La complicità tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti
La complicità tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti inizia nel luglio 1982,
quando Prodi viene nominato presidente dell'IRI, il più grande ente economico dello Stato, in casa del suo storico compare Carlo De Benedetti (proprietario del gruppo Repubblica ed Espresso e di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia), nel caso di Repubblica addirittura De Benedetti ne è l'unico editorialista, quindi gli articoli se li scrive persino lui stesso (pensa un pò che obiettività)!
L'attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico compito:
Svendere (o regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi truccati.
De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente tali società al loro reale valore di mercato (di solito 20 volte il loro prezzo d'acquisto) a gruppi stranieri (o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a prezzi folli), realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.
Prodi, per 7 anni guidò l’ IRI dello Stato, concedendo tra l'altro incarichi miliardari alla sua società di consulenza "Nomisma", con un evidente conflitto di interessi.
Al termine di questi 7 anni il patrimonio dell’ IRI risultò dimezzato per la cessione di importanti gruppi quali Alfa Romeo e FIAT, dalla quale prese grosse somme di denaro in tangenti per la Nomisma, passando da 3.959 a 2.102 miliardi.
La Ford aveva offerto 2.000 miliardi in contanti per l'Alfa Romeo, ma Prodi la regalò alla FIAT per soli 1000 miliardi a rate. Egli nel frattempo lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.
Le privatizzazioni dell'IRI fatte da Romano Prodi sono state delle vere e proprie svendite del patrimonio economico italiano a gruppi privati della Sinistra (De Benedetti, Coop Rosse) complici del professore, anche se "svendere" un ente pubblico a un decimo del suo valore quando ci sono altri gruppi privati che offrono il doppio, più che una "svendita" è un regalo, o per essere ancora più precisi è una serie incredibile di furti colossali a danno dello Stato e degli italiani perpetrata impunemente per anni.
Giocando sulle parole e sull’interpretazione dello statuto dell’Ente, Romano Prodi vantò utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985).
La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, portò alla luce l'enorme falso in bilancio di Prodi: «Il complessivo risultato di gestione dell’Istituto IRI per il 1985, cui concorrono... sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984».
La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203 miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.
Romano Prodi, davanti alle folle dei suoi fans tutt’oggi si vanta tantissimo che durante i suoi 7 anni alla presidenza dell' IRI riuscì a far guadagnare utili stratosferici.
La verità, come chiarito dalla Corte dei Conti, è che invece di utili stratosferici realizzo perdite stratosferiche, regalando il patrimonio dello Stato e degli Italiani ai suoi amici della Sinistra.
Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano S.P.A. di diritto privato e quindi i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali. Mani Pulite cambierà anche questo, per cui le società controllate da enti pubblici sarebbero state considerate tutte operanti nell'interesse pubblico, con le relative conseguenze per gli amministratori.
La conferma di tutto questo si trova nell’indebitamento dell’Istituto, salito dal 1982 al 1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a 45.672 (+30 per cento). Perdite stratosferiche appunto.
Lo stesso D’Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Romano Prodi, da lui scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando lasciò l’IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi».
Fu facile confutare queste affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.
La vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a costo zero. La conferma ci viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino, nel quale rileva che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di nascita dell’IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500!
Nel 1986, Romano Prodi, con un contrattino di appena 4 paginette (anzichè centinaia come normalmente si fa) a trattativa privata, svendette il più grande gruppo alimentare dello Stato, la SME, alla Buitoni del suo amicone Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi. La SME, già nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, ma il suo valore globale era di 3.100 miliardi.
A Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte d'appello e in Cassazione da ben 15 magistrati, all'unanimità.
Il magistrato Saverio Borrelli del pool Mani Pulite di Milano, 6 anni dopo, incriminerà invece penalmente Silvio Berlusconi, per aver impedito (insieme a Ferrero e Barilla con una pubblica offerta d'acquisto enormemente superiore rispetto a quella di De Benedetti) l'ennesima svendita di Romano Prodi: la SME (un regalo di 3100 miliardi dello Stato) a Carlo De Benedetti, nonostante a questi due compari fosse stato dato torto in tutti e 3 i gradi di giudizio dal Tribunale di Roma e dal TAR del Lazio e nonostante Berlusconi e gli altri imprenditori non ci avessero guadagnato alla fine nulla.
Come presidente dell'IRI, svendette anche la Italgel alla Unilever, essendo contemporaneamente consulente di quest'ultima, nonostante quindi un conflitto di interessi evidente.
Se l'IRI era, come in realtà era, un covo di corruzione senza limiti sarebbe stata giusto arrestare e processare Prodi, che la presiedette per 7 anni e non solo chi (Nobile) lo fece per soli 17 mesi.
Durante Tangentopoli, Di Pietro stava per arrestare Prodi, ma lui se ne andò dritto a piangere (nel vero senso della parola) da Mancuso e dal presidente della Repubblica Scalfaro, il quale, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, riuscì a non farlo incriminare. Tutto in un giorno.
Durante il suo Governo nel 1996 regalò 5.000 miliardi alla Fiat per fare una rottamazione.
Durante i fallimenti Parmalat e Cirio, Prodi difese i banchieri che truffarono i risparmiatori e loro ricambiarono il favore con i loro giornali schierati.
I PM dovrebbero usare lo stesso metro, lo stesso zelo sia con Fiorani che con Consorte; o, almeno, sullo stesso Fiorani credergli sempre o mai. Anche quando dice, e Boni conferma, d'aver dato 750 mila euro Palenzona (Margherita), che sono 15 volte di più di quanto dato (e rifiutato) dal leghista Giorgetti. Anche se il Corriere su Giorgetti ha fatto un titolo 15 volte più vistoso di quello per Palenzona.
L'affare Infostrada
Nel 1997, il Governo Prodi svende Infostrada (dello Stato) a De Benedetti per 700 miliardi di lire, da pagarsi a rate in 14 anni. De Benedetti la rivende immediatamente (dopo aver pagato solo la prima rata) alla tedesca Mannesman a 14.000 miliardi (20 volte il prezzo d'acquisto !).
Non basta, lo Stato italiano nel 2001, quando ancora c'era il governo di centrosinistra, RIACQUISTA Infostrada dalla tedesca Mannesman a 21.300 miliardi di lire. Con la "privatizzazione" di Infostada fatta da Prodi quindi lo Stato ha sborsato 21.300 miliardi di lire, le quali sono finiti 14.000 nelle tasche di De Benedetti e 14.000 nelle casse della Mannesman, in Germania.
De Benedetti e Mannesman avevano un losco accordo: De Benedetti si fa regalare Infostrada da Prodi, la Mannesman se la compra al suo reale valore di mercato e poi se la rivende al doppio (realizzando 14.000 miliardi) allo Stato, complice un governo di Sinistra.
Il manager di Infostrada, Lorenzo Necci, provò ad opporsi a questo immane ladrocinio ai danni dello Stato, ma fu subito incriminato, incarcerato, sputtanato dai giornali della Sinistra (di cui gran parte di proprietà di De Benedetti e persino scritti da lui !) e poi, ovviamente, assolto. Questo è quello che di solito succede a chi mette i bastoni tra le ruote di De Benedetti.
L'affare Telecom Italia
Nel 1997, sempre Prodi, al governo, svende le azioni Telecom Italia al solito prezzo irrisorio (tanto che subito dopo il loro valore di mercato aumenta di 6 volte) incassando 22.800 miliardi di lire (la Telecom ne valeva enormemente di più).
Con questo stesso denaro, poi, il governo di centro-sinistra riacquisterà Infostrada con la scusa che le infrastrutture delle telcomunicazioni devono appartenere allo Stato. Praticamente lo Stato ha dato via un gigante come Telecom, allo stesso prezzo, di un'azienda nana come Infostrada. Bello scambio!
Il presidente di Telecom era (ed è attualmente) Guido Rossi, l'avvocato di De Benedetti (un pò il suo Previti).
Nel frattempo al governo arriva D'Alema, siamo nel 1999, e Roberto Colaninno, attraverso l'Olivetti di De Benedetti, dà la scalata a Telecom.
Ancora una volta ci furono losche irregolarità per tenere il prezzo basso, ma la Consob (l'autorità che deve sorvegliare questi reati) era presieduta da Spaventa, amico di De Benedetti, per cui chiuse entrambi gli occhi sull'affare.
Colaninno, tramite una serie di società fantasma con sede alle isole Cayman (noto paradiso fiscale) arriva a controllare Telecom con appena lo 0,3% delle azioni. Il Financial Times definì la scalata "una rapina in pieno giorno".
Dalla Telecom fu svenduta la Seat-Pagine Gialle (che ne faceva parte) a una società chiamata "Otto" (del figlio di Armando Cossutta, quello dei Comunisti Italiani, che si vanta sempre di campare come un italiano medio) per 1955 miliardi e rivenduta, insieme a Colaninno, a 16.000 miliardi (8 volte tanto, a quanto pare si divertono a sfotterci: ecco perchè l'avevano chiamata Otto!).
Le società che avrebbero dovuto pagarci le tasse spariscono nei soliti paradisi fiscali alle Cayman.
Nel 2000, come di solito succede nelle migliori rapine quando i complici fanno a botte, Colaninno e De Benedetti litigano per il malloppo, e Colaninno viene massacrato da Repubblica, Espresso e gli altri 30 giornali di De Benedetti.
Nel 2001, De Benedetti si allea a Marco Tronchetti Provera, il quale strappa il controllo di Telecom a Colaninno, acquistando la quota di controllo in Olivetti.
Ma quando Tronchetti Provera arriva in sella alla Telecom si accorge di essere stato fregato: dalle casse mancano 25.000 miliardi.
Telecom Italia è ormai una società con debiti fino al collo, ormai è stata munta e ri-munta fino all'osso e gli stessi miliardi che comparivano nel bilancio sono in realtà aria fritta: l'unica possibilità si salvarsi è rivendere tutta la baracca allo Stato.
Ad aprile 2006, sale al governo Romano Prodi, il quale fa il solito accordo sottobanco con Tronchetti Provera (e il socio De Benedetti) per il RIACQUISTO della Telecom (come successe per Infostrada), ma stavolta qualcosa non va per il verso giusto.
I due squali alleati, De Benedetti e Tronchetti Provera, iniziano a litigare per chi deve avere la fetta più grossa, per cui, come al solito, Espresso e Repubblica cominciano a infangare Tronchetti Provera per mesi.
Prodi, ovviamente deve scegliere da che parte stare e sceglie il più rassicurante De Benedetti (non vuole fare la fine di tutti quelli che si mettono contro Repubblica ed Espresso!).
A quel punto Tronchetti Provera pubblica il progetto segreto di Prodi sul riacquisto della Telecom e scoppia lo scandalo che indigna i giornali di mezzo mondo, anche se ben presto messo a tacere in Italia dai giornali di De Benedetti che fanno scoppiare lo scandalo delle intercettazioni telefoniche contro Tronchetti Provera.
Prodi a quel punto si salva agli occhi dell'opinione pubblica con la solita storiella del "non ne sapevo nulla", la colpa è tutta del mio collaboratore Rovati (amico di Prodi da una vita, abitano persino nello stesso palazzo), cui seguono prontamente le dimissioni.
La stampa estera arriva a dire: ma che razza di paese è l'Italia? dopo una cosa del genere non solo Prodi non si dimette, ma non si apre neppure un'inchiesta giudiziaria?
Rovati, calmate le acque, ha già ripreso il posto accanto a Prodi.
L'affare Alitalia
A gennaio 2007, il Governo Prodi inizia la vendita di Alitalia.
Tra i concorrenti c'è una cordata formata da De Benedetti (poteva mancare?) e la banca Goldman Sachs, protagonista cruciale di quasi tutte le privatizzazioni italiane. Prodi ha lavorato per anni per la Goldman Sachs, la quale lo ha sempre ricoperto d'oro per le sue preziosissime "consulenze" (e ci credo!).
Alla Goldman hanno lavorato fino a pochi mesi fa praticamente tutti gli amici e collaboratori di Prodi: Mario Draghi (vicedirettore della Goldman Sachs, e attualmente governatore della Banca d'Italia) e Mario Monti (attuale vicedirettore). Claudio Costamagna, presidente della Goldman Sachs, è quello che ha pagato tutta la campagna elettorale di Prodi alle elezioni 2006.
In cambio a breve Prodi lo nominerà direttore generale del Tesoro. Sempre per la Goldman Sachs, fino a ieri era direttore Massimo Tononi, ora sottosegretario al Governo Prodi. Non c'è che dire, siamo in buone mani ! Dato che tutto il vertice Goldman Sachs adesso è al Governo è fin troppo evidente come il piano segreto Prodi-Rovati di acquisto Telecom era in realtà un piano della Goldman Sachs.
Il copione è sempre lo stesso degli ultimi 25 anni e di tutte le altre privatizzazioni. De Benedetti si aggiudicherà come sempre il bando (realizzato ad hoc per lui dai suoi amici che occupano tutti i vertici dello Stato e della Goldman Sachs) a un prezzo irrisorio, per poi rivendere il tutto subito a un gruppo straniero (probabilmente Air France) a un prezzo 10-20 volte più elevato.
Perchè il bando è truccato? Semplice: perchè pur svendendo il 30% delle azioni lo Stato si terrà delle azioni speciali, le Golden Share, con le quali eserciterà il controllo di Alitalia.
Ora, nessuna società o imprenditore può essere così folle da comprare un'azienda in piena crisi e per giunta senza averne poi il pieno controllo sulla gestione. Nessuno, eccetto chi, da sempre tiene il Governo al guinzaglio. Subito dopo che De Benedetti metterà le mani sul patrimonio dell'Alitalia potranno succedere, come da copione collaudato, due cose:
1) o il governo Prodi si affretterà a togliere i vincoli in modo che De Benedetti potrà rivendere liberamente l'Alitalia al miglior offerente straniero realizzando immensi guadagni, oppure
2) se questa prima strada non è percorribile, lo Stato si offrirà prontamente di RICOMPRARE le azioni svendute, pagandole cifre astronomiche. E se qualche sprovveduto manager di Alitalia avesse qualcosa da ridire farà la fine del povero Lorenzo Necci (di cui sopra).
Conclusioni
L'Ing. Carlo De Benedetti, con la complicità di Romano Prodi, ha saccheggiato il denaro pubblico dello Stato italiano e ha regalato la ricchezza degli italiani, praticamente tutti i principali enti pubblici, a gruppi privati stranieri, causando danni incalcolabili agli italiani.
Ma nonostante queste colpe, controlla l'informazione stampata con più di 30, tra quotidiani, settimanali, giornali e riviste nazionali e locali (Repubblica, Espresso, gruppo Rizzoli RCS tanto per citarne alcuni), oltre ad essere alleato all'intera editoria di Sinistra. Quando andare in edicola o in libreria, sappiate che l'85% di quello che vedete è edito da De Benedetti o dai suoi alleati di una vita.
Questo monopolio dell'informazione gli ha permesso (e gli permette tuttora) di distogliere l'attenzione sui suoi loschi affari e di concentrarla tutta sul suo rivale di sempre, Berlusconi.
Oggi, Repubblica e l'Espresso sono tra i giornali più letti, e gran parte dell'opinione pubblica italiana è convinta che Berlusconi sia la causa di tutti i mali d'Italia, mentre ignora del tutto o quasi, persino chi sia, Carlo De Benedetti.
lunedì 10 ottobre 2011
DUO.....PRODI/DE BENEDETTI!!!!!!!
De Benedetti e Romano Prodi
Come fare una montagna di soldi a spese dello Stato
La complicità tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti inizia nel luglio 1982, quando Prodi
viene nominato presidente dell'IRI, il più grande ente economico dello Stato, in casa del
suo storico compare Carlo De Benedetti (proprietario del gruppo Repubblica ed Espresso e
di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia), nel caso di
Repubblica addirittura De Benedetti ne è l'unico editorialista, quindi gli articoli se li
scrive persino lui stesso (pensa un pò che obiettività)!
L'attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico
compito:
Svendere (o regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De
Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi truccati.
De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente
tali società al loro reale valore di mercato ===>(di solito 20 volte il loro prezzo
d'acquisto) <=== a gruppi stranieri (o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a
prezzi folli), realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.
Prodi, per 7 anni guidò l' IRI dello Stato, concedendo tra l'altro incarichi miliardari
alla sua società di consulenza "Nomisma", con un evidente conflitto di interessi.
Al termine di questi 7 anni il patrimonio dell' IRI risultò dimezzato per la cessione di
importanti gruppi quali Alfa Romeo a FIAT, dalla quale prese grosse somme di denaro in
tangenti per la Nomisma, passando da 3.959 a 2.102 miliardi. La Ford aveva offerto 2.000
miliardi in contanti per l'Alfa Romeo, ma Prodi la regalò alla FIAT per soli 1000 miliardi
a rate. Egli nel frattempo lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.
Le privatizzazioni dell'IRI fatte da Romano Prodi sono state delle vere e proprie svendite
del patrimonio economico italiano a gruppi privati della Sinistra (De Benedetti, Coop
Rosse) complici del professore, anche se "svendere" un ente pubblico a un decimo del suo
valore quando ci sono altri gruppi privati che offrono il doppio, più che una "svendita" è
un regalo, o per essere ancora più precisi è una serie incredibile di furti colossali a
danno dello Stato e degli italiani perpetrata impunemente per anni.
Giocando sulle parole e sull'interpretazione dello statuto dell'Ente, Romano Prodi vantò
utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985).
La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, portò alla luce l'enorme falso in
bilancio di Prodi: «Il complessivo risultato di gestione dell'Istituto IRI per il 1985,
cui concorrono... sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di
natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a
quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984».
La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203
miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.
Romano Prodi, davanti alle folle dei suoi fans tuttoggi si vanta tantissimo che durante i
suoi 7 anni alla presidenza dell' IRI riuscì a far guadagnare utili stratosferici. La
verità, come chiarito dalla Corte dei Conti, è che invece di utili stratosferici realizzo
perdite stratosferiche, regalando il patrimonio dello Stato e degli Italiani ai suoi amici
della Sinistra.
Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano S.P.A. di diritto privato e quindi
i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali. Mani Pulite cambierà anche
questo, per cui le società controllate da enti pubblici sarebbero state considerate tutte
operanti nell'interesse pubblico, con le relative conseguenze per gli amministratori.
La conferma di tutto questo si trova nell'indebitamento dell'Istituto, salito dal 1982 al
1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a
45.672 (+30 per cento). Perdite stratosferiche appunto.
Lo stesso D'Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Romano Prodi, da lui
scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando
lasciò l'IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi». Fu facile confutare queste
affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite
siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il
buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.
La vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a
costo zero. La conferma ci viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino, nel quale rileva
che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di
nascita dell'IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500!
Nel 1986, Romano Prodi, con un contrattino di appena 4 paginette (anzichè centinaia come
normalmente si fa) a trattativa privata, svendette il più grande gruppo alimentare dello
Stato, la SME, alla Buitoni del suo amicone Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi. La
SME, già nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, ma il suo valore globale
era di 3.100 miliardi. A Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte
d'appello e in Cassazione da ben 15 magistrati, all'unanimità.
Il magistrato Saverio Borrelli del pool Mani Pulite di Milano, 6 anni dopo, incriminerà
invece penalmente Silvio Berlusconi, per aver impedito (insieme a Ferrero e Barilla con
una pubblica offerta d'acquisto enormemente superiore rispetto a quella di De Benedetti)
l'ennesima svendita di Romano Prodi: la SME (un regalo di 3100 miliardi dello Stato) a
Carlo De Benedetti, nonostante a questi due compari fosse stato dato torto in tutti e 3 i
gradi di giudizio dal Tribunale di Roma e dal TAR del Lazio e nonostante Berlusconi e gli
altri imprenditori non ci avessero guadagnato alla fine nulla.
Come presidente dell'IRI, svendette anche la Italgel alla Unilever, essendo
contemporaneamente consulente di quest'ultima, nonostante quindi un conflitto di interessi
evidente.
Se l'IRI era, come in realtà era, un covo di corruzione senza limiti sarebbe stata giusto
arrestare e processare Prodi, che la presiedette per 7 anni e non solo chi (Nobile) lo
fece per soli 17 mesi.
Durante Tangentopoli, Di Pietro stava per arrestare Prodi, ma lui se ne andò dritto a
piangere (nel vero senso della parola) da Mancuso e dal presidente della Repubblica
***Scalfaro***, il quale, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura,
riuscì a non farlo incriminare. Tutto in un giorno.
Durante il suo Governo nel 1996 regalò 5.000 miliardi alla Fiat per fare una rottamazione.
Durante i fallimenti Parmalat e Cirio, Prodi difese i banchieri che truffarono i
risparmiatori e loro ricambiarono il favore con i loro giornali schierati.
I PM dovrebbero usare lo stesso metro, lo stesso zelo sia con Fiorani che con Consorte; o,
almeno, sullo stesso Fiorani credergli sempre o mai. Anche quando dice, e Boni conferma,
d'aver dato 750 mila euro Palenzona (Margherita), che sono 15 volte di più di quanto dato
(e rifiutato) dal leghista Giorgetti. Anche se il Corriere su Giorgetti ha fatto un titolo
15 volte più vistoso di quello per Palenzona.
L'affare Infostrada
Nel 1997, il Governo Prodi svende Infostrada (dello Stato) a De Benedetti per 700 miliardi
di lire, da pagarsi a rate in 14 anni. De Benedetti la rivende immediatamente (dopo aver
pagato solo la prima rata) alla tedesca Mannesman a 14.000 miliardi (20 volte il prezzo
d'acquisto !). Non basta, lo Stato italiano nel 2001, quando ancora c'era il governo di
centrosinistra, RIACQUISTA Infostrada dalla tedesca Mannesman a 21.300 miliardi di lire.
Con la "privatizzazione" di Infostada fatta da Prodi quindi lo Stato ha sborsato 21.300
miliardi di lire, le quali sono finiti 14.000 nelle tasche di De Benedetti e 14.000 nelle
casse della Mannesman, in Germania.
De Benedetti e Mannesman avevano un losco accordo: De Benedetti si fa regalare Infostrada
da Prodi, la Mannesman se la compra al suo reale valore di mercato e poi se la rivende al
doppio (realizzando 14.000 miliardi) allo Stato, complice un governo di Sinistra.
Il manager di Infostrada, Lorenzo Necci, provò ad opporsi a questo immane ladrocinio ai
danni dello Stato, ma fu subito incriminato, incarcerato, sputtanato dai giornali della
Sinistra (di cui gran parte di proprietà di De Benedetti e persino scritti da lui !) e
poi, ovviamente, assolto. Questo è quello che di solito succede a chi mette i bastoni tra
le ruote di De Benedetti.
L'affare Telecom Italia
Nel 1997, sempre Prodi, al governo, svende le azioni Telecom Italia al solito prezzo
irrisorio (tanto che subito dopo il loro valore di mercato aumenta di 6 volte) incassando
22.800 miliardi di lire (la Telecom ne valeva enormemente di più). Con questo stesso
denaro, poi, il governo di centro-sinistra riacquisterà Infostrada con la scusa che le
infrastrutture delle telcomunicazioni devono appartenere allo Stato. Praticamente lo Stato
ha dato via un gigante come Telecom, allo stesso prezzo, di un'azienda nana come
Infostrada. Bello scambio!
Il presidente di Telecom era (ed è attualmente) Guido Rossi, l'avvocato di De Benedetti
(un pò il suo Previti).
Nel frattempo al governo arriva D'Alema, siamo nel 1999, e Roberto Colaninno, attraverso
l'Olivetti di De Benedetti, dà la scalata a Telecom. Ancora una volta ci furono losche
irregolarità per tenere il prezzo basso, ma la Consob (l'autorità che deve sorvegliare
questi reati) era presieduta da Spaventa, amico di De Benedetti, per cui chiuse entrambi
gli occhi sull'affare.
Colaninno, tramite una serie di società fantasma con sede alle isole Cayman (noto paradiso
fiscale) arriva a controllare Telecom con appena lo 0,3% delle azioni. Il Financial Times
definì la scalata "una rapina in pieno giorno".
Dalla Telecom fu svenduta la Seat-Pagine Gialle (che ne faceva parte) a una società
chiamata "Otto" (del figlio di Armando Cossutta, quello dei Comunisti Italiani, che si
vanta sempre di campare come un italiano medio) per 1955 miliardi e rivenduta, insieme a
Colaninno, a 16.000 miliardi (8 volte tanto, a quanto pare si divertono a sfotterci: ecco
perchè l'avevano chiamata Otto!).
Le società che avrebbero dovuto pagarci le tasse spariscono nei soliti paradisi fiscali
alle Cayman.
Nel 2000, come di solito succede nelle migliori rapine quando i complici fanno a botte,
Colaninno e De Benedetti litigano per il malloppo, e Colaninno viene massacrato da
Repubblica, Espresso e gli altri 30 giornali di De Benedetti. Nel 2001, De Benedetti si
allea a Marco Tronchetti Provera, il quale strappa il controllo di Telecom a Colaninno,
acquistando la quota di controllo in Olivetti. Ma quando Tronchetti Provera arriva in
sella alla Telecom si accorge di essere stato fregato: dalle casse mancano 25.000
miliardi.
Telecom Italia è ormai una società con debiti fino al collo, ormai è stata munta e
ri-munta fino all'osso e gli stessi miliardi che comparivano nel bilancio sono in realtà
aria fritta: l'unica possibilità si salvarsi è rivendere tutta la baracca allo Stato.
Ad aprile 2006, sale al governo Romano Prodi, il quale fa il solito accordo sottobanco con
Tronchetti Provera (e il socio De Benedetti) per il RIACQUISTO della Telecom (come
successe per Infostrada), ma stavolta qualcosa non va per il verso giusto.
I due squali alleati, De Benedetti e Tronchetti Provera, iniziano a litigare per chi deve
avere la fetta più grossa, per cui, come al solito, Espresso e Repubblica cominciano a
infangare Tronchetti Provera per mesi.
Prodi, ovviamente deve scegliere da che parte stare e sceglie il più rassicurante De
Benedetti (non vuole fare la fine di tutti quelli che si mettono contro Repubblica ed
Espresso!). A quel punto Tronchetti Provera pubblica il progetto segreto di Prodi sul
riacquisto della Telecom e scoppia lo scandalo che indigna i giornali di mezzo mondo,
anche se ben presto messo a tacere in Italia dai giornali di De Benedetti che fanno
scoppiare lo scandalo delle intercettazioni telefoniche contro Tronchetti Provera.
Prodi a quel punto si salva agli occhi dell'opinione pubblica con la solita storiella del
"non ne sapevo nulla", la colpa è tutta del mio collaboratore Rovati (amico di Prodi da
una vita, abitano persino nello stesso palazzo), cui seguono prontamente le dimissioni.
La stampa estera arriva a dire: ma che razza di paese è l'Italia? dopo una cosa del genere
non solo Prodi non si dimette, ma non si apre neppure un'inchiesta giudiziaria?
Rovati, calmate le acque, ha già ripreso il posto accanto a Prodi.
L'affare Alitalia
A gennaio 2007, il Governo Prodi inizia la vendita di Alitalia. Tra i concorrenti c'è una
cordata formata da De Benedetti (poteva mancare?) e la banca Goldman Sachs, protagonista
cruciale di quasi tutte le privatizzazioni italiane. Prodi ha lavorato per anni per la
Goldman Sachs, la quale lo ha sempre ricoperto d'oro per le sue preziosissime "consulenze"
(e ci credo!). Alla Goldman hanno lavorato fino a pochi mesi fa praticamente tutti gli
amici e collaboratori di Prodi: Mario Draghi (vicedirettore della Goldman Sachs, e
attualmente governatore della Banca d'Italia) e Mario Monti (attuale vicedirettore).
Claudio Costamagna, presidente della Goldman Sachs, è quello che ha pagato tutta la
campagna elettorale di Prodi alle elezioni 2006. In cambio a breve Prodi lo nominerà
direttore generale del Tesoro. Sempre per la Goldman Sachs, fino a ieri era direttore
Massimo Tononi, ora sottosegretario al Governo Prodi. Non c'è che dire, siamo in buone
mani ! Dato che tutto il vertice Goldman Sachs adesso è al Governo è fin troppo evidente
come il piano segreto Prodi-Rovati di acquisto Telecom era in realtà un piano della
Goldman Sachs.
Il copione è sempre lo stesso degli ultimi 25 anni e di tutte le altre privatizzazioni. De
Benedetti si aggiudicherà come sempre il bando (realizzato ad hoc per lui dai suoi amici
che occupano tutti i vertici dello Stato e della Goldman Sachs) a un prezzo irrisorio, per
poi rivendere il tutto subito a un gruppo straniero (probabilmente Air France) a un prezzo
10-20 volte più elevato.
Perchè il bando è truccato? Semplice: perchè pur svendendo il 30% delle azioni lo Stato si
terrà delle azioni speciali, le Golden Share, con le quali eserciterà il controllo di
Alitalia. Ora, nessuna società o imprenditore può essere così folle da comprare un'azienda
in piena crisi e per giunta senza averne poi il pieno controllo sulla gestione. Nessuno,
eccetto chi, da sempre tiene il Governo al guinzaglio. Subito dopo che De Benedetti
metterà le mani sul patrimonio dell'Alitalia potranno succedere, come da copione
collaudato, due cose: 1) o il governo Prodi si affretterà a togliere i vincoli in modo che
De Benedetti potrà rivendere liberamente l'Alitalia al miglior offerente straniero
realizzando immensi guadagni, oppure 2) se questa prima strada non è percorribile, lo
Stato si offrirà prontamente di RICOMPRARE le azioni svendute, pagandole cifre
astronomiche. E se qualche sprovveduto manager di Alitalia avesse qualcosa da ridire farà
la fine del povero Lorenzo Necci (di cui sopra).
Conclusioni
L'Ing. Carlo De Benedetti, con la complicità di Romano Prodi, ha saccheggiato il denaro
pubblico dello Stato italiano e ha regalato la ricchezza degli italiani, praticamente
tutti i principali enti pubblici, a gruppi privati stranieri, causando danni incalcolabili
agli italiani.
Ma nonostante queste colpe, controlla l'informazione stampata con più di 30, tra
quotidiani, settimanali, giornali e riviste nazionali e locali (Repubblica, Espresso,
gruppo Rizzoli RCS tanto per citarne alcuni), oltre ad essere alleato all'intera editoria
di Sinistra. Quando andare in edicola o in libreria, sappiate che l'85% di quello che
vedete è edito da De Benedetti o dai suoi alleati di una vita.
Questo monopolio dell'informazione gli ha permesso (e gli permette tuttora) di distogliere
l'attenzione sui suoi loschi affari e di concentrarla tutta sul suo rivale di sempre,
Berlusconi.
Oggi, Repubblica e l'Espresso sono tra i giornali più letti, e gran parte dell'opinione
pubblica italiana è convinta che Berlusconi sia la causa di tutti i mali d'Italia, mentre
ignora del tutto o quasi, persino chi sia, Carlo De Benedetti.
E poi, sul libro che vi ho segnalato, troverete informazioni sulla svendita di
utostade.... ecc. ecc. ecc.
Che squallore essere itaglioni. Io mi vergogno assai.
Buona lettura...
Come fare una montagna di soldi a spese dello Stato
La complicità tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti inizia nel luglio 1982, quando Prodi
viene nominato presidente dell'IRI, il più grande ente economico dello Stato, in casa del
suo storico compare Carlo De Benedetti (proprietario del gruppo Repubblica ed Espresso e
di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia), nel caso di
Repubblica addirittura De Benedetti ne è l'unico editorialista, quindi gli articoli se li
scrive persino lui stesso (pensa un pò che obiettività)!
L'attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico
compito:
Svendere (o regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De
Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi truccati.
De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente
tali società al loro reale valore di mercato ===>(di solito 20 volte il loro prezzo
d'acquisto) <=== a gruppi stranieri (o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a
prezzi folli), realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.
Prodi, per 7 anni guidò l' IRI dello Stato, concedendo tra l'altro incarichi miliardari
alla sua società di consulenza "Nomisma", con un evidente conflitto di interessi.
Al termine di questi 7 anni il patrimonio dell' IRI risultò dimezzato per la cessione di
importanti gruppi quali Alfa Romeo a FIAT, dalla quale prese grosse somme di denaro in
tangenti per la Nomisma, passando da 3.959 a 2.102 miliardi. La Ford aveva offerto 2.000
miliardi in contanti per l'Alfa Romeo, ma Prodi la regalò alla FIAT per soli 1000 miliardi
a rate. Egli nel frattempo lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.
Le privatizzazioni dell'IRI fatte da Romano Prodi sono state delle vere e proprie svendite
del patrimonio economico italiano a gruppi privati della Sinistra (De Benedetti, Coop
Rosse) complici del professore, anche se "svendere" un ente pubblico a un decimo del suo
valore quando ci sono altri gruppi privati che offrono il doppio, più che una "svendita" è
un regalo, o per essere ancora più precisi è una serie incredibile di furti colossali a
danno dello Stato e degli italiani perpetrata impunemente per anni.
Giocando sulle parole e sull'interpretazione dello statuto dell'Ente, Romano Prodi vantò
utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985).
La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, portò alla luce l'enorme falso in
bilancio di Prodi: «Il complessivo risultato di gestione dell'Istituto IRI per il 1985,
cui concorrono... sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di
natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a
quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984».
La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203
miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.
Romano Prodi, davanti alle folle dei suoi fans tuttoggi si vanta tantissimo che durante i
suoi 7 anni alla presidenza dell' IRI riuscì a far guadagnare utili stratosferici. La
verità, come chiarito dalla Corte dei Conti, è che invece di utili stratosferici realizzo
perdite stratosferiche, regalando il patrimonio dello Stato e degli Italiani ai suoi amici
della Sinistra.
Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano S.P.A. di diritto privato e quindi
i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali. Mani Pulite cambierà anche
questo, per cui le società controllate da enti pubblici sarebbero state considerate tutte
operanti nell'interesse pubblico, con le relative conseguenze per gli amministratori.
La conferma di tutto questo si trova nell'indebitamento dell'Istituto, salito dal 1982 al
1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a
45.672 (+30 per cento). Perdite stratosferiche appunto.
Lo stesso D'Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Romano Prodi, da lui
scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando
lasciò l'IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi». Fu facile confutare queste
affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite
siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il
buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.
La vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a
costo zero. La conferma ci viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino, nel quale rileva
che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di
nascita dell'IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500!
Nel 1986, Romano Prodi, con un contrattino di appena 4 paginette (anzichè centinaia come
normalmente si fa) a trattativa privata, svendette il più grande gruppo alimentare dello
Stato, la SME, alla Buitoni del suo amicone Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi. La
SME, già nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, ma il suo valore globale
era di 3.100 miliardi. A Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte
d'appello e in Cassazione da ben 15 magistrati, all'unanimità.
Il magistrato Saverio Borrelli del pool Mani Pulite di Milano, 6 anni dopo, incriminerà
invece penalmente Silvio Berlusconi, per aver impedito (insieme a Ferrero e Barilla con
una pubblica offerta d'acquisto enormemente superiore rispetto a quella di De Benedetti)
l'ennesima svendita di Romano Prodi: la SME (un regalo di 3100 miliardi dello Stato) a
Carlo De Benedetti, nonostante a questi due compari fosse stato dato torto in tutti e 3 i
gradi di giudizio dal Tribunale di Roma e dal TAR del Lazio e nonostante Berlusconi e gli
altri imprenditori non ci avessero guadagnato alla fine nulla.
Come presidente dell'IRI, svendette anche la Italgel alla Unilever, essendo
contemporaneamente consulente di quest'ultima, nonostante quindi un conflitto di interessi
evidente.
Se l'IRI era, come in realtà era, un covo di corruzione senza limiti sarebbe stata giusto
arrestare e processare Prodi, che la presiedette per 7 anni e non solo chi (Nobile) lo
fece per soli 17 mesi.
Durante Tangentopoli, Di Pietro stava per arrestare Prodi, ma lui se ne andò dritto a
piangere (nel vero senso della parola) da Mancuso e dal presidente della Repubblica
***Scalfaro***, il quale, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura,
riuscì a non farlo incriminare. Tutto in un giorno.
Durante il suo Governo nel 1996 regalò 5.000 miliardi alla Fiat per fare una rottamazione.
Durante i fallimenti Parmalat e Cirio, Prodi difese i banchieri che truffarono i
risparmiatori e loro ricambiarono il favore con i loro giornali schierati.
I PM dovrebbero usare lo stesso metro, lo stesso zelo sia con Fiorani che con Consorte; o,
almeno, sullo stesso Fiorani credergli sempre o mai. Anche quando dice, e Boni conferma,
d'aver dato 750 mila euro Palenzona (Margherita), che sono 15 volte di più di quanto dato
(e rifiutato) dal leghista Giorgetti. Anche se il Corriere su Giorgetti ha fatto un titolo
15 volte più vistoso di quello per Palenzona.
L'affare Infostrada
Nel 1997, il Governo Prodi svende Infostrada (dello Stato) a De Benedetti per 700 miliardi
di lire, da pagarsi a rate in 14 anni. De Benedetti la rivende immediatamente (dopo aver
pagato solo la prima rata) alla tedesca Mannesman a 14.000 miliardi (20 volte il prezzo
d'acquisto !). Non basta, lo Stato italiano nel 2001, quando ancora c'era il governo di
centrosinistra, RIACQUISTA Infostrada dalla tedesca Mannesman a 21.300 miliardi di lire.
Con la "privatizzazione" di Infostada fatta da Prodi quindi lo Stato ha sborsato 21.300
miliardi di lire, le quali sono finiti 14.000 nelle tasche di De Benedetti e 14.000 nelle
casse della Mannesman, in Germania.
De Benedetti e Mannesman avevano un losco accordo: De Benedetti si fa regalare Infostrada
da Prodi, la Mannesman se la compra al suo reale valore di mercato e poi se la rivende al
doppio (realizzando 14.000 miliardi) allo Stato, complice un governo di Sinistra.
Il manager di Infostrada, Lorenzo Necci, provò ad opporsi a questo immane ladrocinio ai
danni dello Stato, ma fu subito incriminato, incarcerato, sputtanato dai giornali della
Sinistra (di cui gran parte di proprietà di De Benedetti e persino scritti da lui !) e
poi, ovviamente, assolto. Questo è quello che di solito succede a chi mette i bastoni tra
le ruote di De Benedetti.
L'affare Telecom Italia
Nel 1997, sempre Prodi, al governo, svende le azioni Telecom Italia al solito prezzo
irrisorio (tanto che subito dopo il loro valore di mercato aumenta di 6 volte) incassando
22.800 miliardi di lire (la Telecom ne valeva enormemente di più). Con questo stesso
denaro, poi, il governo di centro-sinistra riacquisterà Infostrada con la scusa che le
infrastrutture delle telcomunicazioni devono appartenere allo Stato. Praticamente lo Stato
ha dato via un gigante come Telecom, allo stesso prezzo, di un'azienda nana come
Infostrada. Bello scambio!
Il presidente di Telecom era (ed è attualmente) Guido Rossi, l'avvocato di De Benedetti
(un pò il suo Previti).
Nel frattempo al governo arriva D'Alema, siamo nel 1999, e Roberto Colaninno, attraverso
l'Olivetti di De Benedetti, dà la scalata a Telecom. Ancora una volta ci furono losche
irregolarità per tenere il prezzo basso, ma la Consob (l'autorità che deve sorvegliare
questi reati) era presieduta da Spaventa, amico di De Benedetti, per cui chiuse entrambi
gli occhi sull'affare.
Colaninno, tramite una serie di società fantasma con sede alle isole Cayman (noto paradiso
fiscale) arriva a controllare Telecom con appena lo 0,3% delle azioni. Il Financial Times
definì la scalata "una rapina in pieno giorno".
Dalla Telecom fu svenduta la Seat-Pagine Gialle (che ne faceva parte) a una società
chiamata "Otto" (del figlio di Armando Cossutta, quello dei Comunisti Italiani, che si
vanta sempre di campare come un italiano medio) per 1955 miliardi e rivenduta, insieme a
Colaninno, a 16.000 miliardi (8 volte tanto, a quanto pare si divertono a sfotterci: ecco
perchè l'avevano chiamata Otto!).
Le società che avrebbero dovuto pagarci le tasse spariscono nei soliti paradisi fiscali
alle Cayman.
Nel 2000, come di solito succede nelle migliori rapine quando i complici fanno a botte,
Colaninno e De Benedetti litigano per il malloppo, e Colaninno viene massacrato da
Repubblica, Espresso e gli altri 30 giornali di De Benedetti. Nel 2001, De Benedetti si
allea a Marco Tronchetti Provera, il quale strappa il controllo di Telecom a Colaninno,
acquistando la quota di controllo in Olivetti. Ma quando Tronchetti Provera arriva in
sella alla Telecom si accorge di essere stato fregato: dalle casse mancano 25.000
miliardi.
Telecom Italia è ormai una società con debiti fino al collo, ormai è stata munta e
ri-munta fino all'osso e gli stessi miliardi che comparivano nel bilancio sono in realtà
aria fritta: l'unica possibilità si salvarsi è rivendere tutta la baracca allo Stato.
Ad aprile 2006, sale al governo Romano Prodi, il quale fa il solito accordo sottobanco con
Tronchetti Provera (e il socio De Benedetti) per il RIACQUISTO della Telecom (come
successe per Infostrada), ma stavolta qualcosa non va per il verso giusto.
I due squali alleati, De Benedetti e Tronchetti Provera, iniziano a litigare per chi deve
avere la fetta più grossa, per cui, come al solito, Espresso e Repubblica cominciano a
infangare Tronchetti Provera per mesi.
Prodi, ovviamente deve scegliere da che parte stare e sceglie il più rassicurante De
Benedetti (non vuole fare la fine di tutti quelli che si mettono contro Repubblica ed
Espresso!). A quel punto Tronchetti Provera pubblica il progetto segreto di Prodi sul
riacquisto della Telecom e scoppia lo scandalo che indigna i giornali di mezzo mondo,
anche se ben presto messo a tacere in Italia dai giornali di De Benedetti che fanno
scoppiare lo scandalo delle intercettazioni telefoniche contro Tronchetti Provera.
Prodi a quel punto si salva agli occhi dell'opinione pubblica con la solita storiella del
"non ne sapevo nulla", la colpa è tutta del mio collaboratore Rovati (amico di Prodi da
una vita, abitano persino nello stesso palazzo), cui seguono prontamente le dimissioni.
La stampa estera arriva a dire: ma che razza di paese è l'Italia? dopo una cosa del genere
non solo Prodi non si dimette, ma non si apre neppure un'inchiesta giudiziaria?
Rovati, calmate le acque, ha già ripreso il posto accanto a Prodi.
L'affare Alitalia
A gennaio 2007, il Governo Prodi inizia la vendita di Alitalia. Tra i concorrenti c'è una
cordata formata da De Benedetti (poteva mancare?) e la banca Goldman Sachs, protagonista
cruciale di quasi tutte le privatizzazioni italiane. Prodi ha lavorato per anni per la
Goldman Sachs, la quale lo ha sempre ricoperto d'oro per le sue preziosissime "consulenze"
(e ci credo!). Alla Goldman hanno lavorato fino a pochi mesi fa praticamente tutti gli
amici e collaboratori di Prodi: Mario Draghi (vicedirettore della Goldman Sachs, e
attualmente governatore della Banca d'Italia) e Mario Monti (attuale vicedirettore).
Claudio Costamagna, presidente della Goldman Sachs, è quello che ha pagato tutta la
campagna elettorale di Prodi alle elezioni 2006. In cambio a breve Prodi lo nominerà
direttore generale del Tesoro. Sempre per la Goldman Sachs, fino a ieri era direttore
Massimo Tononi, ora sottosegretario al Governo Prodi. Non c'è che dire, siamo in buone
mani ! Dato che tutto il vertice Goldman Sachs adesso è al Governo è fin troppo evidente
come il piano segreto Prodi-Rovati di acquisto Telecom era in realtà un piano della
Goldman Sachs.
Il copione è sempre lo stesso degli ultimi 25 anni e di tutte le altre privatizzazioni. De
Benedetti si aggiudicherà come sempre il bando (realizzato ad hoc per lui dai suoi amici
che occupano tutti i vertici dello Stato e della Goldman Sachs) a un prezzo irrisorio, per
poi rivendere il tutto subito a un gruppo straniero (probabilmente Air France) a un prezzo
10-20 volte più elevato.
Perchè il bando è truccato? Semplice: perchè pur svendendo il 30% delle azioni lo Stato si
terrà delle azioni speciali, le Golden Share, con le quali eserciterà il controllo di
Alitalia. Ora, nessuna società o imprenditore può essere così folle da comprare un'azienda
in piena crisi e per giunta senza averne poi il pieno controllo sulla gestione. Nessuno,
eccetto chi, da sempre tiene il Governo al guinzaglio. Subito dopo che De Benedetti
metterà le mani sul patrimonio dell'Alitalia potranno succedere, come da copione
collaudato, due cose: 1) o il governo Prodi si affretterà a togliere i vincoli in modo che
De Benedetti potrà rivendere liberamente l'Alitalia al miglior offerente straniero
realizzando immensi guadagni, oppure 2) se questa prima strada non è percorribile, lo
Stato si offrirà prontamente di RICOMPRARE le azioni svendute, pagandole cifre
astronomiche. E se qualche sprovveduto manager di Alitalia avesse qualcosa da ridire farà
la fine del povero Lorenzo Necci (di cui sopra).
Conclusioni
L'Ing. Carlo De Benedetti, con la complicità di Romano Prodi, ha saccheggiato il denaro
pubblico dello Stato italiano e ha regalato la ricchezza degli italiani, praticamente
tutti i principali enti pubblici, a gruppi privati stranieri, causando danni incalcolabili
agli italiani.
Ma nonostante queste colpe, controlla l'informazione stampata con più di 30, tra
quotidiani, settimanali, giornali e riviste nazionali e locali (Repubblica, Espresso,
gruppo Rizzoli RCS tanto per citarne alcuni), oltre ad essere alleato all'intera editoria
di Sinistra. Quando andare in edicola o in libreria, sappiate che l'85% di quello che
vedete è edito da De Benedetti o dai suoi alleati di una vita.
Questo monopolio dell'informazione gli ha permesso (e gli permette tuttora) di distogliere
l'attenzione sui suoi loschi affari e di concentrarla tutta sul suo rivale di sempre,
Berlusconi.
Oggi, Repubblica e l'Espresso sono tra i giornali più letti, e gran parte dell'opinione
pubblica italiana è convinta che Berlusconi sia la causa di tutti i mali d'Italia, mentre
ignora del tutto o quasi, persino chi sia, Carlo De Benedetti.
E poi, sul libro che vi ho segnalato, troverete informazioni sulla svendita di
utostade.... ecc. ecc. ecc.
Che squallore essere itaglioni. Io mi vergogno assai.
Buona lettura...
POTERE!!!!!!
Partita la campagna della sinistra per “salvare l’Italia”. Come “la macchina da guerra” di Occhetto
Ringalluzzita dall’importante “successo” riportato nel contribuire a far abbassare il rating del debito italiano da Standard&Poor’s, poi seguito dal declassamento di 7 banche nazionali, che ci costerà un quarantina di miliardi di euro di maggiori interessi, la sinistra italiana ha dato l’avvio alla campagna d’Italia per conquistare il governo del Paese. Chi segue questo blog sa, perché se ne è qui abbondantemente parlato, che gli unici responsabili del disastro nazionale cui stiamo assistendo è storicamente proprio la sinistra. Prima ci ha regalato l’indebitamento con i governi Craxi, Amato e Prodi: in tre la metà del totale in meno di 7 anni. Poi ha fatto in modo che il Paese perdesse faccia e credibilità entro e fuori i confini nazionali.
Complice un attuale governo che, preso da tanti problemi, per lavorare si “dimentica” di fare comunicazione e public relationship, molti italiani non conoscono la verità e non sanno chi li ha portati a questo punto. E se la prendono con l’esecutivo ora in carica. Bisogna riconoscere che la sinistra, pur non sapendo governare, pur non facendo altro che esercitare il potere solo per i suoi porci comodi e per conseguire personali vantaggi, diventa maestra quando si tratta di tramare nel buio. Stavolta è stato seguito lo schema di Fornaretto di Venezia. La sinistra viene da lontano: da una stagione storica che si è avviata con la campagna degli anni ’70 e delle Brigate Rosse per intimidire il Paese, riuscendoci, e che è stata conclusa dall’ultimo governo Prodi, che in tre anni ha vanificato tutto il lavoro fatto dal 1994 al 2008 per ridurre il deficit. Ha ammazzato il Paese, poi messo il “pugnale” in mano a chi era corso in aiuto dello stesso, dopodiché l’ignaro soccorritore, parliamo di Berlusconi, è stato preso come capro espiatorio e messo sotto processo. Per molta gente italica il Premier è il responsabile di tutti i danni in tutti i campi della vita politica, economica e sociale del Paese. E come il Fornaretto, deve ora cercare di liberarsi dalle accuse che gli piovono addosso da tutte le parti: dall’apparato mediatico nazionale, quasi completamente nelle mani della sinistra (checché se ne dica), e da tutte le Procure d’Italia per fatti perlopiù inconsistenti, pretestuosi o mai avvenuti. Con situazioni assolutamente paradossali: adesso è anche indagato col fratello Paolo perché il Giornale ha pubblicato il testo delle intercettazioni Fassino-Consorte. Peccato che in tutto questo bailamme passi in cavalleria il gravissimo reato a carico di Fassino e Consorte stessi, aggiotaggio per acquisire fraudolentemente una banca, ed il reato dei magistrati che divulgano ogni giorno le intercettazioni soggette a segreto istruttorio. Ma neanche tutte, bensì solo quelle che possono costituire prova a carico, mentre quelle a favore degli accusati misteriosamente scompaiono, come nel caso Tarantini.
Ritornando alla campagna d’Italia per la presa del potere, si segnala l’omissione su stampa e TV del fatto che si stiano valutando la posizione e le responsabilità di Vendola in Puglia nella gestione dissennata e clientelare della Sanità, dei Trasporti, delle Politiche Ambientali, della Regione. A proposito di Puglia: con la smania di denigrare l’Italia e di appoggiarsi a magistrati compiacenti per porre in atto la persecuzione giudiziaria del Premier e gettare il Paese nel caos – come platealmente ha dimostrato lo sciopero del 6 settembre – proponendosi poi come salvatrice della patria, la sinistra ha fatto accadere a livello locale ciò che era successo in ambito nazionale. Tra i potenziali investitori stranieri fuggiti inorriditi dall’Italia appena resisi conto dell’andazzo, ora c’è anche il colosso cinese GSF (Global Solar Fund) che ha sospeso l’investimento di 1 miliardo € per il parco voltaico nella provincia di Brindisi che aveva già ottenuto tutte le approvazioni necessarie. Chissà come sono contenti i brindisini, e quanto son grati a Vendola.
Sul fronte della propaganda, stanno circolando i risultati di sondaggi che dimostrerebbero che, nel consenso popolare, la sinistra sta 12 punti avanti al centrodestra, limitato a PDL e Lega. Chissà se a Casini, Mastella, Fini, ai Radicali hanno scritto una lettera per avvertirli che sono stati cooptati nel centro-sinistra o se i centristi lo scopriranno solo vivendo, dopo le elezioni.
Ma in campagna elettorale basterà svelare il vero volto della sinistra. Volto che è quello che, in Sardegna, ha permesso ai franchi tiratori del PD di affossare un provvedimento per ridurre da 80 a 50 i consiglieri regionali, alla faccia dello sbandierato consenso per la riduzione dei costi della politica. Che è quello di un sistema capillare di tangenti che vige da sempre a sinistra, dalla Puglia alla Brianza, che non conosce né limiti, né vergogna e che attualmente chiama in causa direttamente la segreteria politica del segretario nazionale del PD. Il volto di opportunisti squallidi, per i quali non esiste né dignità, né etica politica. Il volto di quelli che si “fanno strada” nel nostro Paese con coperture compiacenti e sostegni interessati, poi da ripagare, in tutti i campi dell’economia, dello spettacolo, della letteratura, dell’arte, del cinema e del teatro. Chi si schiera a sinistra è “bravo” a prescindere, gli altri sono rottami di una destra violenta e perversa. E si costruiscono i mostri alla De Benedetti, che ha buttato sul lastrico decine di migliaia di famiglie con i suoi giochetti delle tre carte in borsa. O alla Soru, il patron della Tiscali che sull’onda delle follie del “New Market”, mettendo mezza centralina in un sottoscala cagliaritano ed utilizzando la rete Telecom, ha messo in piedi una società che nei termini pubblicizzati esisteva solo nell’immaginario collettivo artatamente sollecitato. Una società che a forza di essere “gonfiata” da stampa compiacente è arrivata a capitalizzare in borsa più della Fiat, con azioni emesse a 0.50 €, collocate sul mercato a 5 € e schizzate a 1200 €, 2400 volte il valore di facciata! Giusto il tempo di specularci sopra e poi giù, a volatilizzare i risparmi di lavoratori e pensionati. Sapete quanto quotano oggi le Tiscali? No? Ve lo diciamo qui: 0,0469 €, un decimo del loro valore di facciata, con una oscillazione di 24.000 volte tra max e min. Com’era il fatto della speculazione di perversi capitalisti che la Sinistra combatterebbe a fianco dei lavoratori? E che fine ha fatto Soru? Sta in galera? No, è comunista con tanto di tessera, non si può. Ha fatto il presidente PD della Regione Sardegna e poi per sdebitarsi, tra tante altre cose, ora che è ricco sfondato s’è messo a fare l’editore dell’Unità, che tanto riceve i contributi statali.
Non siamo certi che quando racconteremo queste cose sui giornali, nelle piazze, a scuola, nei posti di lavoro, nei dibattiti televisivi, nei blog in rete, cioè quando la verità sarà svelata e spiegata, anche per quanto concerne i vigliacchi complotti che sostengono la persecuzione giudiziaria di cui è oggetto il premier, loro, senza i centristi, staranno 12 punti avanti alla destra. Noi, sinceramente pensiamo di no.
L’eclettico Benjamin Franklin, che era anche eccellente filosofo, una volta disse che “ si possono ingannare molti per qualche tempo, alcuni per molto tempo. Però non si possono ingannare tutti e per tutto il tempo”. Aveva ragione. Tanto per cominciare, tutti gli abitanti di Termoli che avevano la tessera dell’IdV l’hanno strappata dopo che Di Pietro ha raccomandato il figlio come “candidato forte” alle amministrative della Regione Molise. Senza dire delle nefandezze che ha perpetrato per far ottenere la tessera dell’Ordine dei Giornalisti alla figlia. Qualcosa da quelle parti comincia a muoversi: Vendola, Bersani/Penati, Fassino, la Unipol, le Cooperative rosse, Di Pietro. E poi dai, non piangiamoci addosso : accanto alle Toghe Rosse ci stanno tanti magistrati che lavorano sodo, senza tanta pubblicità, con serietà e competenza professionale, che onorano la categoria che altri infangano, alla fine non avranno sempre la meglio i peggiori.
Abbiamo un precedente che dovrebbe infonderci coraggio: la fine che la destra fece fare alla “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto nel 1994. Però una cosa è certa: dobbiamo darci da fare per non dargliela vinta: troppo importante la posta in gioco.
Ringalluzzita dall’importante “successo” riportato nel contribuire a far abbassare il rating del debito italiano da Standard&Poor’s, poi seguito dal declassamento di 7 banche nazionali, che ci costerà un quarantina di miliardi di euro di maggiori interessi, la sinistra italiana ha dato l’avvio alla campagna d’Italia per conquistare il governo del Paese. Chi segue questo blog sa, perché se ne è qui abbondantemente parlato, che gli unici responsabili del disastro nazionale cui stiamo assistendo è storicamente proprio la sinistra. Prima ci ha regalato l’indebitamento con i governi Craxi, Amato e Prodi: in tre la metà del totale in meno di 7 anni. Poi ha fatto in modo che il Paese perdesse faccia e credibilità entro e fuori i confini nazionali.
Complice un attuale governo che, preso da tanti problemi, per lavorare si “dimentica” di fare comunicazione e public relationship, molti italiani non conoscono la verità e non sanno chi li ha portati a questo punto. E se la prendono con l’esecutivo ora in carica. Bisogna riconoscere che la sinistra, pur non sapendo governare, pur non facendo altro che esercitare il potere solo per i suoi porci comodi e per conseguire personali vantaggi, diventa maestra quando si tratta di tramare nel buio. Stavolta è stato seguito lo schema di Fornaretto di Venezia. La sinistra viene da lontano: da una stagione storica che si è avviata con la campagna degli anni ’70 e delle Brigate Rosse per intimidire il Paese, riuscendoci, e che è stata conclusa dall’ultimo governo Prodi, che in tre anni ha vanificato tutto il lavoro fatto dal 1994 al 2008 per ridurre il deficit. Ha ammazzato il Paese, poi messo il “pugnale” in mano a chi era corso in aiuto dello stesso, dopodiché l’ignaro soccorritore, parliamo di Berlusconi, è stato preso come capro espiatorio e messo sotto processo. Per molta gente italica il Premier è il responsabile di tutti i danni in tutti i campi della vita politica, economica e sociale del Paese. E come il Fornaretto, deve ora cercare di liberarsi dalle accuse che gli piovono addosso da tutte le parti: dall’apparato mediatico nazionale, quasi completamente nelle mani della sinistra (checché se ne dica), e da tutte le Procure d’Italia per fatti perlopiù inconsistenti, pretestuosi o mai avvenuti. Con situazioni assolutamente paradossali: adesso è anche indagato col fratello Paolo perché il Giornale ha pubblicato il testo delle intercettazioni Fassino-Consorte. Peccato che in tutto questo bailamme passi in cavalleria il gravissimo reato a carico di Fassino e Consorte stessi, aggiotaggio per acquisire fraudolentemente una banca, ed il reato dei magistrati che divulgano ogni giorno le intercettazioni soggette a segreto istruttorio. Ma neanche tutte, bensì solo quelle che possono costituire prova a carico, mentre quelle a favore degli accusati misteriosamente scompaiono, come nel caso Tarantini.
Ritornando alla campagna d’Italia per la presa del potere, si segnala l’omissione su stampa e TV del fatto che si stiano valutando la posizione e le responsabilità di Vendola in Puglia nella gestione dissennata e clientelare della Sanità, dei Trasporti, delle Politiche Ambientali, della Regione. A proposito di Puglia: con la smania di denigrare l’Italia e di appoggiarsi a magistrati compiacenti per porre in atto la persecuzione giudiziaria del Premier e gettare il Paese nel caos – come platealmente ha dimostrato lo sciopero del 6 settembre – proponendosi poi come salvatrice della patria, la sinistra ha fatto accadere a livello locale ciò che era successo in ambito nazionale. Tra i potenziali investitori stranieri fuggiti inorriditi dall’Italia appena resisi conto dell’andazzo, ora c’è anche il colosso cinese GSF (Global Solar Fund) che ha sospeso l’investimento di 1 miliardo € per il parco voltaico nella provincia di Brindisi che aveva già ottenuto tutte le approvazioni necessarie. Chissà come sono contenti i brindisini, e quanto son grati a Vendola.
Sul fronte della propaganda, stanno circolando i risultati di sondaggi che dimostrerebbero che, nel consenso popolare, la sinistra sta 12 punti avanti al centrodestra, limitato a PDL e Lega. Chissà se a Casini, Mastella, Fini, ai Radicali hanno scritto una lettera per avvertirli che sono stati cooptati nel centro-sinistra o se i centristi lo scopriranno solo vivendo, dopo le elezioni.
Ma in campagna elettorale basterà svelare il vero volto della sinistra. Volto che è quello che, in Sardegna, ha permesso ai franchi tiratori del PD di affossare un provvedimento per ridurre da 80 a 50 i consiglieri regionali, alla faccia dello sbandierato consenso per la riduzione dei costi della politica. Che è quello di un sistema capillare di tangenti che vige da sempre a sinistra, dalla Puglia alla Brianza, che non conosce né limiti, né vergogna e che attualmente chiama in causa direttamente la segreteria politica del segretario nazionale del PD. Il volto di opportunisti squallidi, per i quali non esiste né dignità, né etica politica. Il volto di quelli che si “fanno strada” nel nostro Paese con coperture compiacenti e sostegni interessati, poi da ripagare, in tutti i campi dell’economia, dello spettacolo, della letteratura, dell’arte, del cinema e del teatro. Chi si schiera a sinistra è “bravo” a prescindere, gli altri sono rottami di una destra violenta e perversa. E si costruiscono i mostri alla De Benedetti, che ha buttato sul lastrico decine di migliaia di famiglie con i suoi giochetti delle tre carte in borsa. O alla Soru, il patron della Tiscali che sull’onda delle follie del “New Market”, mettendo mezza centralina in un sottoscala cagliaritano ed utilizzando la rete Telecom, ha messo in piedi una società che nei termini pubblicizzati esisteva solo nell’immaginario collettivo artatamente sollecitato. Una società che a forza di essere “gonfiata” da stampa compiacente è arrivata a capitalizzare in borsa più della Fiat, con azioni emesse a 0.50 €, collocate sul mercato a 5 € e schizzate a 1200 €, 2400 volte il valore di facciata! Giusto il tempo di specularci sopra e poi giù, a volatilizzare i risparmi di lavoratori e pensionati. Sapete quanto quotano oggi le Tiscali? No? Ve lo diciamo qui: 0,0469 €, un decimo del loro valore di facciata, con una oscillazione di 24.000 volte tra max e min. Com’era il fatto della speculazione di perversi capitalisti che la Sinistra combatterebbe a fianco dei lavoratori? E che fine ha fatto Soru? Sta in galera? No, è comunista con tanto di tessera, non si può. Ha fatto il presidente PD della Regione Sardegna e poi per sdebitarsi, tra tante altre cose, ora che è ricco sfondato s’è messo a fare l’editore dell’Unità, che tanto riceve i contributi statali.
Non siamo certi che quando racconteremo queste cose sui giornali, nelle piazze, a scuola, nei posti di lavoro, nei dibattiti televisivi, nei blog in rete, cioè quando la verità sarà svelata e spiegata, anche per quanto concerne i vigliacchi complotti che sostengono la persecuzione giudiziaria di cui è oggetto il premier, loro, senza i centristi, staranno 12 punti avanti alla destra. Noi, sinceramente pensiamo di no.
L’eclettico Benjamin Franklin, che era anche eccellente filosofo, una volta disse che “ si possono ingannare molti per qualche tempo, alcuni per molto tempo. Però non si possono ingannare tutti e per tutto il tempo”. Aveva ragione. Tanto per cominciare, tutti gli abitanti di Termoli che avevano la tessera dell’IdV l’hanno strappata dopo che Di Pietro ha raccomandato il figlio come “candidato forte” alle amministrative della Regione Molise. Senza dire delle nefandezze che ha perpetrato per far ottenere la tessera dell’Ordine dei Giornalisti alla figlia. Qualcosa da quelle parti comincia a muoversi: Vendola, Bersani/Penati, Fassino, la Unipol, le Cooperative rosse, Di Pietro. E poi dai, non piangiamoci addosso : accanto alle Toghe Rosse ci stanno tanti magistrati che lavorano sodo, senza tanta pubblicità, con serietà e competenza professionale, che onorano la categoria che altri infangano, alla fine non avranno sempre la meglio i peggiori.
Abbiamo un precedente che dovrebbe infonderci coraggio: la fine che la destra fece fare alla “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto nel 1994. Però una cosa è certa: dobbiamo darci da fare per non dargliela vinta: troppo importante la posta in gioco.
Hanno boicottato l'Italia, credendo di impadronirsi del Potere!
Tangentopoli chiusa prima che fosse travolto il PCI”
Tangentopoli? Una farsa. Uno scandalo scoppiato quando è stato deciso a tavolino che era arrivato il momento giusto. E dissoltosi quando stava per essere tirato dentro il Pci. Semplice coincidenza? Difficile da credere.
Questa è l’opinione di Elisabetta Magni, l’imprenditrice che denunciando Mario Chiesa ha creato i presupposti per avviare l’inchiesta. Nessuno si ricorda di lei e di suo fratello Luca, all’epoca titolari di un’impresa di pulizie. Eppure sono stati loro i primi ad aver denunciato Mario Chiesa, il presidente del famoso ospizio per anziani Pio Albergo Trivulzio, scatenando la famosa reazione a catena del ’92. In cambio nessun ringraziamento, solo telefonate minatorie, accuse, perdita dei clienti sino al fallimento avvenuto appena due anni dopo.
Persino la fede politica dei due fratelli, entrambi iscritti al Msi, è stata considerata una “colpa”.
A vent’anni di distanza, Elisabetta Magni ricorda quei tempi e qualche sospetto le viene: innanzitutto che non siano stati veramente loro i primi a denunciare un sistema, ma solo i primi ad essere ascoltati perché era il momento giusto per rovesciare una classe politica. E poi, che le indagini non siano andate fino in fondo. Per non tirare dentro il Pci, appunto.
Elisabetta Magni, nel 1992 scoppiava lo scandalo Tangentopoli, tutto è cominciato con una denuncia contro il presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa. Pochi sanno chi ha sporto quella denuncia. Cosa è accaduto in quei giorni?
Io e mio fratello Luca avevamo una piccola impresa di pulizie a conduzione familiare, l’ILPI, Impresa Lombarda Pulizie Industriali. Nel 1989 abbiamo cominciato a lavorare per il Pio Albergo Trivulzio. Ad un certo punto Mario Chiesa ci chiama e ci dice che dovevamo versare il 10% dei ricavi del nostro lavoro, compreso quello svolto negli anni precedenti. Una stecca. All’inizio abbiamo accettato, non potevamo rifiutare: avevamo già fatto debiti per acquistare le attrezzature, assumere gli operai. Il sistema di ricatto era molto efficace: non mi dai la tangente, non ti pago le fatture. Funzionava così per tutte le aziende che lavoravano per il Pio Albergo Trivulzio, comprese le pompe funebri. Bisognava pagare per lavorare, assurdo. Abbiamo deciso di rivolgerci alla magistratura in un momento in cui io ero ricoverata all’ospedale e Luca ha chiamato Chiesa avvertendo che non avrebbe potuto pagare la tangente in tempo. Chiesa non ha voluto sentire ragioni, inoltre voleva in anticipo il 10% del lavoro di un intero anno: 14 milioni su 140 milioni, per noi davvero troppo. Mio fratello ha sporto denuncia ai carabinieri, è stato messo in contatto con il pm Antonio Di Pietro e ricevuto in Procura. Ha deposto e poi sono state segnate le banconote che avrebbero incastrato Chiesa. Luca si è presentato microfonato con 7 milioni al posto di 14: quando Chiesa ha intascato, le Forze dell’ordine sono intervenute.
Dal punto di vista personale cosa è cambiato? E per la vostra azienda?
Prima fatturavamo più di un miliardo all’anno. L’anno dopo siamo arrivati a malapena a 200 milioni. I clienti cominciavano ad abbandonarci, anche con le scuse più banali. Tutti si sono sentiti coinvolti in quel sistema o ritenevano di avere degli amici coinvolti. E la nostra denuncia è piaciuta a pochi. Abbiamo ricevuto telefonate minatorie, spesso ci accusavano di voler attuare un golpe fascista solo perché io e mio fratello eravamo iscritti al Msi. Ma cosa c’entrava il golpe? La denuncia l’abbiamo fatta solo per noi. Dopo due anni l’azienda è fallita, mio fratello ne ha aperta un’altra intestata a nostra madre per non far risultare i nostri nomi. Dopo un po’, per fortuna, gli affari hanno ricominciato ad andare bene e adesso la nuova impresa è ben avviata.
Alla luce di quello che è successo in seguito, rifareste tutto?
L’abbiamo fatto solo per noi, a titolo personale, Luca ed Elisabetta Magni. Non immaginavamo nemmeno, non potevamo sapere quello che sarebbe successo dopo. Ma non posso credere che siamo stati i primi, gli unici a denunciare. Il sistema lo conoscevano quasi tutti, negli anni ‘70 si cantavano addirittura canzoncine sui socialisti che prendevano le tangenti. “Socialisti forchette nazionali” era uno slogan preso da una canzone degli Amici del Vento. Se la nostra denuncia ha avuto un seguito, evidentemente in quel momento andava bene far scoppiare lo scandalo. Non si può dire che giustizia sia stata fatta, ma noi rifaremmo tutto. Probabilmente qualcun altro l’aveva già fatto prima, senza essere ascoltato.
Molti sostengono proprio che giustizia non sia stata fatta, e che abbiano pagato soltanto alcuni.
Assolutamente vero, hanno pagato solo tre o quattro disgraziati. Inoltre da allora non ho mai più visto un processo, nonostante le tangenti siano state tutt’altro che debellate. Soltanto recentemente Mario Chiesa è finito ancora nei guai per una questione di rifiuti e nettezza urbana, ma non ho altre notizie. Questo significa che pure Chiesa si è riciclato in un altro ambiente. E che Tangentopoli è stata uno specchietto per le allodole.
Chi altro avrebbe dovuto pagare?
Il nostro avvocato e amico di famiglia un giorno ci ha detto: “Vedrete che quando sarà il momento di tirare dentro all’inchiesta il Pci, tutto si fermerà”. In effetti è andata proprio così, appena il Pci è stato sfiorato non si è più parlato di Tangentopoli. (Francesco Saverio Borrelli, Gherardo Colombo e Gerardo D’Ambrosio, tre tra i principali protagonisti del pool Mani pulite, erano iscritti a Magistratura Democratica n.d.r.)
L’attuale scenario politico fa rimpiangere quello precedente a Tangentopoli?
Non lo fa rimpiangere né è migliore: è semplicemente rimasto uguale. Quelli del Psi, ad esempio, si sono mischiati un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Speravo in un cambiamento nella seconda Repubblica, che non c’è stato. Ma ci sono anche lati positivi: nella Prima Repubblica era impensabile che un missino come La Russa facesse il ministro. Destra e sinistra erano tagliate fuori.
Tangentopoli? Una farsa. Uno scandalo scoppiato quando è stato deciso a tavolino che era arrivato il momento giusto. E dissoltosi quando stava per essere tirato dentro il Pci. Semplice coincidenza? Difficile da credere.
Questa è l’opinione di Elisabetta Magni, l’imprenditrice che denunciando Mario Chiesa ha creato i presupposti per avviare l’inchiesta. Nessuno si ricorda di lei e di suo fratello Luca, all’epoca titolari di un’impresa di pulizie. Eppure sono stati loro i primi ad aver denunciato Mario Chiesa, il presidente del famoso ospizio per anziani Pio Albergo Trivulzio, scatenando la famosa reazione a catena del ’92. In cambio nessun ringraziamento, solo telefonate minatorie, accuse, perdita dei clienti sino al fallimento avvenuto appena due anni dopo.
Persino la fede politica dei due fratelli, entrambi iscritti al Msi, è stata considerata una “colpa”.
A vent’anni di distanza, Elisabetta Magni ricorda quei tempi e qualche sospetto le viene: innanzitutto che non siano stati veramente loro i primi a denunciare un sistema, ma solo i primi ad essere ascoltati perché era il momento giusto per rovesciare una classe politica. E poi, che le indagini non siano andate fino in fondo. Per non tirare dentro il Pci, appunto.
Elisabetta Magni, nel 1992 scoppiava lo scandalo Tangentopoli, tutto è cominciato con una denuncia contro il presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa. Pochi sanno chi ha sporto quella denuncia. Cosa è accaduto in quei giorni?
Io e mio fratello Luca avevamo una piccola impresa di pulizie a conduzione familiare, l’ILPI, Impresa Lombarda Pulizie Industriali. Nel 1989 abbiamo cominciato a lavorare per il Pio Albergo Trivulzio. Ad un certo punto Mario Chiesa ci chiama e ci dice che dovevamo versare il 10% dei ricavi del nostro lavoro, compreso quello svolto negli anni precedenti. Una stecca. All’inizio abbiamo accettato, non potevamo rifiutare: avevamo già fatto debiti per acquistare le attrezzature, assumere gli operai. Il sistema di ricatto era molto efficace: non mi dai la tangente, non ti pago le fatture. Funzionava così per tutte le aziende che lavoravano per il Pio Albergo Trivulzio, comprese le pompe funebri. Bisognava pagare per lavorare, assurdo. Abbiamo deciso di rivolgerci alla magistratura in un momento in cui io ero ricoverata all’ospedale e Luca ha chiamato Chiesa avvertendo che non avrebbe potuto pagare la tangente in tempo. Chiesa non ha voluto sentire ragioni, inoltre voleva in anticipo il 10% del lavoro di un intero anno: 14 milioni su 140 milioni, per noi davvero troppo. Mio fratello ha sporto denuncia ai carabinieri, è stato messo in contatto con il pm Antonio Di Pietro e ricevuto in Procura. Ha deposto e poi sono state segnate le banconote che avrebbero incastrato Chiesa. Luca si è presentato microfonato con 7 milioni al posto di 14: quando Chiesa ha intascato, le Forze dell’ordine sono intervenute.
Dal punto di vista personale cosa è cambiato? E per la vostra azienda?
Prima fatturavamo più di un miliardo all’anno. L’anno dopo siamo arrivati a malapena a 200 milioni. I clienti cominciavano ad abbandonarci, anche con le scuse più banali. Tutti si sono sentiti coinvolti in quel sistema o ritenevano di avere degli amici coinvolti. E la nostra denuncia è piaciuta a pochi. Abbiamo ricevuto telefonate minatorie, spesso ci accusavano di voler attuare un golpe fascista solo perché io e mio fratello eravamo iscritti al Msi. Ma cosa c’entrava il golpe? La denuncia l’abbiamo fatta solo per noi. Dopo due anni l’azienda è fallita, mio fratello ne ha aperta un’altra intestata a nostra madre per non far risultare i nostri nomi. Dopo un po’, per fortuna, gli affari hanno ricominciato ad andare bene e adesso la nuova impresa è ben avviata.
Alla luce di quello che è successo in seguito, rifareste tutto?
L’abbiamo fatto solo per noi, a titolo personale, Luca ed Elisabetta Magni. Non immaginavamo nemmeno, non potevamo sapere quello che sarebbe successo dopo. Ma non posso credere che siamo stati i primi, gli unici a denunciare. Il sistema lo conoscevano quasi tutti, negli anni ‘70 si cantavano addirittura canzoncine sui socialisti che prendevano le tangenti. “Socialisti forchette nazionali” era uno slogan preso da una canzone degli Amici del Vento. Se la nostra denuncia ha avuto un seguito, evidentemente in quel momento andava bene far scoppiare lo scandalo. Non si può dire che giustizia sia stata fatta, ma noi rifaremmo tutto. Probabilmente qualcun altro l’aveva già fatto prima, senza essere ascoltato.
Molti sostengono proprio che giustizia non sia stata fatta, e che abbiano pagato soltanto alcuni.
Assolutamente vero, hanno pagato solo tre o quattro disgraziati. Inoltre da allora non ho mai più visto un processo, nonostante le tangenti siano state tutt’altro che debellate. Soltanto recentemente Mario Chiesa è finito ancora nei guai per una questione di rifiuti e nettezza urbana, ma non ho altre notizie. Questo significa che pure Chiesa si è riciclato in un altro ambiente. E che Tangentopoli è stata uno specchietto per le allodole.
Chi altro avrebbe dovuto pagare?
Il nostro avvocato e amico di famiglia un giorno ci ha detto: “Vedrete che quando sarà il momento di tirare dentro all’inchiesta il Pci, tutto si fermerà”. In effetti è andata proprio così, appena il Pci è stato sfiorato non si è più parlato di Tangentopoli. (Francesco Saverio Borrelli, Gherardo Colombo e Gerardo D’Ambrosio, tre tra i principali protagonisti del pool Mani pulite, erano iscritti a Magistratura Democratica n.d.r.)
L’attuale scenario politico fa rimpiangere quello precedente a Tangentopoli?
Non lo fa rimpiangere né è migliore: è semplicemente rimasto uguale. Quelli del Psi, ad esempio, si sono mischiati un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Speravo in un cambiamento nella seconda Repubblica, che non c’è stato. Ma ci sono anche lati positivi: nella Prima Repubblica era impensabile che un missino come La Russa facesse il ministro. Destra e sinistra erano tagliate fuori.
domenica 9 ottobre 2011
BRITANNIA
Come è stata svenduta l’Italia
Il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia (…) si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d'Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell'Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell'Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c'erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.
La stampa martellava su "Mani pulite", facendo intendere che da quell'evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.
Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell'Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.
Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l'élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.
L'inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell'élite. L'incarico di far crollare l'economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.
Soros ebbe l'incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall'élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni. (…)
Gli attacchi all'economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell'élite. (…)
Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l'agenzia di rating, Standard & Poor's, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti. (…)
Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all'élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.
Agli italiani venne dato il contentino di "Mani Pulite", che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.
A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia.
Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come "autorevoli" (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell'interesse di questa élite, e non in quello del paese.
Il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia (…) si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d'Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell'Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell'Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c'erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.
La stampa martellava su "Mani pulite", facendo intendere che da quell'evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.
Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell'Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.
Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l'élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.
L'inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell'élite. L'incarico di far crollare l'economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.
Soros ebbe l'incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall'élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni. (…)
Gli attacchi all'economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell'élite. (…)
Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l'agenzia di rating, Standard & Poor's, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti. (…)
Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all'élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.
Agli italiani venne dato il contentino di "Mani Pulite", che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.
A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia.
Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come "autorevoli" (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell'interesse di questa élite, e non in quello del paese.
I TRADITORI DEL CENTRODESTRA!!!!!
LA CONGIURA CONTRO BERLUSCONI ESISTEVA E OGGI E' MANIFESTA !
Chi berciava contro Silvio Berlusconi circa la sua mania di persecuzione da oggi deve tacere.
Perchè non solo esiste ma è manifesta e, travalicando la legge ed il diritto, si configura come un
vero e proprio tentativo di colpo di stato. Attuato per mezzo di quell'asse politico-giudiziario nato
nel 1988 e siglato da Giuliano Vassalli.
Eh, si ! Perchè sono del parere che tutti i tentativi mediatico-giudiziari (oltrechè di politica di basso rango) cui assistiamo da 18 anni non colpiscono solo il cittadino Berlusconi ma, anche e soprattutto, il Primo Ministro della Repubblica Italiana.
Democraticamente eletto dal Popolo Italiano.
Quello stesso Popolo Italiano a cui deve rispondere per i suoi atti un ordinamento giudiziario CUI
NESSUNO HA CONFERITO IL POTERE DI TENTARE DI RIBALTARE UN VOTO DEMOCRATICAMENTE ESPRESSO !
E' pur vero che la toga deve essere responsabile SOLO di fronte alla legge.
MA NON LA PUO' VIOLARE !
E' pur vero che la toga deve essere libera ed indipendente.
MA NON GLI E' CONCESSO L'ARBITRIO O LA PREVARICAZIONE !
Tantomeno se il bersaglio è un'alta carica dello Stato !
Da troppo tempo gli Italiani assistono impotenti sia a violazioni del diritto, che ad arbitrio, che a prevaricazioni, che a negligenze inescusabili da parte di certi personaggi che, solo per il fatto di indossare una toga, si sentono investiti di potere divino. Che ha prodotto guasti e danni incalcolabili in primis ai cittadini italiani (con 4 MILIONI DI INNOCENTI INCARCERATI, oltre 1000 MORTI SUICIDI in carcere e fuori, e 12 MILIONI DI CITTADINI ROVINATI ) e poi alla stessa Repubblica e al suo tessuto sociale. E i cui danni NON SONO MAI STATI RISARCITI DA ALCUNO.
Ebbene: da cittadino Italiano e da elettore di questo Governo dico che non è ulteriormente derogabile l'approvazione di una legge che imponga al magistrato il risarcimento DIRETTO del danno cagionato
nell'esercizio delle proprie funzioni a chiunque e a qualsiasi titolo.
La legge che vale per noi DEVE essere applicata anche nei loro confronti !
Senza ulteriori proroghe, tentennamenti e tentativi di inciucio di Finiana memoria.
E nonostante i piagnistei da coccodrillo sull'attentato all'indipendenza e libertà della
magistratura.
Le toghe resteranno libere ed indipendenti ma senza scadere nell'arbitrio, nell'abuso e nell'irresponsabilità. E, sempre da cittadino-elettore MI TROVO ASSOLUTAMENTE D'ACCORDO COL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CHE PUNTA ALL'ISTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE D'INCHIESTA con potere sanzionatorio nei confronti del magistrato e che tale prerogativa non sia più monopolio del CSM.
Come a tutt'oggi accade.
In attesa di riformare costituzionalmente tale organo che si è dimostrato non confacente alle esigenze della Repubblica.
L'Italia, lo Stato, la Repubblica DEVE VIVERE E PROSPERARE IN FUNZIONE DEL POPOLO ITALIANO E NON DELL'ORDINAMENTO GIUDIZIARIO, DEI SUOI IMMERITATI PRIVILEGI E DELLA SUA ALTRETTANTO IMMERITATA E TOTALE IMPUNITA' !
Mi sembra di rivedere le azioni condotte a suo tempo contro l'ex Presidente della Repubblica Giovanni Leone. La tecnica è identica ma IL RISULTATO NEL CASO DEL PRESIDENTE BERLUSCONI SARA' MOLTO DIVERSO.
Perchè questa raffazzonata brigata di allegri compagni ha raggiunto i risultati opposti a quelli che si era prefissi:
A) Non sono riusciti ad impiccare il nostro Primo Ministro a Piazzale Loreto. E neanche a Palazzo Grazioli.
Nonostante le bordate giudiziarie, i siluri, lo smercio di atti riservati e gli abusi reiterati.
Ancora impuniti. Nonostante il determinante intervento di una tal Miriam Bartolini, ignota al mondo,
ma ben conosciuta col suo pseudonimo di Veronica Lario.
Nonostante l'arruolamento di battone professioniste e pentiti.
Nonostante l'arruolamento di delinquenti e terroristi giunti persino a tentare di assediarlo in casa e a
mettere a ferro e fuoco Roma il 14 Dicembre del 2010.
Col risultato di rafforzare la gente comune nell'idea che non solo vi è del marcio e di antidemocratico
nell'opposizione ma anche e soprattuto nei suoi puntelli giudiziari !
B) Non essendo riusciti ad impiccarlo hanno provato a mettergli le manette per ribaltonarlo in qualche
patria galera abusando in maniera invereconda dell'istituto delle intercettazioni, dell'uso scriteriato
di pentiti e gente di malaffare ( LA STESSA TECNICA USATA CONTRO ENZO TORTORA E I
PIU' STRETTI COLLABORATORI DI FALCONE E BORSELLINO !) .
Infarcendo questo abominevole teatrino con invenzioni e giravolte giudiziare che hanno
scandalizzato l'Italia e il mondo !
Col risultato che gli italiani (salvo una minoranza di manettari cresciuti ed indottrinati da tribuni
mediatici e dalle loro promanazioni presenti su una stampa priva di credibilità e decoro
professionale) non nutrono la benchè minima fiducia nella giustizia.
Col risultato di porre l'apparato giudiziario italiano all'attenzione di Stati come U.S.A. e Inghiltera
dove certi abusi ed arbitrii contro una carica governativa vengono puniti con licenziamento e/o
galera.
C) Hanno tentato di screditarlo a livello internazionale con una campagna diffamatoria senza precedenti
che ha lasciato interdetti i governi democratici di tutto il globo terracqueo.
Col risultato di rinforzare il suo prestigio personale e la sua credibilità assieme a quella del
Governo nella sua azione di contrasto ad una crisi che (repetita iuvant !) E' GLOBALE E NON
CERTAMENTE OPERA DI BERLUSCONI SILVIO.
D) Siamo giunti al punto di scoprire CHE ALL'INTERNO DEL PDL E DELLO STESSO GOVERNO si
annidava, pasciuta e protetta, una brigata di traditori che ha il suo capo-bastone insediato, ormai del
tutto abusivamente, sulla poltrona della Presidenza della Camera.
E con la sua sodale più pericolosa alla Presidenza della Commissione Giustizia.
Nei cui cassetti giacciono insabbiate (MA NON PER MOLTO !) le proposte di legge per la revisione
della Legge Vassalli (quella su cui si basa l'impunità e l'irresponsabilità del magistrato), quella sulle
sanzioni nell'abuso dell'istituto delle intercettazioni e quella sull'abuso dell'istituto della
carcerazione preventiva.
Una bella responsabilità quella del FLI. Di fronte NON SOLO ALL'ELETTORATO PDL (di cui ha tradito il mandato elettorale !) MA DI FRONTE A TUTTO IL POPOLO ITALIANO.
Popolo Italiano che SOLO OGGI viene a conoscenza della portata delle criminali nefandezze ed omissioni poste in essere da questi politici in connivenza con l'opposizione e i suoi sodali in toga e non.
Veniamo a conoscenza di intrighi, pastrocchi e inciuci posti in essere da personaggi come Beppe Pisanu, Claudio Scajola, GianGiuda Fini e il resto dei "Congiurati da Pizzeria". I cialtroni del Nuovo Compromesso Storico !
qualcuno
(specialmente qualche straccione in toga che nelle sue mail progettava la
"sistemazione" degli elettori del PDL dopo aver fatto fuori il
Premier !) nutre la pia speranza che il nostro silenzio sia sintomo di timore e rassegnazione sbaglia ! E di Grosso !
Le priorità degli Italiani sono:
L'essere liberati dalla malagiustizia e dai suoi guasti.
L'essere liberati da tasse inique ed universalmente invise come il canone RAI o il bollo auto.
L'essere liberati dalla protervia di Equitalia (retaggio di una sinistra infame e sfruttatrice che con Visco e Padoa-Schioppa ha raggiunto lo stato dell'arte della persecuzione fiscale !).
L'essere liberati dall'assistenzialismo nei confronti di regioni che da sempre vegetano ed erodono le risorse dello Stato costringendo metà degli Italiani a mantenere l'altra metà.
L'essere liberati da personaggi inutili ed anacronistici come Marcegaglia o Camusso: una jattura per lo sviluppo e per tutti i lavoratori con voglia di lavorare !
L'essere liberati dai guardoni di Stato che hanno ridotto l'Italia ad una fotocopia della Germania dell'Est.
Ma neanche la Stasi arrivò agli abrobri e agli abusi cui abbiamo assistito in Italia ! NEANCHE LA STASI ! Queste sono le principali priorità degli italiani: SCRITTE SUL PROGRAMMA ELETTORALE !
Non certo quelle propugnate dai quattro cialtroni che si sono arrogati il diritto di ribaltare il Governo con mezzi illeciti e al limite del golpe !!
Scajola, Pisanu, Bongiorno,Fini, Pompino,Bersani, Casini, Vendola, Mario Monti ... chi sono ?
Quelli che brigano per una poltrona. Non certo per il bene degli Italiani.
Italiani a cui non interessa di certo la nuova legge elettorale (fuorchè alla minoranza di sinistra).
A cui NON INTERESSA CHE SI RINCORRA E SI PERDA TEMPO dietro a riforme costituzionali ormai inattuabili per mera mancanza di tempo. Tempo perso a parare i fendenti delle toghe !
A cui interessa ancor meno sapere se Ruby era una puttana minorenne o maggiorenne.
Lo sappiamo bene cos'era : UNA PUTTANA SPACCIATASI PER PERSONA IMPORTANTE !Naturalmente le nostre toghe non perseguono una puttana bugiarda ma chi l'aiuta !E ci costruiscono sopra l'ennesimo attacco. Sputtanando centinaia di milioni di pubblico denaro
che sarebbe stato ETICO-MORALE- E- GIUSTO utilizzare per scopi ben più nobili !
Ho idea che con questi presupposti non sarà il Presidente Berlusconi a fare il "passo
indietro" ma i suoi detrattori a fare un passo avanti. In un bel burrone sul fondo del quale troveranno solo ignominia, disonore e oblìo.
E saremo noi elettori a dargli lo spintone. Altro che spallate e scosse !
Chi berciava contro Silvio Berlusconi circa la sua mania di persecuzione da oggi deve tacere.
Perchè non solo esiste ma è manifesta e, travalicando la legge ed il diritto, si configura come un
vero e proprio tentativo di colpo di stato. Attuato per mezzo di quell'asse politico-giudiziario nato
nel 1988 e siglato da Giuliano Vassalli.
Eh, si ! Perchè sono del parere che tutti i tentativi mediatico-giudiziari (oltrechè di politica di basso rango) cui assistiamo da 18 anni non colpiscono solo il cittadino Berlusconi ma, anche e soprattutto, il Primo Ministro della Repubblica Italiana.
Democraticamente eletto dal Popolo Italiano.
Quello stesso Popolo Italiano a cui deve rispondere per i suoi atti un ordinamento giudiziario CUI
NESSUNO HA CONFERITO IL POTERE DI TENTARE DI RIBALTARE UN VOTO DEMOCRATICAMENTE ESPRESSO !
E' pur vero che la toga deve essere responsabile SOLO di fronte alla legge.
MA NON LA PUO' VIOLARE !
E' pur vero che la toga deve essere libera ed indipendente.
MA NON GLI E' CONCESSO L'ARBITRIO O LA PREVARICAZIONE !
Tantomeno se il bersaglio è un'alta carica dello Stato !
Da troppo tempo gli Italiani assistono impotenti sia a violazioni del diritto, che ad arbitrio, che a prevaricazioni, che a negligenze inescusabili da parte di certi personaggi che, solo per il fatto di indossare una toga, si sentono investiti di potere divino. Che ha prodotto guasti e danni incalcolabili in primis ai cittadini italiani (con 4 MILIONI DI INNOCENTI INCARCERATI, oltre 1000 MORTI SUICIDI in carcere e fuori, e 12 MILIONI DI CITTADINI ROVINATI ) e poi alla stessa Repubblica e al suo tessuto sociale. E i cui danni NON SONO MAI STATI RISARCITI DA ALCUNO.
Ebbene: da cittadino Italiano e da elettore di questo Governo dico che non è ulteriormente derogabile l'approvazione di una legge che imponga al magistrato il risarcimento DIRETTO del danno cagionato
nell'esercizio delle proprie funzioni a chiunque e a qualsiasi titolo.
La legge che vale per noi DEVE essere applicata anche nei loro confronti !
Senza ulteriori proroghe, tentennamenti e tentativi di inciucio di Finiana memoria.
E nonostante i piagnistei da coccodrillo sull'attentato all'indipendenza e libertà della
magistratura.
Le toghe resteranno libere ed indipendenti ma senza scadere nell'arbitrio, nell'abuso e nell'irresponsabilità. E, sempre da cittadino-elettore MI TROVO ASSOLUTAMENTE D'ACCORDO COL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CHE PUNTA ALL'ISTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE D'INCHIESTA con potere sanzionatorio nei confronti del magistrato e che tale prerogativa non sia più monopolio del CSM.
Come a tutt'oggi accade.
In attesa di riformare costituzionalmente tale organo che si è dimostrato non confacente alle esigenze della Repubblica.
L'Italia, lo Stato, la Repubblica DEVE VIVERE E PROSPERARE IN FUNZIONE DEL POPOLO ITALIANO E NON DELL'ORDINAMENTO GIUDIZIARIO, DEI SUOI IMMERITATI PRIVILEGI E DELLA SUA ALTRETTANTO IMMERITATA E TOTALE IMPUNITA' !
Mi sembra di rivedere le azioni condotte a suo tempo contro l'ex Presidente della Repubblica Giovanni Leone. La tecnica è identica ma IL RISULTATO NEL CASO DEL PRESIDENTE BERLUSCONI SARA' MOLTO DIVERSO.
Perchè questa raffazzonata brigata di allegri compagni ha raggiunto i risultati opposti a quelli che si era prefissi:
A) Non sono riusciti ad impiccare il nostro Primo Ministro a Piazzale Loreto. E neanche a Palazzo Grazioli.
Nonostante le bordate giudiziarie, i siluri, lo smercio di atti riservati e gli abusi reiterati.
Ancora impuniti. Nonostante il determinante intervento di una tal Miriam Bartolini, ignota al mondo,
ma ben conosciuta col suo pseudonimo di Veronica Lario.
Nonostante l'arruolamento di battone professioniste e pentiti.
Nonostante l'arruolamento di delinquenti e terroristi giunti persino a tentare di assediarlo in casa e a
mettere a ferro e fuoco Roma il 14 Dicembre del 2010.
Col risultato di rafforzare la gente comune nell'idea che non solo vi è del marcio e di antidemocratico
nell'opposizione ma anche e soprattuto nei suoi puntelli giudiziari !
B) Non essendo riusciti ad impiccarlo hanno provato a mettergli le manette per ribaltonarlo in qualche
patria galera abusando in maniera invereconda dell'istituto delle intercettazioni, dell'uso scriteriato
di pentiti e gente di malaffare ( LA STESSA TECNICA USATA CONTRO ENZO TORTORA E I
PIU' STRETTI COLLABORATORI DI FALCONE E BORSELLINO !) .
Infarcendo questo abominevole teatrino con invenzioni e giravolte giudiziare che hanno
scandalizzato l'Italia e il mondo !
Col risultato che gli italiani (salvo una minoranza di manettari cresciuti ed indottrinati da tribuni
mediatici e dalle loro promanazioni presenti su una stampa priva di credibilità e decoro
professionale) non nutrono la benchè minima fiducia nella giustizia.
Col risultato di porre l'apparato giudiziario italiano all'attenzione di Stati come U.S.A. e Inghiltera
dove certi abusi ed arbitrii contro una carica governativa vengono puniti con licenziamento e/o
galera.
C) Hanno tentato di screditarlo a livello internazionale con una campagna diffamatoria senza precedenti
che ha lasciato interdetti i governi democratici di tutto il globo terracqueo.
Col risultato di rinforzare il suo prestigio personale e la sua credibilità assieme a quella del
Governo nella sua azione di contrasto ad una crisi che (repetita iuvant !) E' GLOBALE E NON
CERTAMENTE OPERA DI BERLUSCONI SILVIO.
D) Siamo giunti al punto di scoprire CHE ALL'INTERNO DEL PDL E DELLO STESSO GOVERNO si
annidava, pasciuta e protetta, una brigata di traditori che ha il suo capo-bastone insediato, ormai del
tutto abusivamente, sulla poltrona della Presidenza della Camera.
E con la sua sodale più pericolosa alla Presidenza della Commissione Giustizia.
Nei cui cassetti giacciono insabbiate (MA NON PER MOLTO !) le proposte di legge per la revisione
della Legge Vassalli (quella su cui si basa l'impunità e l'irresponsabilità del magistrato), quella sulle
sanzioni nell'abuso dell'istituto delle intercettazioni e quella sull'abuso dell'istituto della
carcerazione preventiva.
Una bella responsabilità quella del FLI. Di fronte NON SOLO ALL'ELETTORATO PDL (di cui ha tradito il mandato elettorale !) MA DI FRONTE A TUTTO IL POPOLO ITALIANO.
Popolo Italiano che SOLO OGGI viene a conoscenza della portata delle criminali nefandezze ed omissioni poste in essere da questi politici in connivenza con l'opposizione e i suoi sodali in toga e non.
Veniamo a conoscenza di intrighi, pastrocchi e inciuci posti in essere da personaggi come Beppe Pisanu, Claudio Scajola, GianGiuda Fini e il resto dei "Congiurati da Pizzeria". I cialtroni del Nuovo Compromesso Storico !
qualcuno
(specialmente qualche straccione in toga che nelle sue mail progettava la
"sistemazione" degli elettori del PDL dopo aver fatto fuori il
Premier !) nutre la pia speranza che il nostro silenzio sia sintomo di timore e rassegnazione sbaglia ! E di Grosso !
Le priorità degli Italiani sono:
L'essere liberati dalla malagiustizia e dai suoi guasti.
L'essere liberati da tasse inique ed universalmente invise come il canone RAI o il bollo auto.
L'essere liberati dalla protervia di Equitalia (retaggio di una sinistra infame e sfruttatrice che con Visco e Padoa-Schioppa ha raggiunto lo stato dell'arte della persecuzione fiscale !).
L'essere liberati dall'assistenzialismo nei confronti di regioni che da sempre vegetano ed erodono le risorse dello Stato costringendo metà degli Italiani a mantenere l'altra metà.
L'essere liberati da personaggi inutili ed anacronistici come Marcegaglia o Camusso: una jattura per lo sviluppo e per tutti i lavoratori con voglia di lavorare !
L'essere liberati dai guardoni di Stato che hanno ridotto l'Italia ad una fotocopia della Germania dell'Est.
Ma neanche la Stasi arrivò agli abrobri e agli abusi cui abbiamo assistito in Italia ! NEANCHE LA STASI ! Queste sono le principali priorità degli italiani: SCRITTE SUL PROGRAMMA ELETTORALE !
Non certo quelle propugnate dai quattro cialtroni che si sono arrogati il diritto di ribaltare il Governo con mezzi illeciti e al limite del golpe !!
Scajola, Pisanu, Bongiorno,Fini, Pompino,Bersani, Casini, Vendola, Mario Monti ... chi sono ?
Quelli che brigano per una poltrona. Non certo per il bene degli Italiani.
Italiani a cui non interessa di certo la nuova legge elettorale (fuorchè alla minoranza di sinistra).
A cui NON INTERESSA CHE SI RINCORRA E SI PERDA TEMPO dietro a riforme costituzionali ormai inattuabili per mera mancanza di tempo. Tempo perso a parare i fendenti delle toghe !
A cui interessa ancor meno sapere se Ruby era una puttana minorenne o maggiorenne.
Lo sappiamo bene cos'era : UNA PUTTANA SPACCIATASI PER PERSONA IMPORTANTE !Naturalmente le nostre toghe non perseguono una puttana bugiarda ma chi l'aiuta !E ci costruiscono sopra l'ennesimo attacco. Sputtanando centinaia di milioni di pubblico denaro
che sarebbe stato ETICO-MORALE- E- GIUSTO utilizzare per scopi ben più nobili !
Ho idea che con questi presupposti non sarà il Presidente Berlusconi a fare il "passo
indietro" ma i suoi detrattori a fare un passo avanti. In un bel burrone sul fondo del quale troveranno solo ignominia, disonore e oblìo.
E saremo noi elettori a dargli lo spintone. Altro che spallate e scosse !
sabato 8 ottobre 2011
Silvio Berlusconi
Cari amici,
L'opposizione, in coro con alcuni giornali e qualche tv, chiede ossessivamente ogni giorno che io faccia un passo indietro. Vuole che il governo si dimetta, vuole che si vada alle elezioni, oppure che si formi un così detto governo tecnico. Dicono che qualsiasi soluzione andrebbe bene per loro, purché Berlusconi lasci libera la poltrona di premier.
La mia risposta è molto semplice: piuttosto che occuparsi della mia poltrona, l'opposizione farebbe meglio a pensare all'interesse dell'Italia. Il nostro Paese, in questo momento di crisi mondiale - ricordiamocelo, è una crisi senza precedenti per la gravità e per l'estensione - ha bisogno soprattutto di stabilità politica, ha bisogno di un governo che funzioni, che dia fiducia alle famiglie e alle imprese e che porti l'Italia fuori dalla crisi. Ed è ciò che stiamo cercando di fare, sia pure tra mille difficoltà.
Non sono entrato personalmente in politica per conquistare il potere, ancor meno desidero rimanervi per mantenere un potere che tra l'altro nella realtà non esiste proprio.
Perché stare al governo, soprattutto nel pieno di una crisi planetaria come questa, comporta per me e per tutti i componenti del governo un grande sacrificio personale, è un fardello di cui personalmente mi libererei molto volentieri, se non fosse che una crisi di governo sarebbe l'ultima cosa di cui l'Italia in questo momento ha bisogno.
E anche le elezioni anticipate non servirebbero a nulla: solo la sinistra, come nel 1994, è eccitata dall'illusione di poter conquistare quello che la sinistra chiama e considera il potere, e non vede l'ora di nuove elezioni. Una pretesa che definisco assurda, che creerebbe solo instabilità e che aprirebbe nuovi spazi alla speculazione finanziaria. Noi abbiamo i numeri per arrivare fino in fondo alla legislatura, come prevede la nostra Costituzione. E andremo avanti per completare il nostro programma di riforme.
Purtroppo per la sinistra, non c'è un'alternativa al nostro governo. E gli italiani sono troppo maturi per pensare di affidare le sorti del Paese ad un governo formato dal trio Bersani-Di Pietro-Vendola, che sarebbe una riedizione, in termini direi ancor più grotteschi, dell'Ulivo di Prodi.
Nonostante tutto, ricordiamocelo, gli elettori moderati rappresentano ancora oggi la maggioranza degli elettori. E se mai si arrivasse alle urne, non commetterebbero certamente mai l'errore di consegnare il governo nelle mani di una sinistra che è tutto fuorché una forza di governo credibile.
Ve lo immaginate un governo con Di Pietro ministro della Giustizia?
In Italia gli elettori moderati sono la maggioranza, come sempre lo sono stati nella storia, mentre le forze politiche che li rappresentano sono divise.
Bisogna perciò cercare di superare queste divisioni fra le forze politiche moderate e rafforzare la grande alleanza di centrodestra, che è un'alleanza ispirata ai valori e al programma del Partito Popolare Europeo.
Io l'ho detto tante volte: la mia ambizione più grande è quella di consegnare, quando cesserò l'impegno politico diretto, al Paese una democrazia dell'alternanza, come vige in tutti gli altri grandi Paesi europei, e uno schieramento politico di centrodestra unito sui grandi valori del popolarismo europeo.
Da qui alla conclusione della legislatura quindi mancano meno di due anni, e credo che questo tempo debba essere da noi sfruttato appieno per rispondere alle sfide della crisi economica e per realizzare quelle riforme che sono necessarie per il futuro e per gli interessi generali del nostro Paese.
Da alcuni giorni non mi occupo che del decreto sulla crescita, del decreto sullo sviluppo che intendiamo presentare a breve al Consiglio dei Ministri. Sto consultando i miei ministri e numerosi tecnici e le altre forze della maggioranza per mettere a punto proposte efficaci in grado di ridare slancio alla nostra economia, pur tra le mille difficoltà della congiuntura mondiale. Nel frattempo stiamolavorando anche alle riforme, già approvate in Consiglio dei Ministri e che sono già all'esame del Parlamento.
La prima, lo sapete, riguarda l'architettura istituzionale dello Stato con il superamento del bicameralismo perfetto, che produce le leggi in un tempo troppo lungo, con la creazione di un Senato delle Regioni sull'esempio della Germania, con la riduzione a metà del numero dei parlamentari e soprattutto con l'adeguamento dei poteri del premier che oggi non ne ha alcuno. I Ministri sono nominati dal Capo dello Stato, il Premier non può dimettere alcun Ministro e non può imporre nulla ai componenti del Consiglio dei Ministri e quindi questi poteri devono essere portati ad essere uguali a quelli degli altri capi di governo europei.
Chiunque sarà chiamato a governare, ha bisogno degli strumenti per poterlo fare. E il fatto che il Presidente del Consiglio dei ministri non abbia alcun potere è dimostrato anche dal fatto che tutti i governi precedenti sono duranti in media soltanto undici mesi.
C'è poi un corollario della riforma delle istituzioni che riguarda la legge elettorale. È importante che l'eventuale nuovo sistema non scardini una conquista che è nostra, quella del bipolarismo, e non svuoti la garanzia della stabilità dei governi.
La seconda riforma importante è quella della giustizia. Tutti la ritengono indispensabile, tutti la ritengono non più rinviabile, ma la sinistra sostiene che tale riforma si potrà fare solo quando il sottoscritto si sarà "finalmente tolto di mezzo".
Se questa riforma non si realizzasse, sarà inevitabile che la stessa sorte che è toccata a me per quasi vent'anni tocchi ad altri leader politici che dovessero diventare Presidenti del Consiglio dei Ministri. Che cosa potrebbe toccare? Quello che è toccato a me: di essere messi nel mirino dei magistrati della politica di sinistra, soltanto, appunto, per ragioni politiche con l'utilizzo della giustizia a fini di lotta politica.
Per questo la riforma della giustizia va fatta, e va fatta subito in questa legislatura, e chi verrà dopo di me ne beneficerà enormemente. E poi vi è un'urgenza a cui abbiamo il dovere di rispondere ed è quella sulle intercettazioni. Anche qui siamo quotidianamente immersi in uno scandalo del quale non riusciamo neanche più a denunciare la gravità e l'anomalia. Ma quando un cittadino alza il telefono e sente di poter essere controllato, può temere che ciò che dice al telefono, e che in un paese civile e libero dovrebbe restare inviolato, può vederselo su un giornale qualche giorno dopo. Questo è francamente intollerabile, questo è un sistema barbaro a cui dobbiamo mettere fine.
Fatte queste riforme, quando scadrà l'attuale legislatura, cioè nel 2013, gli italiani potranno scegliere liberamente da chi essere governati. Potranno scegliere ancora una volta fra chi in questi anni ha tenuto la barra ferma, nel pieno di una grave crisi economica che ha sconvolto la vita di milioni di famiglie, tra chi ha realizzato delle riforme importanti e necessarie per la modernizzazione del paese, oppure tra chi, come l'attuale opposizione di sinistra, promette risposte che non funzionavano trent'anni fa, anzi proposte che hanno fatto fallire in modo clamoroso tutti i loro interventi, e nonostante tutto vengono ancora riproposte: prova evidente che questa sinistra non ha saputo compiere un solo passo avanti dalla partenza ovvero dalla più disumana e criminale ideologia della storia, il comunismo, verso la comprensione dei tempi nuovi che stiamo vivendo. Dunque un'ennesima conferma dell'incapacità di questa sinistra con cui noi ci dobbiamo confrontare, della sua incapacità di governare. L'Italia è davvero un grande Paese, un paese che non merita questa sinistra. E per fortuna, vi sono nel nostro campo, nel campo dei moderati, i valori, le idee e le forze fresche, gli uomini nuovi, per garantire anche in futuro il buongoverno, e con esso la libertà e con esso il benessere.
Vi ringrazio per l'attenzione e spero davvero che ciascuno di voi si possa fare missionario di queste verità che sono venuto dicendovi nei confronti di tutti i vostri conoscenti.
Auguri di cuore a ciascuno di voi.
L'opposizione, in coro con alcuni giornali e qualche tv, chiede ossessivamente ogni giorno che io faccia un passo indietro. Vuole che il governo si dimetta, vuole che si vada alle elezioni, oppure che si formi un così detto governo tecnico. Dicono che qualsiasi soluzione andrebbe bene per loro, purché Berlusconi lasci libera la poltrona di premier.
La mia risposta è molto semplice: piuttosto che occuparsi della mia poltrona, l'opposizione farebbe meglio a pensare all'interesse dell'Italia. Il nostro Paese, in questo momento di crisi mondiale - ricordiamocelo, è una crisi senza precedenti per la gravità e per l'estensione - ha bisogno soprattutto di stabilità politica, ha bisogno di un governo che funzioni, che dia fiducia alle famiglie e alle imprese e che porti l'Italia fuori dalla crisi. Ed è ciò che stiamo cercando di fare, sia pure tra mille difficoltà.
Non sono entrato personalmente in politica per conquistare il potere, ancor meno desidero rimanervi per mantenere un potere che tra l'altro nella realtà non esiste proprio.
Perché stare al governo, soprattutto nel pieno di una crisi planetaria come questa, comporta per me e per tutti i componenti del governo un grande sacrificio personale, è un fardello di cui personalmente mi libererei molto volentieri, se non fosse che una crisi di governo sarebbe l'ultima cosa di cui l'Italia in questo momento ha bisogno.
E anche le elezioni anticipate non servirebbero a nulla: solo la sinistra, come nel 1994, è eccitata dall'illusione di poter conquistare quello che la sinistra chiama e considera il potere, e non vede l'ora di nuove elezioni. Una pretesa che definisco assurda, che creerebbe solo instabilità e che aprirebbe nuovi spazi alla speculazione finanziaria. Noi abbiamo i numeri per arrivare fino in fondo alla legislatura, come prevede la nostra Costituzione. E andremo avanti per completare il nostro programma di riforme.
Purtroppo per la sinistra, non c'è un'alternativa al nostro governo. E gli italiani sono troppo maturi per pensare di affidare le sorti del Paese ad un governo formato dal trio Bersani-Di Pietro-Vendola, che sarebbe una riedizione, in termini direi ancor più grotteschi, dell'Ulivo di Prodi.
Nonostante tutto, ricordiamocelo, gli elettori moderati rappresentano ancora oggi la maggioranza degli elettori. E se mai si arrivasse alle urne, non commetterebbero certamente mai l'errore di consegnare il governo nelle mani di una sinistra che è tutto fuorché una forza di governo credibile.
Ve lo immaginate un governo con Di Pietro ministro della Giustizia?
In Italia gli elettori moderati sono la maggioranza, come sempre lo sono stati nella storia, mentre le forze politiche che li rappresentano sono divise.
Bisogna perciò cercare di superare queste divisioni fra le forze politiche moderate e rafforzare la grande alleanza di centrodestra, che è un'alleanza ispirata ai valori e al programma del Partito Popolare Europeo.
Io l'ho detto tante volte: la mia ambizione più grande è quella di consegnare, quando cesserò l'impegno politico diretto, al Paese una democrazia dell'alternanza, come vige in tutti gli altri grandi Paesi europei, e uno schieramento politico di centrodestra unito sui grandi valori del popolarismo europeo.
Da qui alla conclusione della legislatura quindi mancano meno di due anni, e credo che questo tempo debba essere da noi sfruttato appieno per rispondere alle sfide della crisi economica e per realizzare quelle riforme che sono necessarie per il futuro e per gli interessi generali del nostro Paese.
Da alcuni giorni non mi occupo che del decreto sulla crescita, del decreto sullo sviluppo che intendiamo presentare a breve al Consiglio dei Ministri. Sto consultando i miei ministri e numerosi tecnici e le altre forze della maggioranza per mettere a punto proposte efficaci in grado di ridare slancio alla nostra economia, pur tra le mille difficoltà della congiuntura mondiale. Nel frattempo stiamolavorando anche alle riforme, già approvate in Consiglio dei Ministri e che sono già all'esame del Parlamento.
La prima, lo sapete, riguarda l'architettura istituzionale dello Stato con il superamento del bicameralismo perfetto, che produce le leggi in un tempo troppo lungo, con la creazione di un Senato delle Regioni sull'esempio della Germania, con la riduzione a metà del numero dei parlamentari e soprattutto con l'adeguamento dei poteri del premier che oggi non ne ha alcuno. I Ministri sono nominati dal Capo dello Stato, il Premier non può dimettere alcun Ministro e non può imporre nulla ai componenti del Consiglio dei Ministri e quindi questi poteri devono essere portati ad essere uguali a quelli degli altri capi di governo europei.
Chiunque sarà chiamato a governare, ha bisogno degli strumenti per poterlo fare. E il fatto che il Presidente del Consiglio dei ministri non abbia alcun potere è dimostrato anche dal fatto che tutti i governi precedenti sono duranti in media soltanto undici mesi.
C'è poi un corollario della riforma delle istituzioni che riguarda la legge elettorale. È importante che l'eventuale nuovo sistema non scardini una conquista che è nostra, quella del bipolarismo, e non svuoti la garanzia della stabilità dei governi.
La seconda riforma importante è quella della giustizia. Tutti la ritengono indispensabile, tutti la ritengono non più rinviabile, ma la sinistra sostiene che tale riforma si potrà fare solo quando il sottoscritto si sarà "finalmente tolto di mezzo".
Se questa riforma non si realizzasse, sarà inevitabile che la stessa sorte che è toccata a me per quasi vent'anni tocchi ad altri leader politici che dovessero diventare Presidenti del Consiglio dei Ministri. Che cosa potrebbe toccare? Quello che è toccato a me: di essere messi nel mirino dei magistrati della politica di sinistra, soltanto, appunto, per ragioni politiche con l'utilizzo della giustizia a fini di lotta politica.
Per questo la riforma della giustizia va fatta, e va fatta subito in questa legislatura, e chi verrà dopo di me ne beneficerà enormemente. E poi vi è un'urgenza a cui abbiamo il dovere di rispondere ed è quella sulle intercettazioni. Anche qui siamo quotidianamente immersi in uno scandalo del quale non riusciamo neanche più a denunciare la gravità e l'anomalia. Ma quando un cittadino alza il telefono e sente di poter essere controllato, può temere che ciò che dice al telefono, e che in un paese civile e libero dovrebbe restare inviolato, può vederselo su un giornale qualche giorno dopo. Questo è francamente intollerabile, questo è un sistema barbaro a cui dobbiamo mettere fine.
Fatte queste riforme, quando scadrà l'attuale legislatura, cioè nel 2013, gli italiani potranno scegliere liberamente da chi essere governati. Potranno scegliere ancora una volta fra chi in questi anni ha tenuto la barra ferma, nel pieno di una grave crisi economica che ha sconvolto la vita di milioni di famiglie, tra chi ha realizzato delle riforme importanti e necessarie per la modernizzazione del paese, oppure tra chi, come l'attuale opposizione di sinistra, promette risposte che non funzionavano trent'anni fa, anzi proposte che hanno fatto fallire in modo clamoroso tutti i loro interventi, e nonostante tutto vengono ancora riproposte: prova evidente che questa sinistra non ha saputo compiere un solo passo avanti dalla partenza ovvero dalla più disumana e criminale ideologia della storia, il comunismo, verso la comprensione dei tempi nuovi che stiamo vivendo. Dunque un'ennesima conferma dell'incapacità di questa sinistra con cui noi ci dobbiamo confrontare, della sua incapacità di governare. L'Italia è davvero un grande Paese, un paese che non merita questa sinistra. E per fortuna, vi sono nel nostro campo, nel campo dei moderati, i valori, le idee e le forze fresche, gli uomini nuovi, per garantire anche in futuro il buongoverno, e con esso la libertà e con esso il benessere.
Vi ringrazio per l'attenzione e spero davvero che ciascuno di voi si possa fare missionario di queste verità che sono venuto dicendovi nei confronti di tutti i vostri conoscenti.
Auguri di cuore a ciascuno di voi.
mercoledì 5 ottobre 2011
LA PRATICA DELLO SBIANCHETTAMENDO!!!!!
Ma guardate i ricorsi della "storia", come si ripetono.
La notizia del ricorso in Cassazione e l'invio dello stesso al Guardasigili da parte della Finivest, firmato da Marina Berlusconi, mi ha fatto tornare alla memoria non tanto una vignetta di Forattini, quanto il fatto grave ( che come sempre in questo Paese va nel dimenticatoio ) dello sbianchettamento dei report che il Controspionaggio Inglese aveva mandato al nostro Governo di allora, riferite a Mitrochin il funzionario dell'URSS che aveva "messo da parte" fotocopiando tutta una serie di fatti segreti dell'ex Impero, in cui vi erano nomi e prove di agenti segreti traditori di Paesi Occidentatli e fatti gravi avvenuti nei decenni precedenti.
Quei report erano di importanza fondamentale anche per, finalmente, scoprire tutta una serie di personaggi collegati al KGB ed anche su fatti di importanza immensa, quali ad esempio il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e l'attentato a Giovanni Paolo II.
Oggi quei report non li abbiamo perchè l'Inghilterra ce li ha proposti per un paio d'anni dietro fila e noi NON abbiamo MAI risposto positivamente alle loro sollecitazioni-proposta.
Oggi NON possiamo richiederli perchè Mitrochin è morto e non può, ovviamente, essere interrogato come invece era disponibile al tempo in cui il Controspionaggio Inglese proponeva.
Vedete, quei Governi avevano la guida di Romano Prodi e Massimo D'Alema, notoriamente amici dell'ex URSS, ideologicamente schierati e si può dire che non avessero un grande interesse a far uscire notizie che avrebbero messo in forte difficoltà, tanta gente loro sodale o addirittura possibili Dirigenti di Partito o addirittura, parlamentari.
Ma oggi ?
Lo sbianchettamento della parte rilevante di una Sentenza della Corte di Cassazione che fa testo perchè unica e che dallo sbianchettamento si ritrova ad essere applicata per l'esatto opposto di quanto, in realtà, era il significato REALE di quella Sentenza comprensiva della parte sbianchettata, cui prodest ?
Solo a Carlo De Benedetti ?
A chi altro ?
Come si fa a non pensare che ci siano molti altri ad avere interesse a che avvenga "questo errore" ad applicare una Sentenza che fa Diritto su tutte quelle che successivamente possono e debbono applicarsi sullo stesso piano d'interesse Giuridico ?
Mi auguro che venga fatta chiarezza in breve tempo su questo stato di cose, perchè ogni giorno che passa ne impariamo una nuova di aberranti situazioni legate ai temi della "giustizia", sentenze che ribaltano sentenze precedenti, spacciate di volta in volta come CERTEZZE che s'infrangono su altre sentenze che dimostrano come le indagini siano state fatte male, senza professionalità adeguata e qualche volta ( troppo spesso ) percepite dai cittadini come vere e proprie "manipolazioni dei fatti, della realtà e delle Leggi stesse che non vengono applicate o stravolte dal loro reale significato".
Per non dire di qualche volta che certe decisioni di pm o Tribunali che vengono percepite come astruse e/o illegali ( il reato che si deve contestare per corruzione NON al momento dell'incasso della cifra ma nel momento in cui si inizia a spenderla, come se il non spenderla annullasse il reato ), e tanti altri fatterelli che in questi anni abbiamo visto e denunciato.
C'è un grande bisogno di chiarezza e di una forte Riforma.
La notizia del ricorso in Cassazione e l'invio dello stesso al Guardasigili da parte della Finivest, firmato da Marina Berlusconi, mi ha fatto tornare alla memoria non tanto una vignetta di Forattini, quanto il fatto grave ( che come sempre in questo Paese va nel dimenticatoio ) dello sbianchettamento dei report che il Controspionaggio Inglese aveva mandato al nostro Governo di allora, riferite a Mitrochin il funzionario dell'URSS che aveva "messo da parte" fotocopiando tutta una serie di fatti segreti dell'ex Impero, in cui vi erano nomi e prove di agenti segreti traditori di Paesi Occidentatli e fatti gravi avvenuti nei decenni precedenti.
Quei report erano di importanza fondamentale anche per, finalmente, scoprire tutta una serie di personaggi collegati al KGB ed anche su fatti di importanza immensa, quali ad esempio il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e l'attentato a Giovanni Paolo II.
Oggi quei report non li abbiamo perchè l'Inghilterra ce li ha proposti per un paio d'anni dietro fila e noi NON abbiamo MAI risposto positivamente alle loro sollecitazioni-proposta.
Oggi NON possiamo richiederli perchè Mitrochin è morto e non può, ovviamente, essere interrogato come invece era disponibile al tempo in cui il Controspionaggio Inglese proponeva.
Vedete, quei Governi avevano la guida di Romano Prodi e Massimo D'Alema, notoriamente amici dell'ex URSS, ideologicamente schierati e si può dire che non avessero un grande interesse a far uscire notizie che avrebbero messo in forte difficoltà, tanta gente loro sodale o addirittura possibili Dirigenti di Partito o addirittura, parlamentari.
Ma oggi ?
Lo sbianchettamento della parte rilevante di una Sentenza della Corte di Cassazione che fa testo perchè unica e che dallo sbianchettamento si ritrova ad essere applicata per l'esatto opposto di quanto, in realtà, era il significato REALE di quella Sentenza comprensiva della parte sbianchettata, cui prodest ?
Solo a Carlo De Benedetti ?
A chi altro ?
Come si fa a non pensare che ci siano molti altri ad avere interesse a che avvenga "questo errore" ad applicare una Sentenza che fa Diritto su tutte quelle che successivamente possono e debbono applicarsi sullo stesso piano d'interesse Giuridico ?
Mi auguro che venga fatta chiarezza in breve tempo su questo stato di cose, perchè ogni giorno che passa ne impariamo una nuova di aberranti situazioni legate ai temi della "giustizia", sentenze che ribaltano sentenze precedenti, spacciate di volta in volta come CERTEZZE che s'infrangono su altre sentenze che dimostrano come le indagini siano state fatte male, senza professionalità adeguata e qualche volta ( troppo spesso ) percepite dai cittadini come vere e proprie "manipolazioni dei fatti, della realtà e delle Leggi stesse che non vengono applicate o stravolte dal loro reale significato".
Per non dire di qualche volta che certe decisioni di pm o Tribunali che vengono percepite come astruse e/o illegali ( il reato che si deve contestare per corruzione NON al momento dell'incasso della cifra ma nel momento in cui si inizia a spenderla, come se il non spenderla annullasse il reato ), e tanti altri fatterelli che in questi anni abbiamo visto e denunciato.
C'è un grande bisogno di chiarezza e di una forte Riforma.
mercoledì 28 settembre 2011
LIBERTA' DI PENSIERO!
Quotations Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948:
Art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
La libertà di espressione è sancita anche dall'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:
...
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.
La violazione del citato art. 10 della Convenzione europea legittima il cittadino a proporre ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro lo Stato Italiano, per ottenere il ristoro dei danni subiti, anche morali, purché siano esauriti tutti i possibili rimedi giurisdizionali interni
Art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
La libertà di espressione è sancita anche dall'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:
...
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.
La violazione del citato art. 10 della Convenzione europea legittima il cittadino a proporre ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro lo Stato Italiano, per ottenere il ristoro dei danni subiti, anche morali, purché siano esauriti tutti i possibili rimedi giurisdizionali interni
GIUSTIZIA INQUINATA!!!!!!!
di Gimand
Leggo su "Il Foglio" di oggi, in un editoriale di Nicholas Farrel, collaboratore "British" del quotidiano di Giuliano Ferrara:
.
"...Da noi, un giudice non indaga, ma dirige la giuria durante un processo. Le indagini sono il compito della polizia e degli avvocati della Crown Prosecution Service (CPS). La Cps (non la polizia) può intercettare le chiamate di un cittadino solo col permesso del ministro dell'Interno e solo dove esiste il sospetto ragionevole di un reato grave. Le intercettazioni non possono essere diffuse e pubblicate "all'italiana". Altrimenti i responsabili (sia magistrati che giornalisti) vanno in galera. Di conseguenza, le intercettazioni non vengono mai pubblicate in Inghilterra. Mai. (...) Pubblicare le prove nei confronti di un indagato prima del processo distrugge il suo diritto a un processo giusto ed equo. (...) però, un giudice come Henry John Woodcock viola quel sacro diritto ogni santo dì (...) Che ci fanno Woodcock & Company a spiare a livelli industriali le chiamate private di un Presidente del Consiglio? Che ci fanno a sputtanare non solo Berlusconi ma anche l'Italia? Ma vi rendete conto come la stampa straniera vi prenda in giro? (...) Almeno Woodcock - for God's Sake! - se ne dovrebbe rendere conto perché è di origini inglesi! Per la cronaca il suo cognome vuol dire "beccaccia"".
.
Bene! A me non frega niente se Woodcock se ne renda conto (probabilmente sì) o meno. A me interessa sapere che cosa al dottor Woodcock gliene venga in tasca.
E questo è facilmente intuibile: da quando - per certi magistrati - l'interesse del loro agire è stato spostato da quello della Giustizia (in senso lato) a quello personale loro e dei galoppini del circuito mediatico-giudiziario, ha subito una mutazione "biologica" anche la loro funzione. In parole povere, s'impicciano ormai esclusivamente di cose estranee ai loro compiti istituzionali. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Allo stesso modo di certe caste militari in altri paesi, le quali, arrogandosi il diritto di invadere periodicamente il campo della politica con colpi di stato e commissariamenti dei governi legittimati dal voto popolare, alla lunga hanno obliterato qualsiasi capacità di svolgere efficacemente i loro "compiti istituzionali", vale a dire, quelli di far le guerre e, possibilmente, vincerle. Difatti, costoro le poche o tante guerre combattute le hanno perse. Spesso anche con ignominia.
Quasi allo stesso modo, si spiega quindi il fatto, tornando ai nostri "valorosi" magistrati, di come essi siano diventati bravi a mettersi sotto i piedi governi, parlamenti ed istituzioni varie e di come siano diventati schiappe a perseguire criminali ed altre organizzazioni malavitose. La pacchia dei giudici è diventata l'incubo degli uomini delle istituzioni; e, conseguentemente, è diventata pacchia anche per la criminalità.
.
Per forza! Se, invece che la polizia, ad indagare si mettono le beccacce.
Leggo su "Il Foglio" di oggi, in un editoriale di Nicholas Farrel, collaboratore "British" del quotidiano di Giuliano Ferrara:
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"...Da noi, un giudice non indaga, ma dirige la giuria durante un processo. Le indagini sono il compito della polizia e degli avvocati della Crown Prosecution Service (CPS). La Cps (non la polizia) può intercettare le chiamate di un cittadino solo col permesso del ministro dell'Interno e solo dove esiste il sospetto ragionevole di un reato grave. Le intercettazioni non possono essere diffuse e pubblicate "all'italiana". Altrimenti i responsabili (sia magistrati che giornalisti) vanno in galera. Di conseguenza, le intercettazioni non vengono mai pubblicate in Inghilterra. Mai. (...) Pubblicare le prove nei confronti di un indagato prima del processo distrugge il suo diritto a un processo giusto ed equo. (...) però, un giudice come Henry John Woodcock viola quel sacro diritto ogni santo dì (...) Che ci fanno Woodcock & Company a spiare a livelli industriali le chiamate private di un Presidente del Consiglio? Che ci fanno a sputtanare non solo Berlusconi ma anche l'Italia? Ma vi rendete conto come la stampa straniera vi prenda in giro? (...) Almeno Woodcock - for God's Sake! - se ne dovrebbe rendere conto perché è di origini inglesi! Per la cronaca il suo cognome vuol dire "beccaccia"".
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Bene! A me non frega niente se Woodcock se ne renda conto (probabilmente sì) o meno. A me interessa sapere che cosa al dottor Woodcock gliene venga in tasca.
E questo è facilmente intuibile: da quando - per certi magistrati - l'interesse del loro agire è stato spostato da quello della Giustizia (in senso lato) a quello personale loro e dei galoppini del circuito mediatico-giudiziario, ha subito una mutazione "biologica" anche la loro funzione. In parole povere, s'impicciano ormai esclusivamente di cose estranee ai loro compiti istituzionali. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Allo stesso modo di certe caste militari in altri paesi, le quali, arrogandosi il diritto di invadere periodicamente il campo della politica con colpi di stato e commissariamenti dei governi legittimati dal voto popolare, alla lunga hanno obliterato qualsiasi capacità di svolgere efficacemente i loro "compiti istituzionali", vale a dire, quelli di far le guerre e, possibilmente, vincerle. Difatti, costoro le poche o tante guerre combattute le hanno perse. Spesso anche con ignominia.
Quasi allo stesso modo, si spiega quindi il fatto, tornando ai nostri "valorosi" magistrati, di come essi siano diventati bravi a mettersi sotto i piedi governi, parlamenti ed istituzioni varie e di come siano diventati schiappe a perseguire criminali ed altre organizzazioni malavitose. La pacchia dei giudici è diventata l'incubo degli uomini delle istituzioni; e, conseguentemente, è diventata pacchia anche per la criminalità.
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Per forza! Se, invece che la polizia, ad indagare si mettono le beccacce.
martedì 26 luglio 2011
LA CASTA DELLA POLITICA CI COSTA IL 2% DEL PIL
LA CASTA DELLA POLITICA CI COSTA IL 2% DEL PIL!!!!!!
Rassegnatevi: le spese per la politica in Italia, stando all’ultimo studio della Uil ricavato da fonti ufficiali del ministero di Renato Brunetta, sono cresciute negli ultimi dieci anni del 40%, arrivando a impiegare come numero di persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica la ragguardevole cifra (ineguagliata in tutti i Paesi europei) di un milione e trecento mila persone. Propaganda sindacale? Nient’affatto: i dati sono ufficiali, forniti per lo più dal ministero della Pubblica Amministrazione.
Cifre da capogiro, dunque. Di fronte alle quali sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Perché uno dei temi ricorrenti di questi anni è stato (a parole) il taglio alle spese della politica, tanto che la Casta, il fortunato libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, è diventato subito un best seller. Ma si tratta di un libro uscito nel 2007, con dati degli anni precedenti. E, dunque, che cosa è cambiato in questi anni? Nulla, se non in peggio. Sentite cosa dicono gli esperti della Uil:
La politica ha un peso sulle casse dello Stato di 24,7 miliardi, pari al 2% del Pil e al 12,6% del gettito Irpef. Di questi, i costi diretti e indiretti ammonterebbero a 18,3 miliardi, a cui aggiungere 6,4 miliardi per i costi derivanti da un sovrabbondante sistema istituzionale. Un tesoretto, pari a una corposa manovra finanziaria, che serve a mantenere un esercito formato da almeno un milione e 300mila persone. Di queste oltre 145 mila sono parlamentari, ministri, amministratori locali, di cui 1.032 in Parlamento e a Bruxelles (tra parlamentari nazionali ed europei, ministri e sottosegretari), 1.366 nelle Regioni (presidenti, assessori e consiglieri regionali), 4.258 nelle Province (presidenti, assessori e consiglieri provinciali) e 138.619 nei comuni (sindaci, assessori e consiglieri comunali). Non solo: 12.000 i consiglieri circoscrizionali (8.845 nelle sole città capoluogo); 24.000 le persone nei consigli di amministrazione delle 7 mila società (enti, consorzi, autorità di ambito partecipati dalle pubbliche amministrazioni); 318.000 le persone che hanno un incarico o una consulenza elargita dalla pubblica amministrazione. E ancora: la massa dei porta borse, ovvero il personale di supporto politico addetto agli uffici di gabinetto dei ministri, sottosegretari, presidenti di Regione, Provincia, sindaci, assessori regionali, provinciali e comunali; i direttori generali, amministrativi e sanitari delle Asl; la moltitudine dei componenti dei consigli di amministrazione degli Ater e degli enti pubblici.
Secondo il sindacato, con una riforma delle istituzioni e tagli agli sprechi (come la riduzione, per esempio, del 25% degli assessori, dei consiglieri e soprattutto delle consulenze, spesso sdoppiate per finalità clientelari tra i vari livelli amministrativi) si potrebbe ridurre la spesa - dice la Uil - di almeno 10 miliardi, cifra che equivarrebbe all’azzeramento delle addizionali regionali e comunali Irpef. Ma è difficile che qualcuno metta mano alle forbici nei prossimi mesi: vi ricordate cosa accadde lo scorso anno, quando in agenda c’era un piano per la riduzione del numero delle province? Si parlò solo di quelle sotto i 220 mila abitanti: 10 province in tutto; e poi, addirittura, non se ne fece più nulla. Ecco perché, la campagna della Uil sembra una battaglia contro i mulini a vento.
.by Giovanni Salamone on Tuesday, July 26, 2011 at 2:08am.
Rassegnatevi: le spese per la politica in Italia, stando all’ultimo studio della Uil ricavato da fonti ufficiali del ministero di Renato Brunetta, sono cresciute negli ultimi dieci anni del 40%, arrivando a impiegare come numero di persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica la ragguardevole cifra (ineguagliata in tutti i Paesi europei) di un milione e trecento mila persone. Propaganda sindacale? Nient’affatto: i dati sono ufficiali, forniti per lo più dal ministero della Pubblica Amministrazione.
Cifre da capogiro, dunque. Di fronte alle quali sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Perché uno dei temi ricorrenti di questi anni è stato (a parole) il taglio alle spese della politica, tanto che la Casta, il fortunato libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, è diventato subito un best seller. Ma si tratta di un libro uscito nel 2007, con dati degli anni precedenti. E, dunque, che cosa è cambiato in questi anni? Nulla, se non in peggio. Sentite cosa dicono gli esperti della Uil:
La politica ha un peso sulle casse dello Stato di 24,7 miliardi, pari al 2% del Pil e al 12,6% del gettito Irpef. Di questi, i costi diretti e indiretti ammonterebbero a 18,3 miliardi, a cui aggiungere 6,4 miliardi per i costi derivanti da un sovrabbondante sistema istituzionale. Un tesoretto, pari a una corposa manovra finanziaria, che serve a mantenere un esercito formato da almeno un milione e 300mila persone. Di queste oltre 145 mila sono parlamentari, ministri, amministratori locali, di cui 1.032 in Parlamento e a Bruxelles (tra parlamentari nazionali ed europei, ministri e sottosegretari), 1.366 nelle Regioni (presidenti, assessori e consiglieri regionali), 4.258 nelle Province (presidenti, assessori e consiglieri provinciali) e 138.619 nei comuni (sindaci, assessori e consiglieri comunali). Non solo: 12.000 i consiglieri circoscrizionali (8.845 nelle sole città capoluogo); 24.000 le persone nei consigli di amministrazione delle 7 mila società (enti, consorzi, autorità di ambito partecipati dalle pubbliche amministrazioni); 318.000 le persone che hanno un incarico o una consulenza elargita dalla pubblica amministrazione. E ancora: la massa dei porta borse, ovvero il personale di supporto politico addetto agli uffici di gabinetto dei ministri, sottosegretari, presidenti di Regione, Provincia, sindaci, assessori regionali, provinciali e comunali; i direttori generali, amministrativi e sanitari delle Asl; la moltitudine dei componenti dei consigli di amministrazione degli Ater e degli enti pubblici.
Secondo il sindacato, con una riforma delle istituzioni e tagli agli sprechi (come la riduzione, per esempio, del 25% degli assessori, dei consiglieri e soprattutto delle consulenze, spesso sdoppiate per finalità clientelari tra i vari livelli amministrativi) si potrebbe ridurre la spesa - dice la Uil - di almeno 10 miliardi, cifra che equivarrebbe all’azzeramento delle addizionali regionali e comunali Irpef. Ma è difficile che qualcuno metta mano alle forbici nei prossimi mesi: vi ricordate cosa accadde lo scorso anno, quando in agenda c’era un piano per la riduzione del numero delle province? Si parlò solo di quelle sotto i 220 mila abitanti: 10 province in tutto; e poi, addirittura, non se ne fece più nulla. Ecco perché, la campagna della Uil sembra una battaglia contro i mulini a vento.
.by Giovanni Salamone on Tuesday, July 26, 2011 at 2:08am.
LA CASTA DELLA MAGISTRATURA!!!
LA CASTA DELLA MAGISTRATURA!!!!!!
Ci sono giudici che hanno depositato sentenze con anni di ritardo e altri che hanno fatto con l'auto di servizio migliaia di chilometri per andare in vacanza. Ci sono giudici che hanno chiamato i carabinieri per non pagare il conto al ristorante e altri che hanno smarrito pratiche e fascicoli, vanificando anni di processi. Ci sono giudici che hanno dimenticato in carcere imputati che avrebbero dovuto essere scarcerati. Tutti questi giudici sono stati processati dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). Molti sono stati assolti perché, ad esempio, non si possono consegnare in ritardo le sentenze ma c'è quasi sempre una scappatoia, un alibi dietro cui trincerarsi: troppo lavoro, il sistema che non funziona, la separazione dalla moglie, la malattia grave di un congiunto. Qualcuno, invece, non è sfuggito alla condanna del "Tribunale" dei colleghi. Sono centinaia i procedimenti disciplinari che si svolgono davanti al Csm: qualcuno, riguardante le esternazioni dei magistrati del Pool, è stato enfatizzato dai media. Ma sono casi rari: della stragrande maggioranza, invece, non si sa nulla. Sono processi che vengono celebrati nel silenzio e nel silenzio si chiudono.
.by Giovanni Salamone on Tuesday, July 26, 2011 at 2:18am.
Ci sono giudici che hanno depositato sentenze con anni di ritardo e altri che hanno fatto con l'auto di servizio migliaia di chilometri per andare in vacanza. Ci sono giudici che hanno chiamato i carabinieri per non pagare il conto al ristorante e altri che hanno smarrito pratiche e fascicoli, vanificando anni di processi. Ci sono giudici che hanno dimenticato in carcere imputati che avrebbero dovuto essere scarcerati. Tutti questi giudici sono stati processati dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). Molti sono stati assolti perché, ad esempio, non si possono consegnare in ritardo le sentenze ma c'è quasi sempre una scappatoia, un alibi dietro cui trincerarsi: troppo lavoro, il sistema che non funziona, la separazione dalla moglie, la malattia grave di un congiunto. Qualcuno, invece, non è sfuggito alla condanna del "Tribunale" dei colleghi. Sono centinaia i procedimenti disciplinari che si svolgono davanti al Csm: qualcuno, riguardante le esternazioni dei magistrati del Pool, è stato enfatizzato dai media. Ma sono casi rari: della stragrande maggioranza, invece, non si sa nulla. Sono processi che vengono celebrati nel silenzio e nel silenzio si chiudono.
.by Giovanni Salamone on Tuesday, July 26, 2011 at 2:18am.
LA CASTA DEGLI AVVOCATI
LA CASTA DEGLI AVVOCATI!!!!!!
E' un'altra casta: influenti, ricchi, intoccabili. Un libro svela segreti e bugie dell'olimpo professionale italiano. Ne parliamo con l'autore, Franco Stefanoni
"Non voglio un avvocato che mi dica quello che non posso fare. Lo assumo perché mi suggerisca come fare quello che voglio". Lo ha detto John Pierpont Morgan, fondatore della Jp Morgan, una delle più grosse società finanziarie al mondo. La citazione campeggia sulla quarta di copertina del libro, recentemente pubblicato da Melampo Editore, "Il codice del potere" di Franco Stefanoni, giornalista del settimanale economico Il Mondo. Il sottotitolo del volume parla chiaro: Avvocati d'Italia. Storie, segreti e bugie della più influente élite professionale.
Pochi elementi ma sufficienti a capire di cosa stiamo parlando: gli avvocati, i professionisti del diritto. Non l'esercito di oltre 150.000 iscritti all'Ordine che bazzicano le aule di tribunale, più o meno bravi, più o meno affermati. Qui si parla degli avvocati del potere, "una prima scelta di giuristi, consiglieri, difensori, consulenti. Che affianca, corteggia e si fa corteggiare del potere economico, finanziario e politico". Una "casta" parallela, insomma. Che ha potere, notorietà e denaro (molto), ma anche convivenze (o connivenze) pericolose. Un corpo scelto che è molto cambiato negli ultimi 50 anni, i cui membri hanno avuto ascese irresistibili e crolli disastrosi: Ma che nel suo insieme conserva un ruolo strategico nella mappa del potere in Italia.
Vediamo con l'autore quali sono le ragioni e i segreti di questo potere.
.by Giovanni Salamone on Tuesday, July 26, 2011 at 2:23am.
E' un'altra casta: influenti, ricchi, intoccabili. Un libro svela segreti e bugie dell'olimpo professionale italiano. Ne parliamo con l'autore, Franco Stefanoni
"Non voglio un avvocato che mi dica quello che non posso fare. Lo assumo perché mi suggerisca come fare quello che voglio". Lo ha detto John Pierpont Morgan, fondatore della Jp Morgan, una delle più grosse società finanziarie al mondo. La citazione campeggia sulla quarta di copertina del libro, recentemente pubblicato da Melampo Editore, "Il codice del potere" di Franco Stefanoni, giornalista del settimanale economico Il Mondo. Il sottotitolo del volume parla chiaro: Avvocati d'Italia. Storie, segreti e bugie della più influente élite professionale.
Pochi elementi ma sufficienti a capire di cosa stiamo parlando: gli avvocati, i professionisti del diritto. Non l'esercito di oltre 150.000 iscritti all'Ordine che bazzicano le aule di tribunale, più o meno bravi, più o meno affermati. Qui si parla degli avvocati del potere, "una prima scelta di giuristi, consiglieri, difensori, consulenti. Che affianca, corteggia e si fa corteggiare del potere economico, finanziario e politico". Una "casta" parallela, insomma. Che ha potere, notorietà e denaro (molto), ma anche convivenze (o connivenze) pericolose. Un corpo scelto che è molto cambiato negli ultimi 50 anni, i cui membri hanno avuto ascese irresistibili e crolli disastrosi: Ma che nel suo insieme conserva un ruolo strategico nella mappa del potere in Italia.
Vediamo con l'autore quali sono le ragioni e i segreti di questo potere.
.by Giovanni Salamone on Tuesday, July 26, 2011 at 2:23am.
MONARCHIA
QUIRINALE MONARCHICO!!!!!
.Il Presidente della Repubblica partecipa, attivamente e pubblicamente, alla vita del governo. Essendo noto che il ministro della giustizia deve abbandonare il suo posto, avendo accettato un incarico di ben altra natura, è necessario sostituirlo. Il presid...ente del Consiglio ha detto d’essere pronto e di volere fare in fretta, ma Giorgio Napolitano lo ha pubblicamente smentito: quello pronto sono io, mentre al governo mi paiono un po’ indietro. Non si è limitato a questa, originale, affermazione, spingendosi fino a porre degli argini alla scelta spettante a chi guida il governo, pubblicamente preferendo la nomina di chi già non sia ministro. Il tema è delicato, mescolandosi considerazioni istituzionali con problemi politici. La diagnosi non felice: i binari costituzionali sono stati scassati e i vagoni corrono per i fatti loro. I poteri presidenziali, in materia, sono definiti dall’articolo 92 della Costituzione, che stabilisce essere il Presidente a “nominare” i ministri, su proposta del presidente del Consiglio. La storia consegna molti esempi di come tale potere è stato interpretato. Luigi Einaudi, appreso di un documento in cui i gruppi parlamentari democristiani ponevano il veto su un nome, convocò i capi gruppo, li tenne in piedi, lesse loro una nota di durissima critica, affermando che non potevano porsi veti ad un potere presidenziale, e li buttò fuori senza concedere diritto di replica. Antonio Segni aveva un suo preferito, che impose nella formazione di vari governi (si ricordi che egli era anche un capo della potente corrente dorotea). Sandro Pertini informò il capo del governo che era pronto a cacciare due ministri che non davano buon esempio di sé. Oscar Luigi Scalfaro consentì la sfiducia nei confronti di un solo ministro, favorendo la sua sostituzione. Sono molti, e diversi, gli esempi che possono essere citati, ma non solo sono nella gran parte a sostegno del presidente del Consiglio, non era consueto che dal Quirinale si prendesse pubblicamente parte ad una discussione che riguarda la nomina di un ministro. Riservatamente, sì. Pubblicamente, no. Non era semplice ipocrisia, ma riconoscimento di una prerogativa governativa. Nella nostra Costituzione il governo è un potere debole e sotto tutela, mentre il Colle più alto un potere elastico e tendenzialmente espansivo, per giunta accompagnato da una generale genuflessione. Da Pertini in poi, inoltre, non si fa che suonare la grancassa della popolarità presidenziale (urticante la definizione di Indro Montanelli: l’uomo che seppe incarnare al meglio il peggio degli italiani). Salvo il fatto che tutti gli altolocati inquilini, non appena usciti, vengono dimenticati. Popolarità indotta e a veloce decadenza. Si pone anche un problema politico. Dopo la nomina di Saverio Romano a ministro dell’agricoltura (uno dei ministeri soppressi per referendum e poi risorto) il Presidente impose un nuovo dibattito sulla fiducia, come se fosse cambiato il governo. Per fare la guerra in Libia non era necessario sentire le Aule, per far accomodare Romano sì. Si fece il dibattito e la fiducia ci fu. Ora, per il ministro della giustizia, si replica? Stabilito il principio, come si fa a venirvi meno? Ma, del resto, è mai possibile fare un dibattito al mese sulla fiducia? L’unica scappatoia sarebbe mettere in quel posto chi è già ministro. Il tema, lo dico subito, non mi appassiona più di tanto, perché non esattamente al centro dei problemi italiani, ma la contraddizione quirinalizia va segnalata. Anche perché si suggerisce al governo di fare la sostituzione adesso, per poi organizzare successivamente un rimpasto. Praticamente passeremo settimane a parlare solo della fiducia. Il che è vagamente surreale, visto che il governo mi pare cotto da tempo, come da tempo conferma di avere la maggioranza in Parlamento. Ci si dovrebbe occupare d’altro, a cominciare dalla riscrittura delle regole costituzionali. Attività che offrirebbe dignità a forze politiche, di maggioranza come d’opposizione, che mostrano di avere esaurito gran parte della propria vitalità. In quel lavoro costituente non si potrà non tornare anche sui poteri del Quirinale, che, in Repubblica, sono più ampi di quelli che il re aveva (ed altrove ha) nella monarchia costituzionale.
by Giovanni Salamone on Tuesday, July 26, 2011 at 2:46am.
.Il Presidente della Repubblica partecipa, attivamente e pubblicamente, alla vita del governo. Essendo noto che il ministro della giustizia deve abbandonare il suo posto, avendo accettato un incarico di ben altra natura, è necessario sostituirlo. Il presid...ente del Consiglio ha detto d’essere pronto e di volere fare in fretta, ma Giorgio Napolitano lo ha pubblicamente smentito: quello pronto sono io, mentre al governo mi paiono un po’ indietro. Non si è limitato a questa, originale, affermazione, spingendosi fino a porre degli argini alla scelta spettante a chi guida il governo, pubblicamente preferendo la nomina di chi già non sia ministro. Il tema è delicato, mescolandosi considerazioni istituzionali con problemi politici. La diagnosi non felice: i binari costituzionali sono stati scassati e i vagoni corrono per i fatti loro. I poteri presidenziali, in materia, sono definiti dall’articolo 92 della Costituzione, che stabilisce essere il Presidente a “nominare” i ministri, su proposta del presidente del Consiglio. La storia consegna molti esempi di come tale potere è stato interpretato. Luigi Einaudi, appreso di un documento in cui i gruppi parlamentari democristiani ponevano il veto su un nome, convocò i capi gruppo, li tenne in piedi, lesse loro una nota di durissima critica, affermando che non potevano porsi veti ad un potere presidenziale, e li buttò fuori senza concedere diritto di replica. Antonio Segni aveva un suo preferito, che impose nella formazione di vari governi (si ricordi che egli era anche un capo della potente corrente dorotea). Sandro Pertini informò il capo del governo che era pronto a cacciare due ministri che non davano buon esempio di sé. Oscar Luigi Scalfaro consentì la sfiducia nei confronti di un solo ministro, favorendo la sua sostituzione. Sono molti, e diversi, gli esempi che possono essere citati, ma non solo sono nella gran parte a sostegno del presidente del Consiglio, non era consueto che dal Quirinale si prendesse pubblicamente parte ad una discussione che riguarda la nomina di un ministro. Riservatamente, sì. Pubblicamente, no. Non era semplice ipocrisia, ma riconoscimento di una prerogativa governativa. Nella nostra Costituzione il governo è un potere debole e sotto tutela, mentre il Colle più alto un potere elastico e tendenzialmente espansivo, per giunta accompagnato da una generale genuflessione. Da Pertini in poi, inoltre, non si fa che suonare la grancassa della popolarità presidenziale (urticante la definizione di Indro Montanelli: l’uomo che seppe incarnare al meglio il peggio degli italiani). Salvo il fatto che tutti gli altolocati inquilini, non appena usciti, vengono dimenticati. Popolarità indotta e a veloce decadenza. Si pone anche un problema politico. Dopo la nomina di Saverio Romano a ministro dell’agricoltura (uno dei ministeri soppressi per referendum e poi risorto) il Presidente impose un nuovo dibattito sulla fiducia, come se fosse cambiato il governo. Per fare la guerra in Libia non era necessario sentire le Aule, per far accomodare Romano sì. Si fece il dibattito e la fiducia ci fu. Ora, per il ministro della giustizia, si replica? Stabilito il principio, come si fa a venirvi meno? Ma, del resto, è mai possibile fare un dibattito al mese sulla fiducia? L’unica scappatoia sarebbe mettere in quel posto chi è già ministro. Il tema, lo dico subito, non mi appassiona più di tanto, perché non esattamente al centro dei problemi italiani, ma la contraddizione quirinalizia va segnalata. Anche perché si suggerisce al governo di fare la sostituzione adesso, per poi organizzare successivamente un rimpasto. Praticamente passeremo settimane a parlare solo della fiducia. Il che è vagamente surreale, visto che il governo mi pare cotto da tempo, come da tempo conferma di avere la maggioranza in Parlamento. Ci si dovrebbe occupare d’altro, a cominciare dalla riscrittura delle regole costituzionali. Attività che offrirebbe dignità a forze politiche, di maggioranza come d’opposizione, che mostrano di avere esaurito gran parte della propria vitalità. In quel lavoro costituente non si potrà non tornare anche sui poteri del Quirinale, che, in Repubblica, sono più ampi di quelli che il re aveva (ed altrove ha) nella monarchia costituzionale.
by Giovanni Salamone on Tuesday, July 26, 2011 at 2:46am.
lunedì 18 luglio 2011
LA CASTA HA RADICI LONTANE
FASCINO GATTOPARDESCO!!!!!!!!
Per come si son messe le cose, la giustizia che abbiamo ce la teniamo. E’ e resta la peggiore del mondo civilizzato, ma sembra che tanti le siano affezionati. In meno di due giorni si sono accumulati tanti di quei segnali neg...ativi, che la metà basta per dire che non si va da nessuna parte. ...Dunque, vediamo: Gianfranco Fini ha fatto sapere che sul tema può anche aprirsi una crisi di governo e che, comunque, di leggi con validità retroattiva non se ne deve parlare. Occorre osservare che, in campo penale, tutte le norme a favore degli imputati sono, per definizione retroattive. Dobbiamo il principio al diritto romano (nulla a che vedere né con il saluto né con la vaccinara), talché non credo sia il caso d’innovare per capriccio. Va anche detto, però, che la legge sul “processo breve” (che nome più stolto non le si poteva dare) non regola fattispecie criminali o diritti procedurali, ma vorrebbe stabilire limiti temporali per i processi, quindi: a. non rientra automaticamente fra quelle che valgono anche per il passato e, b. se tale valore venisse affermato, senza prevedere norme transitorie, i processi fuori tempo sarebbero suicidati all’istante. Non vestirei il lutto, visto che sono gli stessi destinati alla prescrizione, quindi a morte naturale, ma l’amore per l’arte suggerisce precisione. Le parole di Fini, insomma, non deponevano nel senso di un sereno clima costruttivo. Subito dopo è intervenuto il Presidente della Repubblica, affermando che è necessario accorciare i tempi della giustizia italiana. Molti hanno letto, in queste parole, un messaggio conciliante, diretto a Silvio Berlusconi. Si tratta di lettori fantasiosi. Napolitano non poteva certo sostenere il contrario, visto che l’Italia è il Paese più condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, proprio per la lentezza, ma sarà bene ricordare che indirizzava il suo messaggio ad un convegno sulla digitalizzazione della giustizia (che è fra le poche cose buone, in materia, realizzate), con riferimento anche a quella civile. Alla lentezza, inoltre, si pone rimedio con gli sveltimenti, non con le amputazioni processuali.Infine è giunta la notizia che l’onorevole Giulia Buongiorno, finiana più volte indicata quale ostacolo alle riforme della giustizia, ed effettivamente collocatasi sul fronte conservativo di non pochi guasti, resta al suo posto di presidente della commissione Giustizia. Si potrebbe sintetizzare il tutto con un titolo: la maggioranza c’è, ma a patto di non considerarsi tale e di non muovere foglia.Nel mentre si toglie qualsiasi fascino al motto gattopardesco, lasciando che tutto resti fermo in modo che nulla si muova, nell’arena politica s’è svolto un numero straordinario, con Beppe Pisanu nei panni del protagonista e i commissari di sinistra nel ruolo di ballerini di fila. “Troppi indegni nelle liste elettorali”, ha tuonato il presidente della commissione antimafia, intimando ai prefetti riottosi di trasmettere i dati mancanti. Bravo, costringiamo i prefetti, hanno cantato i ballerini. Giusto, abbiamo pensato anche noi, oramai prede di un conformismo rincretinente, che è tracimato dalle pagine dei quotidiani. Poi uno ci pensa e si domanda: ma “indegni” secondo chi? Secondo la legge no, perché i condannati interdetti non sono candidabili. Allora secondo chi? Secondo monsignor Pisanu e i suoi chierichetti?Rispondono che si tratta di teppaglia: condannati, imputati, indagati, sospettati. Ci vadano piano. Con appartenenti a tali categorie Pisanu è stato al governo. Erano indegni anche quelli? Fra i condannati ci sono anche quelli che hanno commesso reati consapevolmente e apertamente, per ragioni di battaglia politica. Non possono candidarsi? Imputati, indagati e sospettati, secondo la nostra Costituzione, secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e secondo la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sono degli innocenti. Se alla commissione antimafia hanno smarrito i testi ne farò personale omaggio. I diritti politici, caro Pisanu e cari commissari in servizio d’indignazione permanente effettiva, non sono negoziabili, né subordinati al vostro giudizio.Voi, forse, volevate dire una cosa diversa, e vi aiuto: la giustizia italiana fa talmente schifo che anche i criminali conclamati restano liberi da condanna e anche gli imputati senza speranza coltivano quella che il processo muoia prima di loro. I partiti li raccattano perché sono perle della decantata società civile. Sarà un linguaggio inadatto al vizio del non dire per lasciarsi intendere, ma ha il pregio della chiarezza. E’ vero, è così. Ma sarebbe far torto agli indignati, sarebbe considerarli ottusi il non sottolineare che, con quell’esibizione fuori tempo e fuor di luogo, hanno dato il loro contributo affinché nulla cambi. E se l’indegnità politica fosse attinente anche all’incapacità di rendersi utili, una volta eletti, mi sa che resterebbe vuota gran parte dell’altra metà della lavagna.
Per come si son messe le cose, la giustizia che abbiamo ce la teniamo. E’ e resta la peggiore del mondo civilizzato, ma sembra che tanti le siano affezionati. In meno di due giorni si sono accumulati tanti di quei segnali neg...ativi, che la metà basta per dire che non si va da nessuna parte. ...Dunque, vediamo: Gianfranco Fini ha fatto sapere che sul tema può anche aprirsi una crisi di governo e che, comunque, di leggi con validità retroattiva non se ne deve parlare. Occorre osservare che, in campo penale, tutte le norme a favore degli imputati sono, per definizione retroattive. Dobbiamo il principio al diritto romano (nulla a che vedere né con il saluto né con la vaccinara), talché non credo sia il caso d’innovare per capriccio. Va anche detto, però, che la legge sul “processo breve” (che nome più stolto non le si poteva dare) non regola fattispecie criminali o diritti procedurali, ma vorrebbe stabilire limiti temporali per i processi, quindi: a. non rientra automaticamente fra quelle che valgono anche per il passato e, b. se tale valore venisse affermato, senza prevedere norme transitorie, i processi fuori tempo sarebbero suicidati all’istante. Non vestirei il lutto, visto che sono gli stessi destinati alla prescrizione, quindi a morte naturale, ma l’amore per l’arte suggerisce precisione. Le parole di Fini, insomma, non deponevano nel senso di un sereno clima costruttivo. Subito dopo è intervenuto il Presidente della Repubblica, affermando che è necessario accorciare i tempi della giustizia italiana. Molti hanno letto, in queste parole, un messaggio conciliante, diretto a Silvio Berlusconi. Si tratta di lettori fantasiosi. Napolitano non poteva certo sostenere il contrario, visto che l’Italia è il Paese più condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, proprio per la lentezza, ma sarà bene ricordare che indirizzava il suo messaggio ad un convegno sulla digitalizzazione della giustizia (che è fra le poche cose buone, in materia, realizzate), con riferimento anche a quella civile. Alla lentezza, inoltre, si pone rimedio con gli sveltimenti, non con le amputazioni processuali.Infine è giunta la notizia che l’onorevole Giulia Buongiorno, finiana più volte indicata quale ostacolo alle riforme della giustizia, ed effettivamente collocatasi sul fronte conservativo di non pochi guasti, resta al suo posto di presidente della commissione Giustizia. Si potrebbe sintetizzare il tutto con un titolo: la maggioranza c’è, ma a patto di non considerarsi tale e di non muovere foglia.Nel mentre si toglie qualsiasi fascino al motto gattopardesco, lasciando che tutto resti fermo in modo che nulla si muova, nell’arena politica s’è svolto un numero straordinario, con Beppe Pisanu nei panni del protagonista e i commissari di sinistra nel ruolo di ballerini di fila. “Troppi indegni nelle liste elettorali”, ha tuonato il presidente della commissione antimafia, intimando ai prefetti riottosi di trasmettere i dati mancanti. Bravo, costringiamo i prefetti, hanno cantato i ballerini. Giusto, abbiamo pensato anche noi, oramai prede di un conformismo rincretinente, che è tracimato dalle pagine dei quotidiani. Poi uno ci pensa e si domanda: ma “indegni” secondo chi? Secondo la legge no, perché i condannati interdetti non sono candidabili. Allora secondo chi? Secondo monsignor Pisanu e i suoi chierichetti?Rispondono che si tratta di teppaglia: condannati, imputati, indagati, sospettati. Ci vadano piano. Con appartenenti a tali categorie Pisanu è stato al governo. Erano indegni anche quelli? Fra i condannati ci sono anche quelli che hanno commesso reati consapevolmente e apertamente, per ragioni di battaglia politica. Non possono candidarsi? Imputati, indagati e sospettati, secondo la nostra Costituzione, secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e secondo la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sono degli innocenti. Se alla commissione antimafia hanno smarrito i testi ne farò personale omaggio. I diritti politici, caro Pisanu e cari commissari in servizio d’indignazione permanente effettiva, non sono negoziabili, né subordinati al vostro giudizio.Voi, forse, volevate dire una cosa diversa, e vi aiuto: la giustizia italiana fa talmente schifo che anche i criminali conclamati restano liberi da condanna e anche gli imputati senza speranza coltivano quella che il processo muoia prima di loro. I partiti li raccattano perché sono perle della decantata società civile. Sarà un linguaggio inadatto al vizio del non dire per lasciarsi intendere, ma ha il pregio della chiarezza. E’ vero, è così. Ma sarebbe far torto agli indignati, sarebbe considerarli ottusi il non sottolineare che, con quell’esibizione fuori tempo e fuor di luogo, hanno dato il loro contributo affinché nulla cambi. E se l’indegnità politica fosse attinente anche all’incapacità di rendersi utili, una volta eletti, mi sa che resterebbe vuota gran parte dell’altra metà della lavagna.
LA CASTA DEI MAGISTRATI!!!!!
VERGOGNA!!!!!!!
LA CASTA DEI MAGISTRATI !
Come la casta dei magistrati distrugge i...l diritto e difende se stessa ?
In nessuna democrazia al mondo è accettato che un cittadino venga imputato di qualche malefatta anche grave , aspetta decenni per avere giustizia e se alla fine si attesta che l'imputazione era infondata non ha diritto a nessuno risarciment...o . Nel frattempo il cittadino ha pagato avvocati , perso giornate a fare la fila nei tribunali , magari è stato additato dalla comunità come un delinquente ( vedi caso una bomber .. ) ha perso il lavoro e nessuno gli chiede nemmeno scusa . E' una norma che non tutela il cittadino , tutela il diritto del magistrato a sbagliare senza pagare - E se avvalendosi di questo diritto volesse colpire qualcuno che gli è poco simpatico ?
LA CASTA DEI MAGISTRATI !
Come la casta dei magistrati distrugge i...l diritto e difende se stessa ?
In nessuna democrazia al mondo è accettato che un cittadino venga imputato di qualche malefatta anche grave , aspetta decenni per avere giustizia e se alla fine si attesta che l'imputazione era infondata non ha diritto a nessuno risarciment...o . Nel frattempo il cittadino ha pagato avvocati , perso giornate a fare la fila nei tribunali , magari è stato additato dalla comunità come un delinquente ( vedi caso una bomber .. ) ha perso il lavoro e nessuno gli chiede nemmeno scusa . E' una norma che non tutela il cittadino , tutela il diritto del magistrato a sbagliare senza pagare - E se avvalendosi di questo diritto volesse colpire qualcuno che gli è poco simpatico ?
LA CASTA DEI MAGISTRATI!!!!!
VERGOGNA!!!!!!!
LA CASTA DEI MAGISTRATI !
Come la casta dei magistrati distrugge i...l diritto e difende se stessa ?
In nessuna democrazia al mondo è accettato che un cittadino venga imputato di qualche malefatta anche grave , aspetta decenni per avere giustizia e se alla fine si attesta che l'imputazione era infondata non ha diritto a nessuno risarciment...o . Nel frattempo il cittadino ha pagato avvocati , perso giornate a fare la fila nei tribunali , magari è stato additato dalla comunità come un delinquente ( vedi caso una bomber .. ) ha perso il lavoro e nessuno gli chiede nemmeno scusa . E' una norma che non tutela il cittadino , tutela il diritto del magistrato a sbagliare senza pagare - E se avvalendosi di questo diritto volesse colpire qualcuno che gli è poco simpatico ?
LA CASTA DEI MAGISTRATI !
Come la casta dei magistrati distrugge i...l diritto e difende se stessa ?
In nessuna democrazia al mondo è accettato che un cittadino venga imputato di qualche malefatta anche grave , aspetta decenni per avere giustizia e se alla fine si attesta che l'imputazione era infondata non ha diritto a nessuno risarciment...o . Nel frattempo il cittadino ha pagato avvocati , perso giornate a fare la fila nei tribunali , magari è stato additato dalla comunità come un delinquente ( vedi caso una bomber .. ) ha perso il lavoro e nessuno gli chiede nemmeno scusa . E' una norma che non tutela il cittadino , tutela il diritto del magistrato a sbagliare senza pagare - E se avvalendosi di questo diritto volesse colpire qualcuno che gli è poco simpatico ?
VERGOGNA!!!!!!
PENSIONATI RIBELLATEVI AI SINDACA...TI, CASTA COMPOSTA DA IPOCRITI E LADRI ! LA CASTA MILIARDARIA DEI NULLAFACENTI !
Ma lo sapete si, o no che, l’Inps trattiene sulla pensione anche la quota che poi da ai sindacati ? I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta perfino dai partiti. Fatturati miliardari. Bilanci s...egreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. Non continuate a sostenere col vostro contributo economico i sindacati, amici dei padroni, che collaborano col governo nelle sue scelte antipopolari. Dissociarsi è facilissimo: sono sufficienti due righe da inviare all’azienda che opera la trattenuta delle quote sindacali (o, in caso di un pensionato, all’ente che eroga la pensione: ad esempio l’INPS), e per conoscenza al sindacato. Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. Il giro d’affari dei sindacati è enorme e questi enti non difendono più nessuno, ma esistono solo per difendere i loro interessi economici. I Sindacati hanno difeso ladri, fannulloni e sono talmente potenti da far fallire una azienda che dà lavoro a tantissime persone. Avete mai sentito di un giudice che da ragione ad un'Azienda ? Io mai. I sindacati sono capaci di organizzare scioperi che bloccano e danneggiano una nazione, causando enormi danni a tutti i cittadini. Il diritto allo sciopero è diventata una grande arma di ricatto in mano a persone senza scrupoli e senza morale.
Ma lo sapete si, o no che, l’Inps trattiene sulla pensione anche la quota che poi da ai sindacati ? I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta perfino dai partiti. Fatturati miliardari. Bilanci s...egreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. Non continuate a sostenere col vostro contributo economico i sindacati, amici dei padroni, che collaborano col governo nelle sue scelte antipopolari. Dissociarsi è facilissimo: sono sufficienti due righe da inviare all’azienda che opera la trattenuta delle quote sindacali (o, in caso di un pensionato, all’ente che eroga la pensione: ad esempio l’INPS), e per conoscenza al sindacato. Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. Il giro d’affari dei sindacati è enorme e questi enti non difendono più nessuno, ma esistono solo per difendere i loro interessi economici. I Sindacati hanno difeso ladri, fannulloni e sono talmente potenti da far fallire una azienda che dà lavoro a tantissime persone. Avete mai sentito di un giudice che da ragione ad un'Azienda ? Io mai. I sindacati sono capaci di organizzare scioperi che bloccano e danneggiano una nazione, causando enormi danni a tutti i cittadini. Il diritto allo sciopero è diventata una grande arma di ricatto in mano a persone senza scrupoli e senza morale.
IL POPOLO E' SOVRANO!!!!!!
IL POTERE DEI PARLAMENTARI ELIMINA LA SOVRANITA' DEL POPOLO!!!!!!!
È sempre stato... un argomento capace di suscitare l'indignazione dei cittadini. Ormai, però, è diventato anche qualcosa d'altro: un vincolo economico, una palla al piede per il Paese, una fonte di spesa improduttiva che sottrae risorse alla crescita. È il tema dei costi della politica. Una parte di questi costi è documentata e documentabile. Gian Antonio Stella, sul Corriere di ieri, ha mostrato quanto pesino sulle tasche del contribuente italiano, fra indennità, rimborsi, eccetera, i parlamentari, i consiglieri regionali e gli altri rappresentanti eletti. E il confronto con gli assai più contenuti stipendi dei rappresentanti statunitensi è risultato davvero istruttivo.
I costi documentati sono peraltro solo la punta dell'iceberg. I dati precisi non sono facilmente reperibili ma è certo che il numero di coloro che in Italia vivono «di politica» (la cui fonte di reddito, cioè, deriva, direttamente o indirettamente, dalla politica) è enormemente cresciuto negli ultimi venti anni: c'è chi pensa che sia addirittura quadruplicato o quintuplicato. Non è affatto solo una questione di auto blu e di stipendi di rappresentanti eletti (che sono le cose che maggiormente colpiscono il cittadino). C'è molto, molto di più. Là fuori c'è un vero e proprio esercito, con famiglie a carico, di quelli che potremmo definire «professionisti politici occulti», persone che campano grazie al fatto che la politica (i partiti) li ha piazzati - a livello nazionale, regionale, locale - in consigli di amministrazione, all'interno di società pubbliche, e ovunque essa potesse allungare le mani. Persone che sono in quei posti, per lo più, non per le loro competenze ma per i loro legami politici.
Scommetto che nemmeno al ministero dell'Economia sono in possesso di dati precisi sui «costi reali» della politica in Italia. Ma è certo che se questi costi potessero essere seriamente ridotti, si darebbe un bel colpo alla spesa pubblica improduttiva, si libererebbero risorse diversamente impiegabili.
Solo che ciò è molto più facile a dirsi che a farsi. Per diverse ragioni, alcune tecniche, altre istituzionali, altre politiche. Fra le ragioni tecniche c'è, prima di tutto, come si è già accennato, il fatto che nessuno sa davvero quantificare con precisione questi costi. Soprattutto a livello locale, essendo gli enti locali comprensibilmente restii a fornire dati così «politicamente sensibili». E poi c'è il problema dei diritti acquisiti: tagliare con l'accetta questi costi significa in molti casi toccare emolumenti cui tutte quelle persone pensano di avere ormai diritto. Un taglio drastico scatenerebbe probabilmente una valanga di ricorsi.
C'è anche una ragione istituzionale. La parte forse più consistente degli alti costi della politica chiama in causa la responsabilità delle classi politiche regionali e locali. Un intervento del centro (governo e Parlamento) si scontrerebbe con la difesa della propria autonomia da parte di molte strutture periferiche. Si renderebbe allora necessaria una complessa contrattazione fra centro e periferia del cui esito positivo sarebbe lecito dubitare.
Ci sono poi le difficoltà politiche. I costi della politica sono rimasti fin qui un tema tabù sia con i governi di destra che con quelli di sinistra. Per due motivi. Perché qualunque governo voglia incidere seriamente su quei costi deve essere disposto a fronteggiare rivolte all'interno dei partiti che lo sostengono e negli enti locali controllati da quei partiti. E perché cercare di incidere su quei costi significa spostare gruppi e clientele (e quindi anche voti) verso i partiti avversari. Occorrerebbe davvero un accordo bipartisan, anzi un vero e proprio patto di ferro fra i partiti nazionali, per affrontare sul serio la questione.
C'è infine un'ultima ragione che dipende dagli orientamenti dell'opinione pubblica. Bisogna dire che i cittadini hanno, sulla questione dei costi della politica, atteggiamenti contraddittori. Diciamo che quella dei cittadini italiani è, per lo meno, una indignazione «selettiva». Nulla lo prova meglio dei risultati dei recenti referendum sull'acqua, grazie ai quali è stata abrogata una delle pochissime leggi che sottraeva alle grinfie dei partiti il controllo su «posti» e prebende: nel caso specifico, le nomine in società preposte ai servizi pubblici. La questione dei costi della politica, infatti, si intreccia strettamente con quella del ruolo del potere pubblico. Quei costi (stipendi dei rappresentanti a parte) non sono sostanzialmente riducibili senza un consistente dimagrimento dello Stato e degli enti pubblici locali, senza spostare, tramite privatizzazioni, verso il mercato compiti gestionali e prerogative oggi in mano al «pubblico» (ossia, ai partiti). Ma non sempre il cittadino che si indigna è anche disposto a trarre le dovute conseguenze, a consentire con politiche di riduzione del peso dello Stato (che contribuirebbero ad abbattere quei costi).
A parole, siamo (quasi) tutti d'accordo: i costi della politica vanno drasticamente ridotti. Passare all'azione richiederebbe però maggiore consapevolezza dei problemi da affrontare.
È sempre stato... un argomento capace di suscitare l'indignazione dei cittadini. Ormai, però, è diventato anche qualcosa d'altro: un vincolo economico, una palla al piede per il Paese, una fonte di spesa improduttiva che sottrae risorse alla crescita. È il tema dei costi della politica. Una parte di questi costi è documentata e documentabile. Gian Antonio Stella, sul Corriere di ieri, ha mostrato quanto pesino sulle tasche del contribuente italiano, fra indennità, rimborsi, eccetera, i parlamentari, i consiglieri regionali e gli altri rappresentanti eletti. E il confronto con gli assai più contenuti stipendi dei rappresentanti statunitensi è risultato davvero istruttivo.
I costi documentati sono peraltro solo la punta dell'iceberg. I dati precisi non sono facilmente reperibili ma è certo che il numero di coloro che in Italia vivono «di politica» (la cui fonte di reddito, cioè, deriva, direttamente o indirettamente, dalla politica) è enormemente cresciuto negli ultimi venti anni: c'è chi pensa che sia addirittura quadruplicato o quintuplicato. Non è affatto solo una questione di auto blu e di stipendi di rappresentanti eletti (che sono le cose che maggiormente colpiscono il cittadino). C'è molto, molto di più. Là fuori c'è un vero e proprio esercito, con famiglie a carico, di quelli che potremmo definire «professionisti politici occulti», persone che campano grazie al fatto che la politica (i partiti) li ha piazzati - a livello nazionale, regionale, locale - in consigli di amministrazione, all'interno di società pubbliche, e ovunque essa potesse allungare le mani. Persone che sono in quei posti, per lo più, non per le loro competenze ma per i loro legami politici.
Scommetto che nemmeno al ministero dell'Economia sono in possesso di dati precisi sui «costi reali» della politica in Italia. Ma è certo che se questi costi potessero essere seriamente ridotti, si darebbe un bel colpo alla spesa pubblica improduttiva, si libererebbero risorse diversamente impiegabili.
Solo che ciò è molto più facile a dirsi che a farsi. Per diverse ragioni, alcune tecniche, altre istituzionali, altre politiche. Fra le ragioni tecniche c'è, prima di tutto, come si è già accennato, il fatto che nessuno sa davvero quantificare con precisione questi costi. Soprattutto a livello locale, essendo gli enti locali comprensibilmente restii a fornire dati così «politicamente sensibili». E poi c'è il problema dei diritti acquisiti: tagliare con l'accetta questi costi significa in molti casi toccare emolumenti cui tutte quelle persone pensano di avere ormai diritto. Un taglio drastico scatenerebbe probabilmente una valanga di ricorsi.
C'è anche una ragione istituzionale. La parte forse più consistente degli alti costi della politica chiama in causa la responsabilità delle classi politiche regionali e locali. Un intervento del centro (governo e Parlamento) si scontrerebbe con la difesa della propria autonomia da parte di molte strutture periferiche. Si renderebbe allora necessaria una complessa contrattazione fra centro e periferia del cui esito positivo sarebbe lecito dubitare.
Ci sono poi le difficoltà politiche. I costi della politica sono rimasti fin qui un tema tabù sia con i governi di destra che con quelli di sinistra. Per due motivi. Perché qualunque governo voglia incidere seriamente su quei costi deve essere disposto a fronteggiare rivolte all'interno dei partiti che lo sostengono e negli enti locali controllati da quei partiti. E perché cercare di incidere su quei costi significa spostare gruppi e clientele (e quindi anche voti) verso i partiti avversari. Occorrerebbe davvero un accordo bipartisan, anzi un vero e proprio patto di ferro fra i partiti nazionali, per affrontare sul serio la questione.
C'è infine un'ultima ragione che dipende dagli orientamenti dell'opinione pubblica. Bisogna dire che i cittadini hanno, sulla questione dei costi della politica, atteggiamenti contraddittori. Diciamo che quella dei cittadini italiani è, per lo meno, una indignazione «selettiva». Nulla lo prova meglio dei risultati dei recenti referendum sull'acqua, grazie ai quali è stata abrogata una delle pochissime leggi che sottraeva alle grinfie dei partiti il controllo su «posti» e prebende: nel caso specifico, le nomine in società preposte ai servizi pubblici. La questione dei costi della politica, infatti, si intreccia strettamente con quella del ruolo del potere pubblico. Quei costi (stipendi dei rappresentanti a parte) non sono sostanzialmente riducibili senza un consistente dimagrimento dello Stato e degli enti pubblici locali, senza spostare, tramite privatizzazioni, verso il mercato compiti gestionali e prerogative oggi in mano al «pubblico» (ossia, ai partiti). Ma non sempre il cittadino che si indigna è anche disposto a trarre le dovute conseguenze, a consentire con politiche di riduzione del peso dello Stato (che contribuirebbero ad abbattere quei costi).
A parole, siamo (quasi) tutti d'accordo: i costi della politica vanno drasticamente ridotti. Passare all'azione richiederebbe però maggiore consapevolezza dei problemi da affrontare.
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