioni. Anche qui siamo quotidianamente immersi in uno scandalo del quale non riusciamo neanche più a denunciare la gravità e l'anomalia. Ma quando un cittadino alza il telefono e sente di poter essere controllato, può temere che ciò che dice al telefono, e che in un paese civile e libero dovrebbe restare inviolato, può vederselo su un giornale qualche giorno dopo. Questo è francamente intollerabile, questo è un sistema barbaro a cui dobbiamo mettere fine.
Fatte queste riforme, quando scadrà l'attuale legislatura, cioè nel 2013, gli italiani potranno scegliere liberamente da chi essere governati. Potranno scegliere ancora una volta fra chi in questi anni ha tenuto la barra ferma, nel pieno di una grave crisi economica che ha sconvolto la vita di milioni di famiglie, tra chi ha realizzato delle riforme importanti e necessarie per la modernizzazione del paese, oppure tra chi, come l'attuale opposizione di sinistra, promette risposte che non funzionavano trent'anni fa, anzi proposte che hanno fatto fallire in modo clamoroso tutti i loro interventi, e nonostante tutto vengono ancora riproposte: prova evidente che questa sinistra non ha saputo compiere un solo passo avanti dalla partenza ovvero dalla più disumana e criminale ideologia della storia, il comunismo, verso la comprensione dei tempi nuovi che stiamo vivendo. Dunque un'ennesima conferma dell'incapacità di questa sinistra con cui noi ci dobbiamo confrontare, della sua incapacità di governare. L'Italia è davvero un grande Paese, un paese che non merita questa sinistra. E per fortuna, vi sono nel nostro campo, nel campo dei moderati, i valori, le idee e le forze fresche, gli uomini nuovi, per garantire anche in futuro il buongoverno, e con esso la libertà e con esso il benessere.
Vi ringrazio per l'attenzione e spero davvero che ciascuno di voi si possa fare missionario di queste verità che sono venuto dicendovi nei confronti di tutti i vostri conoscenti.
Auguri di cuore a ciascuno di voi.
L'opposizione, in coro con alcuni giornali e qualche tv, chiede ossessivamente ogni giorno che io faccia un passo indietro. Vuole che il governo si dimetta, vuole che si vada alle elezioni, oppure che si formi un così detto governo tecnico. Dicono che qualsiasi soluzione andrebbe bene per loro, purché Berlusconi lasci libera la poltrona di premier.
La mia risposta è molto semplice: piuttosto che occuparsi della mia poltrona, l'opposizione farebbe meglio a pensare all'interesse dell'Italia. Il nostro Paese, in questo momento di crisi mondiale - ricordiamocelo, è una crisi senza precedenti per la gravità e per l'estensione - ha bisogno soprattutto di stabilità politica, ha bisogno di un governo che funzioni, che dia fiducia alle famiglie e alle imprese e che porti l'Italia fuori dalla crisi. Ed è ciò che stiamo cercando di fare, sia pure tra mille difficoltà.
Non sono entrato personalmente in politica per conquistare il potere, ancor meno desidero rimanervi per mantenere un potere che tra l'altro nella realtà non esiste proprio.
Perché stare al governo, soprattutto nel pieno di una crisi planetaria come questa, comporta per me e per tutti i componenti del governo un grande sacrificio personale, è un fardello di cui personalmente mi libererei molto volentieri, se non fosse che una crisi di governo sarebbe l'ultima cosa di cui l'Italia in questo momento ha bisogno.
E anche le elezioni anticipate non servirebbero a nulla: solo la sinistra, come nel 1994, è eccitata dall'illusione di poter conquistare quello che la sinistra chiama e considera il potere, e non vede l'ora di nuove elezioni. Una pretesa che definisco assurda, che creerebbe solo instabilità e che aprirebbe nuovi spazi alla speculazione finanziaria. Noi abbiamo i numeri per arrivare fino in fondo alla legislatura, come prevede la nostra Costituzione. E andremo avanti per completare il nostro programma di riforme.
Purtroppo per la sinistra, non c'è un'alternativa al nostro governo. E gli italiani sono troppo maturi per pensare di affidare le sorti del Paese ad un governo formato dal trio Bersani-Di Pietro-Vendola, che sarebbe una riedizione, in termini direi ancor più grotteschi, dell'Ulivo di Prodi.
Nonostante tutto, ricordiamocelo, gli elettori moderati rappresentano ancora oggi la maggioranza degli elettori. E se mai si arrivasse alle urne, non commetterebbero certamente mai l'errore di consegnare il governo nelle mani di una sinistra che è tutto fuorché una forza di governo credibile.
Ve lo immaginate un governo con Di Pietro ministro della Giustizia?
In Italia gli elettori moderati sono la maggioranza, come sempre lo sono stati nella storia, mentre le forze politiche che li rappresentano sono divise.
Bisogna perciò cercare di superare queste divisioni fra le forze politiche moderate e rafforzare la grande alleanza di centrodestra, che è un'alleanza ispirata ai valori e al programma del Partito Popolare Europeo.
Io l'ho detto tante volte: la mia ambizione più grande è quella di consegnare, quando cesserò l'impegno politico diretto, al Paese una democrazia dell'alternanza, come vige in tutti gli altri grandi Paesi europei, e uno schieramento politico di centrodestra unito sui grandi valori del popolarismo europeo.
Da qui alla conclusione della legislatura quindi mancano meno di due anni, e credo che questo tempo debba essere da noi sfruttato appieno per rispondere alle sfide della crisi economica e per realizzare quelle riforme che sono necessarie per il futuro e per gli interessi generali del nostro Paese.
Da alcuni giorni non mi occupo che del decreto sulla crescita, del decreto sullo sviluppo che intendiamo presentare a breve al Consiglio dei Ministri. Sto consultando i miei ministri e numerosi tecnici e le altre forze della maggioranza per mettere a punto proposte efficaci in grado di ridare slancio alla nostra economia, pur tra le mille difficoltà della congiuntura mondiale. Nel frattempo stiamolavorando anche alle riforme, già approvate in Consiglio dei Ministri e che sono già all'esame del Parlamento.
La prima, lo sapete, riguarda l'architettura istituzionale dello Stato con il superamento del bicameralismo perfetto, che produce le leggi in un tempo troppo lungo, con la creazione di un Senato delle Regioni sull'esempio della Germania, con la riduzione a metà del numero dei parlamentari e soprattutto con l'adeguamento dei poteri del premier che oggi non ne ha alcuno. I Ministri sono nominati dal Capo dello Stato, il Premier non può dimettere alcun Ministro e non può imporre nulla ai componenti del Consiglio dei Ministri e quindi questi poteri devono essere portati ad essere uguali a quelli degli altri capi di governo europei.
Chiunque sarà chiamato a governare, ha bisogno degli strumenti per poterlo fare. E il fatto che il Presidente del Consiglio dei ministri non abbia alcun potere è dimostrato anche dal fatto che tutti i governi precedenti sono duranti in media soltanto undici mesi.
C'è poi un corollario della riforma delle istituzioni che riguarda la legge elettorale. È importante che l'eventuale nuovo sistema non scardini una conquista che è nostra, quella del bipolarismo, e non svuoti la garanzia della stabilità dei governi.
La seconda riforma importante è quella della giustizia. Tutti la ritengono indispensabile, tutti la ritengono non più rinviabile, ma la sinistra sostiene che tale riforma si potrà fare solo quando il sottoscritto si sarà "finalmente tolto di mezzo".
Se questa riforma non si realizzasse, sarà inevitabile che la stessa sorte che è toccata a me per quasi vent'anni tocchi ad altri leader politici che dovessero diventare Presidenti del Consiglio dei Ministri. Che cosa potrebbe toccare? Quello che è toccato a me: di essere messi nel mirino dei magistrati della politica di sinistra, soltanto, appunto, per ragioni politiche con l'utilizzo della giustizia a fini di lotta politica.
Per questo la riforma della giustizia va fatta, e va fatta subito in questa legislatura, e chi verrà dopo di me ne beneficerà enormemente. E poi vi è un'urgenza a cui abbiamo il dovere di rispondere ed è quella sulle intercettazioni. Anche qui siamo quotidianamente immersi in uno scandalo del quale non riusciamo neanche più a denunciare la gravità e l'anomalia. Ma quando un cittadino alza il telefono e sente di poter essere controllato, può temere che ciò che dice al telefono, e che in un paese civile e libero dovrebbe restare inviolato, può vederselo su un giornale qualche giorno dopo. Questo è francamente intollerabile, questo è un sistema barbaro a cui dobbiamo mettere fine.
Fatte queste riforme, quando scadrà l'attuale legislatura, cioè nel 2013, gli italiani potranno scegliere liberamente da chi essere governati. Potranno scegliere ancora una volta fra chi in questi anni ha tenuto la barra ferma, nel pieno di una grave crisi economica che ha sconvolto la vita di milioni di famiglie, tra chi ha realizzato delle riforme importanti e necessarie per la modernizzazione del paese, oppure tra chi, come l'attuale opposizione di sinistra, promette risposte che non funzionavano trent'anni fa, anzi proposte che hanno fatto fallire in modo clamoroso tutti i loro interventi, e nonostante tutto vengono ancora riproposte: prova evidente che questa sinistra non ha saputo compiere un solo passo avanti dalla partenza ovvero dalla più disumana e criminale ideologia della storia, il comunismo, verso la comprensione dei tempi nuovi che stiamo vivendo. Dunque un'ennesima conferma dell'incapacità di questa sinistra con cui noi ci dobbiamo confrontare, della sua incapacità di governare. L'Italia è davvero un grande Paese, un paese che non merita questa sinistra. E per fortuna, vi sono nel nostro campo, nel campo dei moderati, i valori, le idee e le forze fresche, gli uomini nuovi, per garantire anche in futuro il buongoverno, e con esso la libertà e con esso il benessere.
Vi ringrazio per l'attenzione e spero davvero che ciascuno di voi si possa fare missionario di queste verità che sono venuto dicendovi nei confronti di tutti i vostri conoscenti.
Auguri di cuore a ciascuno di voi.
mercoledì 5 ottobre 2011
LA PRATICA DELLO SBIANCHETTAMENDO!!!!!
Ma guardate i ricorsi della "storia", come si ripetono.
La notizia del ricorso in Cassazione e l'invio dello stesso al Guardasigili da parte della Finivest, firmato da Marina Berlusconi, mi ha fatto tornare alla memoria non tanto una vignetta di Forattini, quanto il fatto grave ( che come sempre in questo Paese va nel dimenticatoio ) dello sbianchettamento dei report che il Controspionaggio Inglese aveva mandato al nostro Governo di allora, riferite a Mitrochin il funzionario dell'URSS che aveva "messo da parte" fotocopiando tutta una serie di fatti segreti dell'ex Impero, in cui vi erano nomi e prove di agenti segreti traditori di Paesi Occidentatli e fatti gravi avvenuti nei decenni precedenti.
Quei report erano di importanza fondamentale anche per, finalmente, scoprire tutta una serie di personaggi collegati al KGB ed anche su fatti di importanza immensa, quali ad esempio il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e l'attentato a Giovanni Paolo II.
Oggi quei report non li abbiamo perchè l'Inghilterra ce li ha proposti per un paio d'anni dietro fila e noi NON abbiamo MAI risposto positivamente alle loro sollecitazioni-proposta.
Oggi NON possiamo richiederli perchè Mitrochin è morto e non può, ovviamente, essere interrogato come invece era disponibile al tempo in cui il Controspionaggio Inglese proponeva.
Vedete, quei Governi avevano la guida di Romano Prodi e Massimo D'Alema, notoriamente amici dell'ex URSS, ideologicamente schierati e si può dire che non avessero un grande interesse a far uscire notizie che avrebbero messo in forte difficoltà, tanta gente loro sodale o addirittura possibili Dirigenti di Partito o addirittura, parlamentari.
Ma oggi ?
Lo sbianchettamento della parte rilevante di una Sentenza della Corte di Cassazione che fa testo perchè unica e che dallo sbianchettamento si ritrova ad essere applicata per l'esatto opposto di quanto, in realtà, era il significato REALE di quella Sentenza comprensiva della parte sbianchettata, cui prodest ?
Solo a Carlo De Benedetti ?
A chi altro ?
Come si fa a non pensare che ci siano molti altri ad avere interesse a che avvenga "questo errore" ad applicare una Sentenza che fa Diritto su tutte quelle che successivamente possono e debbono applicarsi sullo stesso piano d'interesse Giuridico ?
Mi auguro che venga fatta chiarezza in breve tempo su questo stato di cose, perchè ogni giorno che passa ne impariamo una nuova di aberranti situazioni legate ai temi della "giustizia", sentenze che ribaltano sentenze precedenti, spacciate di volta in volta come CERTEZZE che s'infrangono su altre sentenze che dimostrano come le indagini siano state fatte male, senza professionalità adeguata e qualche volta ( troppo spesso ) percepite dai cittadini come vere e proprie "manipolazioni dei fatti, della realtà e delle Leggi stesse che non vengono applicate o stravolte dal loro reale significato".
Per non dire di qualche volta che certe decisioni di pm o Tribunali che vengono percepite come astruse e/o illegali ( il reato che si deve contestare per corruzione NON al momento dell'incasso della cifra ma nel momento in cui si inizia a spenderla, come se il non spenderla annullasse il reato ), e tanti altri fatterelli che in questi anni abbiamo visto e denunciato.
C'è un grande bisogno di chiarezza e di una forte Riforma.
La notizia del ricorso in Cassazione e l'invio dello stesso al Guardasigili da parte della Finivest, firmato da Marina Berlusconi, mi ha fatto tornare alla memoria non tanto una vignetta di Forattini, quanto il fatto grave ( che come sempre in questo Paese va nel dimenticatoio ) dello sbianchettamento dei report che il Controspionaggio Inglese aveva mandato al nostro Governo di allora, riferite a Mitrochin il funzionario dell'URSS che aveva "messo da parte" fotocopiando tutta una serie di fatti segreti dell'ex Impero, in cui vi erano nomi e prove di agenti segreti traditori di Paesi Occidentatli e fatti gravi avvenuti nei decenni precedenti.
Quei report erano di importanza fondamentale anche per, finalmente, scoprire tutta una serie di personaggi collegati al KGB ed anche su fatti di importanza immensa, quali ad esempio il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e l'attentato a Giovanni Paolo II.
Oggi quei report non li abbiamo perchè l'Inghilterra ce li ha proposti per un paio d'anni dietro fila e noi NON abbiamo MAI risposto positivamente alle loro sollecitazioni-proposta.
Oggi NON possiamo richiederli perchè Mitrochin è morto e non può, ovviamente, essere interrogato come invece era disponibile al tempo in cui il Controspionaggio Inglese proponeva.
Vedete, quei Governi avevano la guida di Romano Prodi e Massimo D'Alema, notoriamente amici dell'ex URSS, ideologicamente schierati e si può dire che non avessero un grande interesse a far uscire notizie che avrebbero messo in forte difficoltà, tanta gente loro sodale o addirittura possibili Dirigenti di Partito o addirittura, parlamentari.
Ma oggi ?
Lo sbianchettamento della parte rilevante di una Sentenza della Corte di Cassazione che fa testo perchè unica e che dallo sbianchettamento si ritrova ad essere applicata per l'esatto opposto di quanto, in realtà, era il significato REALE di quella Sentenza comprensiva della parte sbianchettata, cui prodest ?
Solo a Carlo De Benedetti ?
A chi altro ?
Come si fa a non pensare che ci siano molti altri ad avere interesse a che avvenga "questo errore" ad applicare una Sentenza che fa Diritto su tutte quelle che successivamente possono e debbono applicarsi sullo stesso piano d'interesse Giuridico ?
Mi auguro che venga fatta chiarezza in breve tempo su questo stato di cose, perchè ogni giorno che passa ne impariamo una nuova di aberranti situazioni legate ai temi della "giustizia", sentenze che ribaltano sentenze precedenti, spacciate di volta in volta come CERTEZZE che s'infrangono su altre sentenze che dimostrano come le indagini siano state fatte male, senza professionalità adeguata e qualche volta ( troppo spesso ) percepite dai cittadini come vere e proprie "manipolazioni dei fatti, della realtà e delle Leggi stesse che non vengono applicate o stravolte dal loro reale significato".
Per non dire di qualche volta che certe decisioni di pm o Tribunali che vengono percepite come astruse e/o illegali ( il reato che si deve contestare per corruzione NON al momento dell'incasso della cifra ma nel momento in cui si inizia a spenderla, come se il non spenderla annullasse il reato ), e tanti altri fatterelli che in questi anni abbiamo visto e denunciato.
C'è un grande bisogno di chiarezza e di una forte Riforma.
mercoledì 28 settembre 2011
LIBERTA' DI PENSIERO!
Quotations Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948:
Art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
La libertà di espressione è sancita anche dall'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:
...
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.
La violazione del citato art. 10 della Convenzione europea legittima il cittadino a proporre ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro lo Stato Italiano, per ottenere il ristoro dei danni subiti, anche morali, purché siano esauriti tutti i possibili rimedi giurisdizionali interni
Art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
La libertà di espressione è sancita anche dall'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:
...
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.
La violazione del citato art. 10 della Convenzione europea legittima il cittadino a proporre ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro lo Stato Italiano, per ottenere il ristoro dei danni subiti, anche morali, purché siano esauriti tutti i possibili rimedi giurisdizionali interni
GIUSTIZIA INQUINATA!!!!!!!
di Gimand
Leggo su "Il Foglio" di oggi, in un editoriale di Nicholas Farrel, collaboratore "British" del quotidiano di Giuliano Ferrara:
.
"...Da noi, un giudice non indaga, ma dirige la giuria durante un processo. Le indagini sono il compito della polizia e degli avvocati della Crown Prosecution Service (CPS). La Cps (non la polizia) può intercettare le chiamate di un cittadino solo col permesso del ministro dell'Interno e solo dove esiste il sospetto ragionevole di un reato grave. Le intercettazioni non possono essere diffuse e pubblicate "all'italiana". Altrimenti i responsabili (sia magistrati che giornalisti) vanno in galera. Di conseguenza, le intercettazioni non vengono mai pubblicate in Inghilterra. Mai. (...) Pubblicare le prove nei confronti di un indagato prima del processo distrugge il suo diritto a un processo giusto ed equo. (...) però, un giudice come Henry John Woodcock viola quel sacro diritto ogni santo dì (...) Che ci fanno Woodcock & Company a spiare a livelli industriali le chiamate private di un Presidente del Consiglio? Che ci fanno a sputtanare non solo Berlusconi ma anche l'Italia? Ma vi rendete conto come la stampa straniera vi prenda in giro? (...) Almeno Woodcock - for God's Sake! - se ne dovrebbe rendere conto perché è di origini inglesi! Per la cronaca il suo cognome vuol dire "beccaccia"".
.
Bene! A me non frega niente se Woodcock se ne renda conto (probabilmente sì) o meno. A me interessa sapere che cosa al dottor Woodcock gliene venga in tasca.
E questo è facilmente intuibile: da quando - per certi magistrati - l'interesse del loro agire è stato spostato da quello della Giustizia (in senso lato) a quello personale loro e dei galoppini del circuito mediatico-giudiziario, ha subito una mutazione "biologica" anche la loro funzione. In parole povere, s'impicciano ormai esclusivamente di cose estranee ai loro compiti istituzionali. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Allo stesso modo di certe caste militari in altri paesi, le quali, arrogandosi il diritto di invadere periodicamente il campo della politica con colpi di stato e commissariamenti dei governi legittimati dal voto popolare, alla lunga hanno obliterato qualsiasi capacità di svolgere efficacemente i loro "compiti istituzionali", vale a dire, quelli di far le guerre e, possibilmente, vincerle. Difatti, costoro le poche o tante guerre combattute le hanno perse. Spesso anche con ignominia.
Quasi allo stesso modo, si spiega quindi il fatto, tornando ai nostri "valorosi" magistrati, di come essi siano diventati bravi a mettersi sotto i piedi governi, parlamenti ed istituzioni varie e di come siano diventati schiappe a perseguire criminali ed altre organizzazioni malavitose. La pacchia dei giudici è diventata l'incubo degli uomini delle istituzioni; e, conseguentemente, è diventata pacchia anche per la criminalità.
.
Per forza! Se, invece che la polizia, ad indagare si mettono le beccacce.
Leggo su "Il Foglio" di oggi, in un editoriale di Nicholas Farrel, collaboratore "British" del quotidiano di Giuliano Ferrara:
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"...Da noi, un giudice non indaga, ma dirige la giuria durante un processo. Le indagini sono il compito della polizia e degli avvocati della Crown Prosecution Service (CPS). La Cps (non la polizia) può intercettare le chiamate di un cittadino solo col permesso del ministro dell'Interno e solo dove esiste il sospetto ragionevole di un reato grave. Le intercettazioni non possono essere diffuse e pubblicate "all'italiana". Altrimenti i responsabili (sia magistrati che giornalisti) vanno in galera. Di conseguenza, le intercettazioni non vengono mai pubblicate in Inghilterra. Mai. (...) Pubblicare le prove nei confronti di un indagato prima del processo distrugge il suo diritto a un processo giusto ed equo. (...) però, un giudice come Henry John Woodcock viola quel sacro diritto ogni santo dì (...) Che ci fanno Woodcock & Company a spiare a livelli industriali le chiamate private di un Presidente del Consiglio? Che ci fanno a sputtanare non solo Berlusconi ma anche l'Italia? Ma vi rendete conto come la stampa straniera vi prenda in giro? (...) Almeno Woodcock - for God's Sake! - se ne dovrebbe rendere conto perché è di origini inglesi! Per la cronaca il suo cognome vuol dire "beccaccia"".
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Bene! A me non frega niente se Woodcock se ne renda conto (probabilmente sì) o meno. A me interessa sapere che cosa al dottor Woodcock gliene venga in tasca.
E questo è facilmente intuibile: da quando - per certi magistrati - l'interesse del loro agire è stato spostato da quello della Giustizia (in senso lato) a quello personale loro e dei galoppini del circuito mediatico-giudiziario, ha subito una mutazione "biologica" anche la loro funzione. In parole povere, s'impicciano ormai esclusivamente di cose estranee ai loro compiti istituzionali. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Allo stesso modo di certe caste militari in altri paesi, le quali, arrogandosi il diritto di invadere periodicamente il campo della politica con colpi di stato e commissariamenti dei governi legittimati dal voto popolare, alla lunga hanno obliterato qualsiasi capacità di svolgere efficacemente i loro "compiti istituzionali", vale a dire, quelli di far le guerre e, possibilmente, vincerle. Difatti, costoro le poche o tante guerre combattute le hanno perse. Spesso anche con ignominia.
Quasi allo stesso modo, si spiega quindi il fatto, tornando ai nostri "valorosi" magistrati, di come essi siano diventati bravi a mettersi sotto i piedi governi, parlamenti ed istituzioni varie e di come siano diventati schiappe a perseguire criminali ed altre organizzazioni malavitose. La pacchia dei giudici è diventata l'incubo degli uomini delle istituzioni; e, conseguentemente, è diventata pacchia anche per la criminalità.
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Per forza! Se, invece che la polizia, ad indagare si mettono le beccacce.
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