mercoledì 2 maggio 2012

CERCHI UN TERRENO EDIFICABILE IN MORTARA?

Grazia e Giovanni Salamone VENDONO terreno edificabile, zona C, indice 05, 2700 metri quadrati in Mortara (PV). Cinque minuti dal centro citta'. Valore nominale e di mercato 240 mila euro. Richiesta 100 mila euro.
Contatto telefonico 0321726559
Contatto email  gianni.salamone@tiscali.it

http://www.youtube.com/watch?v=NWefnhFblNs

domenica 22 aprile 2012

TERRENO EDIFICABILE E RESIDENZIALE IN MORTARA, PAVIA

Grazia e Giovanni Salamone VENDONO terreno edificabile e residenziale in Mortara, Pavia per SOLO 180 mila euro!!!!!! Tel. 0321726559
Oppure collegarsi via email: giovanni.salamone@gmail.com

venerdì 13 aprile 2012

Vendo terreno edificabile in Mortara per solo 100 mila euro!!!!!!


http://maps.google.com/maps/ms?msa=0&msid=208139662865346864630.0004a4a374b1f77dd4f00&hl=en&doflg=ptm&ie=UTF8&ll=45.261661%2C8.729966&spn=0.001371%2C0.005262&t=h&z=18

Terreno edificabile in Mortara (PV)


Grazia e Giovanni Salamone vendono terreno edificabile, zona C, di 3004 metri Quadrati per soli 100 mila euro. Telefono 0321726559 (Grazia) e 0048518968880 (Giovanni). Il Terreno e' in una zona Residenziale angolo via Crocco con via Orticara, cinque minuti dal Centro Citta'.
Oppure collegarsi tramite email: giovanni.salamone@gmail.com

lunedì 19 marzo 2012

Al Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano

Signor Presidente, perché non si dimette? Mi scuserà se sono troppo diretto, ma è inutile girare intorno alle parole. Sono qui che vorrei scriverle delle mie osservazioni, a patto però che poi non mi venga scagliato l’anatema del vilipendio contro il Capo dello Stato.










Non le nascondo che ogni mattina che mi alzo vorrei poter scagliarlo io l’anatema del Vilipendio contro la Mia Persona ai danni della Repubblica Italiana, ma sa sono sicuro che non avrebbe molto effetto, diretta pratica quotidiana di comprendere che il potere è unidirezionale, in Italia soprattutto.









Certo, pensandoci bene, e dovendo scrivere una lettera ad un potente, non verrebbe mai da pensare di scrivere al Presidente della Repubblica Italiana. Certo io vorrei che Lei fosse potente, ma per davvero, e che mettesse a tacere il continuo bla bla di quelli che la circondano nella politica odierna.









Non è una questione personale sig. Giorgio Napolitano, e mi auguro che non me ne vorrà, ma perché non si gode la pensione a 82 anni? Sono veramente tanti e gliene ne auguro ancora di più, anche se la biologia è un fatto e non un desiderio.









La mattina quando mi sveglio in questa Italia stanca, contrita, furba, arrabbiata, delusa e in perenne debito da carte di credito, osservo il primo inter pares degli italiani e vedo lei. Avrei voglia di tornarmene a letto. Non ce la vedo nella metropolitana di una città come Roma, a 82 anni cadrebbe a terra alla prima frenata. Certo, si potrebbe sedere, ma nessuno lascia il posto a nessun altro. Anzi quando qualcuno cede il posto ad un anziano, ad uno zoppo, ad una donna incinta, questo qualcuno riceve un’occhiata che sa di beatificazione, mentre dovrebbe essere normale civiltà. Banale, ma vero.









Se mi soffermo un attimo a pensare alla presidenza della Repubblica, senza offesa naturalmente, non vedo altro che un pensionato di lusso, anzi di gran lusso. Ultimamente, devo ammettere, ha avuto anche il coraggio civile di pubblicare le cifre della gestione del Quirinale: 235 milioni di euri, pari a 454.960.000.000 vecchie lire. Per un paio di migliaia di persone? Ma non le sembra troppo? Se non mi ricordo male, Lei era anche comunista, non si agita sulla sedia a leggere queste cifre? E si paga anche 5 euri per poter visitare il Palazzo del Quirinale. Ma dai, non ne avete proprio abbastanza? Lo sa caro Presidente che in Ungheria, per esempio, tutte le sedi istituzionali sono visitate gratis dagli ungheresi, mentre pagano solo i turisti? E sa perché? Perché i cittadini devono avvicinarsi alle istituzioni. Ed io devo pagare 5 euri per vedere il Quirinale?









E parlando sempre dei costi, non la innervosisce sapere che chi pulisce il cesso al Quirinale ha fin troppi privilegi in confronto a chi pulisce i cessi di una semplice metropolitana?









Lo so, sarà una fissa la mia Presidente, quella della metropolitana, ma se la usasse ogni giorno capirebbe che l’incidente in cui è morta una pendolare a Piazza Vittoria, a Roma è stato solo un semplice e puro miracolo. Se ci prestasse una parte di quei 235 milioni di euri, forse qualcosa si potrebbe fare.









Dicevamo del pensionato di lusso: certo non come nonno Giovanni che tira a campare con 500 euri. Si è vero, pensandoci bene, non ci sarebbe granché da scrivere ad un potente del suo calibro, perché, tutto è, meno che potente. Ma anziano sì, e allora non è giunto il tempo di farsi da parte?









In un paese gerontocratico, ci mancava solo Lei. 82 anni, a ripeterli non ci si crede. Ma a cosa servirà mai? Quando è salito sul Colle, espressione che sembra rubare il dolore alla cristianità, mi sono sovvenute due domande: come è un trasloco di gran lusso da un quartiere bene di Roma ad un altro. E l’altra riguarda la sua storia personale. Ma andiamo con ordine. Beato Lei che ha traslocato, con il caro affitto che c’è a Roma, avere due belle case non è da poco, e tutto questo non lavorando come privato, ma per lo Stato. Non male. Immagino, retoricamente, i giovani che pagano 500 eurinaturalmont con contratto a progetto, sa quella splendida invenzione (di sinistra ahimè, Gaber Gaber dove sei ormai?) che permette agli imprenditori di non pagare tasse, tredicesima, quattordicesima, malattia ma guadagnano lo stesso anzi di più? di affitto e ne guadagnano poco più di 800/900,









Chissà se conosce minimamente il costo degli affitti a Roma, forse sì, ma quando si guadagna quello che si guadagna con la paga di un deputato o senatore chi se ne frega dei conti. Eppure molti di voi non sono neanche laureati e mai hanno lavorato, eppure pretendono di comprendere un paese che lavora. Lei indubbiamente è una persona di cultura, ma non si trova a disagio con gente che non sa nulla, ma proprio nulla, come se avessero marinato la scuola già dall’asilo? Immagino proprio di sì.









La sua storia personale: finalmente un comunista che sale al Quirinale. Embè? Siamo proprio così americani non le sembra, basta pronunciare il sostantivo comunista che tutto sembra fosco, forse solo ridicolo. Non ho visto nessun evento straordinario nella sua elezione, solo un uomo anziano. La sua storia personale l’ha portata subito in Ungheria, a Budapest a deporre fiori ai caduti della rivoluzione del 1956. Lavarsi subito l’onta di non aver compreso il grido disperato di libertà di un popolo. Già, loro gli ungheresi (ritornano più volte come vede) avevano i comunisti, noi gli americani, con il Cermis, Ustica, Gladio e altre sciocchezze di mezzo. Ha deposto fiori che forse se deponeva sulla tomba di questa nazione avrebbero avuto maggior senso e bellezza. Della sua storia personale mi rimarrà impresso il suo essere stato il primo Ministro degli Interni non democristiano. Mi ricordo il periodo, così denso di speranza: Prodi parlava e si capiva anche. Invece Bossi parlava ma non si capiva. Berlusconi non era poi questa grande ed inamovibile pietra contro la democrazia italiana. Avevamo vinto, per la prima volta e finalmente mettevamo piede ( e si sperava mani) negli armadi dei misteri italiani.









Per la verità ci ha messo piede Lei, e si è visto: non è accaduto nulla. Nessuna verità per la strage di Bologna, nessun disvelamento di grandi intrecci mafia politica. Niente di niente. La Democrazia Cristiana continuava a dominare il Ministero dei misteri italici. Eppure all’epoca non era così anziano Presidente, aveva solo, mi faccia fare i conti, ecco, sì 73 anni. Già, nulla successe e tutte le speranze di chiarezza andarono perse nel giro di poco. Forse anche Lei si è ritrovato con le mani legate da intrecci così scandalosi da non poterne parlare, patti sì scellerati che non si potevano toccare, pena il tracollo della nostra miseranda nazione. Eppure credevo che dopotutto questo si sarebbe goduto la meritata pensione. O lo stipendio, qualsiasi cosa, ma sicuramente avrà famiglia, nipoti e pronipoti. Ed invece eccola Presidente, a rappresentare l’Italia con tutti i suoi anni e la sua storia personale, come se un onesto lavoratore cassintegrato della Cirio non abbia una storia personale e dignitosa, per non parlare del famigerato metalmeccanico di sempre. Ed io mi sono sentito uno dei suoi nipoti, certo senza il privilegio di dire chi è mio zio. Qualche volta seguo i suoi discorsi, buoni solo per l’ANSA, ultimamente poi sono tanti devo dire che è sempre presente. Ma dica al suo ufficio stampa che è inutile che far pubblicare due pagine di suoi interventi, la gente, sempre in metropolitana, gira le pagine a piè sospinto. Tanto si sa che saranno parole di circostanza e mai taglienti, e distraggono poco l’attenzione.









Belle ed inutili parole.









Per ironia della sorte c’è chi segue i suoi discorsi: sono gli italiani all’estero, cioè gli emigranti. Ho visto le facce di profonda delusione, quando hanno ascoltato il suo discorso, letto le sue parole il giorno dopo che li menzionava, appena appena nella chiusura del gran discorso di fine anno. Io stavo con loro, dall’altra parte del mondo. Volevano che si ricordasse di loro, lo volevano per non sentirsi orfani e invece niente.









Così si è alienato anche un possibile e benevolo pubblico che la voleva ascoltare veramente. Scherzi dell’età, non si preoccupi. Come non si deve preoccupare del fatto che di tutte le foto dei mondiali del 2006 non ce ne sia una memorabile e storica che la ritrae e la consegna alla storia, almeno quella del pallone. Mi permetta di fare un paragone con il presidente partigiano, celebrato anche in una canzone (quando si dice lasciare il segno per davvero), di Lei non c’è neanche una foto decente. I mondiali del 1982 non sono nulla se non ci fanno vedere la faccia del grande vecchio Pertini che si dimena come un ultrà per i gol. Ancora meglio la faccia da partigiano mentre gioca a carte con i nostri eroi sull’aereo del ritorno dalla Spagna.









Me lo può confessare Presidente, quella sera avrebbe preferito starsene a casa tranquillo. Con la sua età, tutto quello schiamazzo, quel rumore, quell’ufficialità. Confesso, non amo il pallone neanche io, ma la nazionale, beh, che ci vuole fare italiano sono alla fin fine.









Poteva regalare il suo biglietto a qualcuno, vero non aveva biglietto, Lei entra pagato dovunque. O si ricorda di quando ha invocato giustizia per Giovanna Curcio? Immagino di farle questa domanda a bruciapelo, e la vedo che si china verso un suo assistente a chiedere informazioni. Ma come, la ragazzina bruciata viva a 15 anni perché lavorava, in nero, in una fabbrica di materassi vicino Salerno? Se lo ricorda? Neanche alla sua età è permesso dimenticare questo. Il suo discorso chiedeva (vibrava mi sembra un termine a appropriato) giustizia. Le ripeto quello che scrissi in quei giorni: perché non è andato al funerale di quella ragazza, perché non ha portato a spalla la sua bara? Perché signor Presidente? Poteva farsi aiutare dai suoi assistenti, ma Lei ha 82 anni e la bara di una ragazza di soli 15 anni pesa troppo, di tristezza e della nostra infamia. A cosa serve un Presidente che non porta a spalla i giovani della nazione che rappresenta, morti perché sfruttati, vilipesi, ed infine dimenticati? Perché non va lì giù a piantare un casino infinito finché i colpevoli siano punti: non messi al rogo o su una sedia elettrica, ma qualcuno deve pagare per la morte di un innocente, o no?









Eppure Lei è di Napoli, la città che ha avuto sì tanto orgoglio nel saperla eletta, e il giorno dopo ha continuato a sparare tranquillamente, ma non solo per camorra, termine abusato, ma anche per inedia, per ferocia gratuita, coltellate per un’occhiata di troppo. Salerno non dista troppo da Napoli. Qui giungiamo al punto signor Presidente, non tutto è perduto. A 82 anni qualcosa si può fare ancora. Cominciamo da Napoli. Non mi dica solo che è rammaricato, che vuole uno scatto di reni da parte dei cittadini e delle autorità. Non si rende conto che sono tutte chiacchiere.









Prenda Lei l’iniziativa, vada a Scampia e si affitti una casa, non costano tanto, e si sistema lì per qualche mese. Sicuramente l’ambiente diventerebbe subito più tranquillo, ci sarebbe più polizia, e poi si immagina che bella provocazione? Lei che si sveglia la mattina a Scampia e va a prendersi la sua tazzulella di caffè di fronte al super carcere? Cambierebbe qualcosa? Buona domanda, sicuramente no, ma vuole mettere il divertimento e finalmente un Presidente che fa il suo lavoro di Presidente e che darebbe una scossa micidiale a tutti? E durante quel mese nel quartiere sa cosa altro si può fare, andare a visitare le fabbriche dove i suoi cittadini italiani sono sfruttati per bene. Si immagini, Lei che entra in una fabbrica di cassettini di legno e trascorre una giornata con rumeni, polacchi, italiani sfigati per 5 euri al giorno. Certo non esiste solo Napoli e la camorra, come non esiste solo la Sicilia e la mafia, ma credo che questi sono due problemi urgenti, non crede? Non lo devo dire a Lei, è napoletano, se non erro. Dopodiché Presidente potrebbe tornare a Roma, o andare in qualsiasi grande città e lavorare un poco nei call center. Non so se la prenderebbero, la sua età, questi benedetti 82 anni sono proprio tanti, ma almeno può immedesimarsi nei 400 euri a contratto a progetto che danno alla gioventù di questa nazione. La vedo con le cuffie in testa a rispondere di questioni delicate, perché informazioni importanti si danno ai call center, e intrattenere chi chiama perché più parla più si guadagna. Sarebbero sette anni di fuoco, indimenticabili per Lei e per noi. Tanto di cosa dovrebbe aver paura, gli anni sono quelli e sono tanti, qualche sfizio se lo può togliere. Mica la possono licenziare. E quando il fiatone aumenta, altra grande azione di disturbo: prenda un mezzo pubblico e se ne va in qualche ambulatorio sporco che ben rappresenta il paese che Lei rappresenta. Si attende qualche ora, è vero, ma almeno lì può trovare gente con problemi reali. Immagini per un momento, Lei presidente dal passato comunista che rinuncia ai privilegi, che si ricorda di essere stato giovane un tempo e di aver detto cose giuste e non noiose. Che per un attimo ha un moto di orgoglio, Lei e non la nazione, e se ne esca dalla naftalina in cui l’hanno messa e stravolga le regole del gioco. Già la vedo a chiedere il suo stipendio, con accanimento, al padrone che non vuole pagarla a fine mese, già la vedo combattere contro la non assunzione, inorridire alla lettura di un contratto a progetto, già la vedo timoroso in mezzo alla strada che qualcuno le possa scippare l’orologio o rubarle il portafoglio. Ma ci pensi Lei gioca con un vantaggio enorme. Lei è il Presidente e in questa qualità non potrebbe dire agli sfaticati politicanti che starnazzano in TV di stare un poco in silenzio e di non proferire ignoranza e retorica a spron battuto? E ci liberi dal tutto e il contrario di tutto, alzi la sua voce, di grande vecchio, e ci liberi dal giogo dei poteri forti. Non può certo chiederlo a me di battermi contro i cattivi e i forti. Io non ho nessuna scorta. Invece Lei sì. Ormai il tempo passa inesorabile, non sarebbe il momento di fare qualcosa che un giorno possa cambiare le parole, già le sento, del: onesta ed integra carriera politica al servizio della Nazione. Parole che vogliono dire tutto e niente e che non avranno nessuna reale commozione per una sua ipotetica e mi auguro lontana nel tempo dipartita. Lei può fare tanto e se segue qualche mio consiglio, veramente allora ho scritto la lettera ad un potente. Allo stato dei fatti Lei è una controfigura di uno Stato triste ed io lo specchio dei giorni che vivo. Sig. Napolitano diventi Presidente per davvero, lasci stare questa ingessatura che si porta dietro come un catafalco. Altrimenti non dovrò più cederle quando invita ad inorridirsi per il male che accade, dispiaciuto per l’emigrante che muore in mare e per il ragazzo accoltellato in mezzo alla strada. La voglio bene, e sono sicuro che se mi invita a cena potrei ascoltare tante storie interessanti. Ma non da Lei, venga da me, senza scorta che altrimenti la spesa è esagerata, e ci facciamo due passi insieme. Immagini per un momento, Lei sig. Presidente che scuote come un lenzuolo questa nostra nazione e gli da una bella rinfrescata. Non ci deluda, mi raccomando, si può dire di tutto degli anziani, ma non che non abbiano follia, saggezza e soprattutto la vista lunga. Inneschi la follia Presidente, sono sicuro che in milioni la seguiranno.









Diceva bene il Presidente dell’uno che diventa due, ma non per questo il 51 diventa 52.









Cordialmente









sabato 17 marzo 2012

Giovanni Salamone vende!!!!

                                                       SOLO 100 MILA EURO

Mortara, Pavia. Buongiorno, vendiamo terreno edificabile, zona C, di 3004 metri quadrati, Cinque minuti dal centro citta'.


Per contatti telefonici: Giovanni Salamone 0048518968880 Polonia e Grazia Salamone 0321726559 Cerano (NO) Italia.
Oppure collegarsi tramite email: giovanni.salamone@gmail.com

Rimaniamo in attesa di un Vs riscontro.


Inoltre si vende terreno adiacente di 10.000 metri quadrati per parcheggio od altro con prezzo da
concordare.

lunedì 12 marzo 2012

E' solo un consiglio!!!!!

Non me lo sarei mai immaginato che per ben tre volte mi sarei rivolto direttamente a voi, senatori e deputati eletti nella circoscrizione “estero”.


La prima volta fu per dirvi che i grandi partiti vi avevano fagocitato nel vero senso della parola e voi, da numero “uno” nelle vostre nazioni di residenza abituale, siete passati a ricoprire le ultime posizioni in seno ad un partito dove conoscevate ben poche persone e dove siete stati obbligati ad assoggettarvi alle leggi del più forte; eravate “onorevole deputato” o “ signor senatore” nella nazione o circoscrizione che vi aveva eletto, però avrete constatato che, tutte le volte che arrivavate in Italia, siete stati trattati come un “ illustre sconosciuto”.

La seconda lettera ve l'ho inviata agli inizi di gennaio 2010, in occasione dei tafferugli che per due giorni sono scoppiati a Rosarno (Calabria) a motivo delle dimostrazioni dei raccoglitori di pomodori, sulle quali voi, con esperienza di emigranti, avete fatto silenzio e non vi siete aperti uno spazio come mediatori tra un' Italia che non accetta gli immigranti e voi che siete o siete stati emigranti.

Questa terza “lettera” ve la spedisco in questo frangente storico, con un’Italia guidata da un governo “tecnico”, mentre sembra che si voglia mettere finalmente la sordina alle vecchie ideologie dei vari partiti. Si è dato vita così ad un movimento che richiede non più idee astratte, ma persone concrete che diano un assetto all'Italia e forse anche all'Europa.

Cari amici, deputati e senatori eletti all'estero, siamo di nuovo al capolinea di un impresa che dovrà senz'altro approdare su una terraferma più sicura di quella che si è lasciato. Sono andate a farsi benedire tutte le vostre aspirazioni di destra e di sinistra e non si parla più di prima, seconda o terza repubblica. Bisogna salvare l'Italia e salvarsi. Questo l’imperativo.

Non vi sembra che questa nuova modalità di governo vi offra l'occasione per rivedere il vostro ruolo nel parlamento? Se i partiti ai quali vi siete associati oggi non sanno che fare di voi, perché non rivedete la vostra posizione di “deputati e senatori eletti all’estero” per inserire la vostra esperienza nella soluzione dell'immigrazione in Italia? Voi siete gli “esperti”, i “conoscitori” della realtà migratoria per averla sperimentata sulla propria carne.

Fate cerchio tra i 18 esponenti ed offrite una soluzione agli opposti punti di vista, che vengono esibiti dagli “ormai vecchi partiti”.

Fatevi portavoce di un nuovo concetto e di un diversa visione dell’immigrato. Voi siete i “tecnici delle migrazioni” nel momento in cui in Italia si contano più di cinque milioni di persone venute da fuori. Non potete dimenticare che vi siete sempre battuti per una uguaglianza di diritti con gli altri lavoratori presenti nella nazione che avete scelto o nella quale vi siete trovati ad operare. Ricordate che” il lavoratore migrante è prima di tutto una persona, e poi un mezzo di produzione”, come ci ricorda Stelio Fongaro ne “L’emigrato” (N° 5, Piacenza – 2011).

Ricordate che i diritti agli immigrati devono essere riconosciuti e poi mantenuti e garantiti. Se questi concetti non fossero sufficienti a spingervi a dare una mano a questo “Governo Monti”, vi possono essere di aiuto le indicazioni delle Nazioni Unite: “Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie” (1990), sottoscritta al giorno d'oggi da più di 40 nazioni.

Non lasciate passare questo momento storico senza intervenire come gruppo di esperti in materia di immigrazione! Se l'Italia risolve questa problematica, state certi che vi appunterete una medaglia anche nel contesto europeo.

Infine, se non vi sentite ben ferrati in questo settore, andate a rispolverare il disegno di legge che nel 1980 presentava il senatore Vincenzo Bombardieri, pure lui emigrato per 4 anni in Belgio: “Disciplina dell'occupazione in Italia di lavoratori subordinati stranieri extracomunitari” .

Non continuate a fare promesse ai vostri elettori; stringete le fila tra voi “esperti in migrazioni” ed offrite una mano a chi ne ha una sola. Voi come emigranti ne avevate una sola, un tempo; oggi gli immigranti che scelgono l'Italia come soluzione di sussistenza, dispongono anche loro di una sola mano.

Se voi date loro una mano, l'Italia, gli immigranti, e anche noi emigrati italiani nelle varie parti del mondo, vi saremo riconoscenti.

lunedì 5 marzo 2012

Divorzio breve

La Commissione giustizia della Camera dei Deputati ha approvato il 23 febbraio 2012 il testo della proposta di legge in materia di scioglimento del matrimonio e della comunione tra i coniugi.




Il provvedimento prevede una sensibile riduzione dei tempi di durata della separazione necessaria per ottenere il divorzio, che scende da tre anni ad un solo anno (due anni nel caso di presenza di figli minorenni).








venerdì 2 marzo 2012

Al Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano

Signor Presidente, perché non si dimette? Mi scuserà se sono troppo diretto, ma è inutile girare intorno alle parole. Sono qui che vorrei scriverle delle mie osservazioni, a patto però che poi non mi venga scagliato l’anatema del vilipendio contro il Capo dello Stato.










Non le nascondo che ogni mattina che mi alzo vorrei poter scagliarlo io l’anatema del Vilipendio contro la Mia Persona ai danni della Repubblica Italiana, ma sa sono sicuro che non avrebbe molto effetto, diretta pratica quotidiana di comprendere che il potere è unidirezionale, in Italia soprattutto.









Certo, pensandoci bene, e dovendo scrivere una lettera ad un potente, non verrebbe mai da pensare di scrivere al Presidente della Repubblica Italiana. Certo io vorrei che Lei fosse potente, ma per davvero, e che mettesse a tacere il continuo bla bla di quelli che la circondano nella politica odierna.









Non è una questione personale sig. Giorgio Napolitano, e mi auguro che non me ne vorrà, ma perché non si gode la pensione a 82 anni? Sono veramente tanti e gliene ne auguro ancora di più, anche se la biologia è un fatto e non un desiderio.









La mattina quando mi sveglio in questa Italia stanca, contrita, furba, arrabbiata, delusa e in perenne debito da carte di credito, osservo il primo inter pares degli italiani e vedo lei. Avrei voglia di tornarmene a letto. Non ce la vedo nella metropolitana di una città come Roma, a 82 anni cadrebbe a terra alla prima frenata. Certo, si potrebbe sedere, ma nessuno lascia il posto a nessun altro. Anzi quando qualcuno cede il posto ad un anziano, ad uno zoppo, ad una donna incinta, questo qualcuno riceve un’occhiata che sa di beatificazione, mentre dovrebbe essere normale civiltà. Banale, ma vero.









Se mi soffermo un attimo a pensare alla presidenza della Repubblica, senza offesa naturalmente, non vedo altro che un pensionato di lusso, anzi di gran lusso. Ultimamente, devo ammettere, ha avuto anche il coraggio civile di pubblicare le cifre della gestione del Quirinale: 235 milioni di euri, pari a 454.960.000.000 vecchie lire. Per un paio di migliaia di persone? Ma non le sembra troppo? Se non mi ricordo male, Lei era anche comunista, non si agita sulla sedia a leggere queste cifre? E si paga anche 5 euri per poter visitare il Palazzo del Quirinale. Ma dai, non ne avete proprio abbastanza? Lo sa caro Presidente che in Ungheria, per esempio, tutte le sedi istituzionali sono visitate gratis dagli ungheresi, mentre pagano solo i turisti? E sa perché? Perché i cittadini devono avvicinarsi alle istituzioni. Ed io devo pagare 5 euri per vedere il Quirinale?









E parlando sempre dei costi, non la innervosisce sapere che chi pulisce il cesso al Quirinale ha fin troppi privilegi in confronto a chi pulisce i cessi di una semplice metropolitana?









Lo so, sarà una fissa la mia Presidente, quella della metropolitana, ma se la usasse ogni giorno capirebbe che l’incidente in cui è morta una pendolare a Piazza Vittoria, a Roma è stato solo un semplice e puro miracolo. Se ci prestasse una parte di quei 235 milioni di euri, forse qualcosa si potrebbe fare.









Dicevamo del pensionato di lusso: certo non come nonno Giovanni che tira a campare con 500 euri. Si è vero, pensandoci bene, non ci sarebbe granché da scrivere ad un potente del suo calibro, perché, tutto è, meno che potente. Ma anziano sì, e allora non è giunto il tempo di farsi da parte?









In un paese gerontocratico, ci mancava solo Lei. 82 anni, a ripeterli non ci si crede. Ma a cosa servirà mai? Quando è salito sul Colle, espressione che sembra rubare il dolore alla cristianità, mi sono sovvenute due domande: come è un trasloco di gran lusso da un quartiere bene di Roma ad un altro. E l’altra riguarda la sua storia personale. Ma andiamo con ordine. Beato Lei che ha traslocato, con il caro affitto che c’è a Roma, avere due belle case non è da poco, e tutto questo non lavorando come privato, ma per lo Stato. Non male. Immagino, retoricamente, i giovani che pagano 500 eurinaturalmont con contratto a progetto, sa quella splendida invenzione (di sinistra ahimè, Gaber Gaber dove sei ormai?) che permette agli imprenditori di non pagare tasse, tredicesima, quattordicesima, malattia ma guadagnano lo stesso anzi di più? di affitto e ne guadagnano poco più di 800/900,









Chissà se conosce minimamente il costo degli affitti a Roma, forse sì, ma quando si guadagna quello che si guadagna con la paga di un deputato o senatore chi se ne frega dei conti. Eppure molti di voi non sono neanche laureati e mai hanno lavorato, eppure pretendono di comprendere un paese che lavora. Lei indubbiamente è una persona di cultura, ma non si trova a disagio con gente che non sa nulla, ma proprio nulla, come se avessero marinato la scuola già dall’asilo? Immagino proprio di sì.









La sua storia personale: finalmente un comunista che sale al Quirinale. Embè? Siamo proprio così americani non le sembra, basta pronunciare il sostantivo comunista che tutto sembra fosco, forse solo ridicolo. Non ho visto nessun evento straordinario nella sua elezione, solo un uomo anziano. La sua storia personale l’ha portata subito in Ungheria, a Budapest a deporre fiori ai caduti della rivoluzione del 1956. Lavarsi subito l’onta di non aver compreso il grido disperato di libertà di un popolo. Già, loro gli ungheresi (ritornano più volte come vede) avevano i comunisti, noi gli americani, con il Cermis, Ustica, Gladio e altre sciocchezze di mezzo. Ha deposto fiori che forse se deponeva sulla tomba di questa nazione avrebbero avuto maggior senso e bellezza. Della sua storia personale mi rimarrà impresso il suo essere stato il primo Ministro degli Interni non democristiano. Mi ricordo il periodo, così denso di speranza: Prodi parlava e si capiva anche. Invece Bossi parlava ma non si capiva. Berlusconi non era poi questa grande ed inamovibile pietra contro la democrazia italiana. Avevamo vinto, per la prima volta e finalmente mettevamo piede ( e si sperava mani) negli armadi dei misteri italiani.









Per la verità ci ha messo piede Lei, e si è visto: non è accaduto nulla. Nessuna verità per la strage di Bologna, nessun disvelamento di grandi intrecci mafia politica. Niente di niente. La Democrazia Cristiana continuava a dominare il Ministero dei misteri italici. Eppure all’epoca non era così anziano Presidente, aveva solo, mi faccia fare i conti, ecco, sì 73 anni. Già, nulla successe e tutte le speranze di chiarezza andarono perse nel giro di poco. Forse anche Lei si è ritrovato con le mani legate da intrecci così scandalosi da non poterne parlare, patti sì scellerati che non si potevano toccare, pena il tracollo della nostra miseranda nazione. Eppure credevo che dopotutto questo si sarebbe goduto la meritata pensione. O lo stipendio, qualsiasi cosa, ma sicuramente avrà famiglia, nipoti e pronipoti. Ed invece eccola Presidente, a rappresentare l’Italia con tutti i suoi anni e la sua storia personale, come se un onesto lavoratore cassintegrato della Cirio non abbia una storia personale e dignitosa, per non parlare del famigerato metalmeccanico di sempre. Ed io mi sono sentito uno dei suoi nipoti, certo senza il privilegio di dire chi è mio zio. Qualche volta seguo i suoi discorsi, buoni solo per l’ANSA, ultimamente poi sono tanti devo dire che è sempre presente. Ma dica al suo ufficio stampa che è inutile che far pubblicare due pagine di suoi interventi, la gente, sempre in metropolitana, gira le pagine a piè sospinto. Tanto si sa che saranno parole di circostanza e mai taglienti, e distraggono poco l’attenzione.









Belle ed inutili parole.









Per ironia della sorte c’è chi segue i suoi discorsi: sono gli italiani all’estero, cioè gli emigranti. Ho visto le facce di profonda delusione, quando hanno ascoltato il suo discorso, letto le sue parole il giorno dopo che li menzionava, appena appena nella chiusura del gran discorso di fine anno. Io stavo con loro, dall’altra parte del mondo. Volevano che si ricordasse di loro, lo volevano per non sentirsi orfani e invece niente.









Così si è alienato anche un possibile e benevolo pubblico che la voleva ascoltare veramente. Scherzi dell’età, non si preoccupi. Come non si deve preoccupare del fatto che di tutte le foto dei mondiali del 2006 non ce ne sia una memorabile e storica che la ritrae e la consegna alla storia, almeno quella del pallone. Mi permetta di fare un paragone con il presidente partigiano, celebrato anche in una canzone (quando si dice lasciare il segno per davvero), di Lei non c’è neanche una foto decente. I mondiali del 1982 non sono nulla se non ci fanno vedere la faccia del grande vecchio Pertini che si dimena come un ultrà per i gol. Ancora meglio la faccia da partigiano mentre gioca a carte con i nostri eroi sull’aereo del ritorno dalla Spagna.









Me lo può confessare Presidente, quella sera avrebbe preferito starsene a casa tranquillo. Con la sua età, tutto quello schiamazzo, quel rumore, quell’ufficialità. Confesso, non amo il pallone neanche io, ma la nazionale, beh, che ci vuole fare italiano sono alla fin fine.









Poteva regalare il suo biglietto a qualcuno, vero non aveva biglietto, Lei entra pagato dovunque. O si ricorda di quando ha invocato giustizia per Giovanna Curcio? Immagino di farle questa domanda a bruciapelo, e la vedo che si china verso un suo assistente a chiedere informazioni. Ma come, la ragazzina bruciata viva a 15 anni perché lavorava, in nero, in una fabbrica di materassi vicino Salerno? Se lo ricorda? Neanche alla sua età è permesso dimenticare questo. Il suo discorso chiedeva (vibrava mi sembra un termine a appropriato) giustizia. Le ripeto quello che scrissi in quei giorni: perché non è andato al funerale di quella ragazza, perché non ha portato a spalla la sua bara? Perché signor Presidente? Poteva farsi aiutare dai suoi assistenti, ma Lei ha 82 anni e la bara di una ragazza di soli 15 anni pesa troppo, di tristezza e della nostra infamia. A cosa serve un Presidente che non porta a spalla i giovani della nazione che rappresenta, morti perché sfruttati, vilipesi, ed infine dimenticati? Perché non va lì giù a piantare un casino infinito finché i colpevoli siano punti: non messi al rogo o su una sedia elettrica, ma qualcuno deve pagare per la morte di un innocente, o no?









Eppure Lei è di Napoli, la città che ha avuto sì tanto orgoglio nel saperla eletta, e il giorno dopo ha continuato a sparare tranquillamente, ma non solo per camorra, termine abusato, ma anche per inedia, per ferocia gratuita, coltellate per un’occhiata di troppo. Salerno non dista troppo da Napoli. Qui giungiamo al punto signor Presidente, non tutto è perduto. A 82 anni qualcosa si può fare ancora. Cominciamo da Napoli. Non mi dica solo che è rammaricato, che vuole uno scatto di reni da parte dei cittadini e delle autorità. Non si rende conto che sono tutte chiacchiere.









Prenda Lei l’iniziativa, vada a Scampia e si affitti una casa, non costano tanto, e si sistema lì per qualche mese. Sicuramente l’ambiente diventerebbe subito più tranquillo, ci sarebbe più polizia, e poi si immagina che bella provocazione? Lei che si sveglia la mattina a Scampia e va a prendersi la sua tazzulella di caffè di fronte al super carcere? Cambierebbe qualcosa? Buona domanda, sicuramente no, ma vuole mettere il divertimento e finalmente un Presidente che fa il suo lavoro di Presidente e che darebbe una scossa micidiale a tutti? E durante quel mese nel quartiere sa cosa altro si può fare, andare a visitare le fabbriche dove i suoi cittadini italiani sono sfruttati per bene. Si immagini, Lei che entra in una fabbrica di cassettini di legno e trascorre una giornata con rumeni, polacchi, italiani sfigati per 5 euri al giorno. Certo non esiste solo Napoli e la camorra, come non esiste solo la Sicilia e la mafia, ma credo che questi sono due problemi urgenti, non crede? Non lo devo dire a Lei, è napoletano, se non erro. Dopodiché Presidente potrebbe tornare a Roma, o andare in qualsiasi grande città e lavorare un poco nei call center. Non so se la prenderebbero, la sua età, questi benedetti 82 anni sono proprio tanti, ma almeno può immedesimarsi nei 400 euri a contratto a progetto che danno alla gioventù di questa nazione. La vedo con le cuffie in testa a rispondere di questioni delicate, perché informazioni importanti si danno ai call center, e intrattenere chi chiama perché più parla più si guadagna. Sarebbero sette anni di fuoco, indimenticabili per Lei e per noi. Tanto di cosa dovrebbe aver paura, gli anni sono quelli e sono tanti, qualche sfizio se lo può togliere. Mica la possono licenziare. E quando il fiatone aumenta, altra grande azione di disturbo: prenda un mezzo pubblico e se ne va in qualche ambulatorio sporco che ben rappresenta il paese che Lei rappresenta. Si attende qualche ora, è vero, ma almeno lì può trovare gente con problemi reali. Immagini per un momento, Lei presidente dal passato comunista che rinuncia ai privilegi, che si ricorda di essere stato giovane un tempo e di aver detto cose giuste e non noiose. Che per un attimo ha un moto di orgoglio, Lei e non la nazione, e se ne esca dalla naftalina in cui l’hanno messa e stravolga le regole del gioco. Già la vedo a chiedere il suo stipendio, con accanimento, al padrone che non vuole pagarla a fine mese, già la vedo combattere contro la non assunzione, inorridire alla lettura di un contratto a progetto, già la vedo timoroso in mezzo alla strada che qualcuno le possa scippare l’orologio o rubarle il portafoglio. Ma ci pensi Lei gioca con un vantaggio enorme. Lei è il Presidente e in questa qualità non potrebbe dire agli sfaticati politicanti che starnazzano in TV di stare un poco in silenzio e di non proferire ignoranza e retorica a spron battuto? E ci liberi dal tutto e il contrario di tutto, alzi la sua voce, di grande vecchio, e ci liberi dal giogo dei poteri forti. Non può certo chiederlo a me di battermi contro i cattivi e i forti. Io non ho nessuna scorta. Invece Lei sì. Ormai il tempo passa inesorabile, non sarebbe il momento di fare qualcosa che un giorno possa cambiare le parole, già le sento, del: onesta ed integra carriera politica al servizio della Nazione. Parole che vogliono dire tutto e niente e che non avranno nessuna reale commozione per una sua ipotetica e mi auguro lontana nel tempo dipartita. Lei può fare tanto e se segue qualche mio consiglio, veramente allora ho scritto la lettera ad un potente. Allo stato dei fatti Lei è una controfigura di uno Stato triste ed io lo specchio dei giorni che vivo. Sig. Napolitano diventi Presidente per davvero, lasci stare questa ingessatura che si porta dietro come un catafalco. Altrimenti non dovrò più cederle quando invita ad inorridirsi per il male che accade, dispiaciuto per l’emigrante che muore in mare e per il ragazzo accoltellato in mezzo alla strada. La voglio bene, e sono sicuro che se mi invita a cena potrei ascoltare tante storie interessanti. Ma non da Lei, venga da me, senza scorta che altrimenti la spesa è esagerata, e ci facciamo due passi insieme. Immagini per un momento, Lei sig. Presidente che scuote come un lenzuolo questa nostra nazione e gli da una bella rinfrescata. Non ci deluda, mi raccomando, si può dire di tutto degli anziani, ma non che non abbiano follia, saggezza e soprattutto la vista lunga. Inneschi la follia Presidente, sono sicuro che in milioni la seguiranno.









Diceva bene il Presidente dell’uno che diventa due, ma non per questo il 51 diventa 52.









Cordialmente









De Pasquale, esempio tipico della Magistratura Italiana

"Siamo cani in un canile" scriveva Gabriele Cagliari nella struggente lettera lasciata ai propri cari prima di suicidarsi, il 20 Luglio del '93, in una giornata estiva che lui trascorreva in carcere, dove era "detenuto in attesa di giudizio" da quattro mesi, mentre il suo "aguzzino" De Pasquale, pubblico ministero spergiuro (gli aveva promesso la libertà il giorno prima) partiva per le ferie, come un qualsiasi impiegato dello Stato, ma con in più il privilegio di decidere il destino degli uomini.










La gente ha dimenticato, dimentica in fretta: è anche questo un dono divino che consente di rivivere più volte i sogni e le illusioni, e inconsapevolmente gli stessi errori.







Percio' non dobbiamo stupirci se nel processo Mills, anche per quella parte del popolo non necessariamente malata di antiberlusconismo, Fabio De Pasquale non e' considerato un giustiziere invasato senza rimorsi, ma un magistrato rimasto al suo posto dopo la buriana di "Mani pulite", a continuare la lotta alle presunte malversazioni. Le giornate del ricordo o della memoria hanno bisogno di numeri grandi e di tragedie collettive per suscitare compassione. Chi puo' piangere per il suicidio di un uomo in qualche modo legato a vicende lontane e poco chiare, in un mondo che sembra abitato solo da indignati, arrabbiati, moralisti e predicatori, in perenne ricerca di vittime esemplari da perseguitare?







Se poi c'è il valore aggiunto di colpire il personaggio pubblico più ricco, più chiacchierato, più invidiato, lo sceriffo che si nasconde sotto la toga per dieci anni si dedica al processo che lo stuzzica nella vanità e nell'orgoglio; i testimoni intimoriti si cucinano da soli, nel loro stesso brodo, e confonderli e indirizzarli diventa col tempo più facile.







Parte del popolo gli è amica: non vede l'ora di vedere alla gogna il gaudente, colpevole di ricchezza spropositata e di ambizioni illegittime agli occhi dei mediocri. Eppure, nonostante il favore del pubblico, il finale della commedia non e' quello già scritto: questa volta, con De Pasquale, al di là della valenza pseudopolitica che si vorrà dare alla sentenza, per noi ha vinto la vita, quel bene supremo che lui ha calpestato senza pietà e senza pagarne il conto. Ci sarà qualcuno a ricordarglielo?







IL PARTITO DEI MAGISTRATI

Il fine giustifica i mezzi: così se ne uscì nel 1993 Francesco Saverio Borrelli, capo del pool di Milano, per respingere l’accusa di usare il carcere come strumento di pressione su chiunque si rifiutasse di collaborare, pratica sistematica che ebbe tragiche conseguenze. In una democrazia normale sarebbe successo un putiferio: i cliché del cinismo rivoluzionario stanno bene in bocca a un magistrato che non deve avere altri fini né altri mezzi che l’applicazione scrupolosa della legge. In Italia invece si preferì mettere in mora lo stato di diritto, inseguire quel fasullo miraggio morale passato alla storia come Mani pulite e dare vita a una lunga, disonorevole stagione che ha visto procure e aule di tribunale trasformarsi in luogo di linciaggio ed epurazione politica.




Come è potuto accadere che una funzione dello stato si sia fatta partito, sia diventata così potente da distruggerne altri, da scavalcare più volte il Parlamento, da rovesciare governi, è il tema del pamphlet di Mauro Mellini, avvocato e radicale di lunghissimo corso, una vita passata a difendere le garanzie dell’imputato. A suo dire, la deriva viene da lontano. Nel Dopoguerra, i maggiori partiti hanno altre priorità che garantire il diritto del cittadino alla giustizia giusta, anzi. In un mondo diviso in due, alla Dc non dispiace affatto tenere in piedi parte della cultura giuridica e dell’impalcatura autoritaria del fascismo. Quanto al Pci, la dottrina, non solo Marx ed Engels ma anche Gramsci, lo porta ad avere poca considerazione per le libertà formali che chiama addirittura “borghesi” in segno esplicito di disprezzo, e subordina alla liberazione dallo sfruttamento e dal bisogno che solo il socialismo può realizzare. Il Psi frontista va a rimorchio.



La Costituzione nasce così sulla base di un compromesso che poco ha di liberale, che non pone la questione della responsabilità dei magistrati e si accontenta di farne discendere la legittimità dall’aver superato un concorso statale. Nel 1987 i radicali e i socialisti di Craxi promuovono un referendum per abrogare leggi che limitano pesantemente i casi in cui un magistrato può essere chiamato a rispondere civilmente dei propri errori. La pubblica opinione è ancora sotto choc per quanto accaduto ad Enzo Tortora. Il popolare conduttore televisivo, finito in carcere per l’incuria, la malafede e la smania di protagonismo di due procuratori di Napoli, è il cavaliere bianco della campagna. Oltre l’ottanta per cento degli elettori vota sì: a gran voce grida che chi sbaglia va punito, anche se è un procuratore o un giudice. Secondo Mellini il referendum viene vissuto dai magistrati come una ferita, un’umiliazione bruciante.



Comincia una guerra asimmetrica: la politica non vuole combattere per davvero, le toghe sono sempre più compatte e determinate. Attraverso Luciano Violante, magistrato eletto nelle file del Pci-Pds, mettono un’ipoteca pesante sul maggiore partito della sinistra che non si libererà mai più dalla sudditanza alla subcultura giustizialista. Lo strapotere delle correnti sindacali, la selezione mirata dei membri togati del Csm rendono l’autogoverno antidemocratico, il suo funzionamento blindato. Il magistrato che prende cantonate continua a non essere punito. Mentre viene attaccato, trascinato nel fango e linciato un Corrado Carnevale, primo presidente della Cassazione, fra i più brillanti giuristi italiani, per aver osato cassare per vizio di forma sentenze di processi di mafia. Il partito dei magistrati è più che mai influente. Ha il sostegno di grandi gruppi editoriali, di giornalisti e conduttori televisivi che con le veline delle procure hanno fatto carriera. E si mette di traverso a qualsiasi riforma della giustizia e delle istituzioni in senso liberale.



domenica 26 febbraio 2012

De Pasquale, esempio tipico della Magistratura Italiana

"Siamo cani in un canile" scriveva Gabriele Cagliari nella struggente lettera lasciata ai propri cari prima di suicidarsi, il 20 Luglio del '93, in una giornata estiva che lui trascorreva in carcere, dove era "detenuto in attesa di giudizio" da quattro mesi, mentre il suo "aguzzino" De Pasquale, pubblico ministero spergiuro (gli aveva promesso la libertà il giorno prima) partiva per le ferie, come un qualsiasi impiegato dello Stato, ma con in più il privilegio di decidere il destino degli uomini.




La gente ha dimenticato, dimentica in fretta: è anche questo un dono divino che consente di rivivere più volte i sogni e le illusioni, e inconsapevolmente gli stessi errori.



Percio' non dobbiamo stupirci se nel processo Mills, anche per quella parte del popolo non necessariamente malata di antiberlusconismo, Fabio De Pasquale non e' considerato un giustiziere invasato senza rimorsi, ma un magistrato rimasto al suo posto dopo la buriana di "Mani pulite", a continuare la lotta alle presunte malversazioni. Le giornate del ricordo o della memoria hanno bisogno di numeri grandi e di tragedie collettive per suscitare compassione. Chi puo' piangere per il suicidio di un uomo in qualche modo legato a vicende lontane e poco chiare, in un mondo che sembra abitato solo da indignati, arrabbiati, moralisti e predicatori, in perenne ricerca di vittime esemplari da perseguitare?



Se poi c'è il valore aggiunto di colpire il personaggio pubblico più ricco, più chiacchierato, più invidiato, lo sceriffo che si nasconde sotto la toga per dieci anni si dedica al processo che lo stuzzica nella vanità e nell'orgoglio; i testimoni intimoriti si cucinano da soli, nel loro stesso brodo, e confonderli e indirizzarli diventa col tempo più facile.



Parte del popolo gli è amica: non vede l'ora di vedere alla gogna il gaudente, colpevole di ricchezza spropositata e di ambizioni illegittime agli occhi dei mediocri. Eppure, nonostante il favore del pubblico, il finale della commedia non e' quello già scritto: questa volta, con De Pasquale, al di là della valenza pseudopolitica che si vorrà dare alla sentenza, per noi ha vinto la vita, quel bene supremo che lui ha calpestato senza pietà e senza pagarne il conto. Ci sarà qualcuno a ricordarglielo?



sabato 25 febbraio 2012

I LECCACULO

I LECCACULO!!!!

Oggi la nostra amata Italia è un Organismo sempre più contaminato da 5 morbi, INVIDIA - IPOCRISIA - FALSITA' - OMERTA' – IGNORANZA, che uniti, alterano l’equilibrio di 65 milioni di cellule, noi italiani. Le cellule malate da questi 5 morbi aggrediscono l’organismo distruggendo le cellule sane. Quelle più deboli muoiono direttamente subito dopo l’aggressione, altre subiscono mutazioni cancerogene e si aggregano alle cellule infette. Le cellule cancerogene agiscono senza un obiettivo comune, e quindi, distruggendo le cellule sane fino alla morte dell’ Organismo, inconsapevolmente si autocondannano a morte. La cellula più soggetta a rischio contagio da parte di questi 5 morbi è oggi più che mai il “LECCACULO”, cioè la categoria più misera e miserevole dell’umanità. Disprezzo, odio e combatterò sempre con grande forza e orgoglio tutti i “ LECCACULO ” che dimostrano di esserlo nel lavoro, nelle amicizie, su internet, in famiglia, ovunque. Gente senza morale, senza orgoglio, senza alcuna dignita', senza personalità, gentaglia frustrata e incoerente, senza un minimo di autostima, i veri parassiti della societa'. I leccaculo sono i peggiori perché incorporano e esprimono tutti questi 5 mali contagiosi nascondendoli subdolamente SOTTO LA MASCHERA che indossano negando spesso di esserne affetti, apparentemente sorridenti e servizievoli solo per fini puramente materiali e egoistici. Pronti a dire di si a qualsiasi richiesta del proprio capetto spesso incapace, ricco, negligente, presuntuoso, altrettanto frustrato. Pertanto, proprio perchè spesso il capetto è palesemente immeritevole di tale “servizio”, tale “leccaggio” risulta ancora più avido e quindi gravoso per l’intero Organismo. Inoltre, il leccaculo spesso sciorina irriverenti pettegolezzi pure alle spalle del fruitore dei suoi “servigi”. Gentaglia spudoratamente senza ritegno, la cui testa autocerebrolesa oscilla su e giù ogni volta che qualche boss emette qualsiasi azione verbale, testuale o gestuale, e oltretutto fingendo di aver capito o di esser d’accordo, senza usare minimamente il proprio pensiero, come un automa transistorizzato o come un animale delobotomizzato. E’ evidente che è assolutamente impensabile per il leccaculo poter pensare con la propria testa e quindi è impossibile per lui esprimere critiche se non mirate al proprio collega nella dura battaglia di chi “lecca” di più, o mirate al proprio collega invidiato, in quanto essendo più capace non ha bisogno di leccare niente e nessuno per ricevere lodi e benemerenze. Il leccaculo sa criticare solo seguendo le suddette 2 modalità, vere meschinerie per tentare di ottenere favori senza alcun merito ! E infatti alla lunga certi meccanismi si ritorcono sempre sul “leccaculo” dando merito al migliore. La maschera peggiore che solo i leccaculo riescono a indossare è costituita dall’insieme di questi 5 gravissimi mali. Gentaglia che al mattino non riesce a guardarsi allo specchio con orgoglio provando una profonda e nascosta sofferenza, dettata anche dalla consapevolezza di essere meschino, incapace, vile, anche nel modo di relazionarsi con gli altri fuori dal contesto di lavoro se non con gentaglia della loro stessa risma. Cellule impazzite, che poi, arrivando a sera, frustrate e frustranti per la propria famiglia, per il proprio partner, fidanzata, marito o moglie che sia, scaricano sulle persone care il proprio malessere e la sfiducia in se stessi perdendo alla lunga anche quella dei propri cari. Disprezzo la compiacenza, il greggismo leccaculista, l’annullamento consapevole della propria volontà cognitiva e della propria coscienza critica per la paura di subire critiche dall’Alto o dai colleghi perchè tali critiche possono inficiare il percorso nella propria carriera comodamente pretesa senza merito. Spesso il lavoro stesso gli è regalato dai raccomandatari del Potentato locale, cioè i veri mafiosi e malavitosi della nostra cara Nazione. Mi fanno letteralmente schifo, un vero profondo ribrezzo, le persone prive di coerenza, di principi, di valori se non quelli materiali, che si prostituiscono nell’ anima e che violentano la propria coscienza solo per sfruttare il prossimo, per ottenere in modo vile e subdolamente incivile quel che non riescono a ottenere col merito delle loro capacità cognitive e professionali. Per quanto a volte alcune persone sono portate e a volte invitate a “leccare” per l’esigenza del sostentamento dei figli o pagamento del mutuo dell’impresa o della casa , non può comunque esistere alcuna motivazione così importante che giustifichi un simile comportamento proprio perché è sufficiente voler lavorare onestamente, usare il proprio cervello, e migliorarsi nel proprio lavoro con dedizione e profitto, criticando con rispetto ma con convinzione e determinazione per migliorare il modo di lavorare di tutti . Basterebbe quindi la sana vecchia buona volontà e un minimo di capacità, senza dover ricorrere a questo comportamento schifoso, che rende l’essere umano peggiore della bestia, consapevolmente irretito dal facile successo. Successo che tutti noi, leccando qua e là, potremmo ottenere tutti se non avessimo quel sacro senso di dignità umana, razionale e spirituale ,accompagnata al funzionamento della propria testa, binomio che permette all’uomo di elevarsi sopra gli animali e che ha permesso il progresso di cui oggi godiamo tutti. Non so quale tra questi 5 mali sia il peggiore, e il LECCACULO, ripeto, è certamente affetto da tutti. Spesso imprescindibilmente legati tra loro, estremamente contagiosi, divorano, consumano, logorano lentamente e inesorabilmente chi ne soffre. I più temibili sono i portatori sani, coloro che non se ne rendono nemmeno conto, perchè oltre ad esser più contagiosi non hanno mai pensato di curarsi con l'unica medicina disponibile : una lunga terapia di riflessione e umiltà. Il vaccino non è stato ancora scoperto, perchè lo si può cercare e trovare solo dentro ognuno di noi. E quello contro l'INVIDIA e IPOCRISIA non esiste proprio.


Chi è ignorante rendendosene conto, comportandosi di conseguenza nel rispetto dell'altrui pensiero e ascoltando il prossimo, certamente presto guarisce divenendo uomo credibile e affidabile a prescindere delle proprie convinzioni, perchè detentore del binomio vincente rispetto-conoscenza, ma.... come per l'invidioso e per l'ipocrita, non c'è cura per l'ignorante che si crogiola nella sua arrogante brama di prevaricazione. Indossa la sua maschera più comoda e lotta solo per apparire il dotto che non è. Io ringrazio Dio, e tanto, perchè sebbene non sia vaccinato da altri difetti di minor rilievo, e lungi da me pretendere o pensare di avere il diritto di prevaricare qualcuno, non sono stato contaminato da questi 5, a cui, per mia capacità e fortunata natura, risulto immune. E, francamente, ne vado fiero.

venerdì 24 febbraio 2012

ELIMINIAMO IL QUINTO POTERE "LA CASTA DEI GIORNALISTI"

Da quando, nel 2007, spopolò nelle librerie italiane il libro-inchiesta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, due giornalisti de “Il Corriere della Sera” intitolato “La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili” ottenendo un successo notevole, abbiamo assistito all’inflazione dell’uso del termine “casta”. Abbiamo sentito parlato della casta dei politici, della casta dei magistrati, della casta dei privilegiati. A questo punto, si renderebbe necessaria l’analisi di una “casta” mai troppo spesso coinvolta nella prassi critica: la casta dei giornali.




Ebbene sì, uno dei maggiori sintomi di buon funzionamento di uno stato democratico è senz’altro quello di una corretta informazione, gestita nella maniera più libera e indipendente possibile. L’informazione è infatti uno degli strumenti più potenti di controllo del potere politico. Fatte queste dovute premesse, andiamo a vedere come vanno le cose in Italia.



COS’E’ LA CASTA? – Ci sembra doveroso iniziare con il dare una definizione del termine casta, termine ad uso inflazionato come abbiamo avuto modo di dire, ma forse utilizzato anche per scopi estranei ad esso. Il termine “casta” infatti, di induista memoria, indica un gruppo sociale chiuso caratterizzato da specifiche norme di comportamento e dal ruolo predeterminato. A voler considerare anche la definizione estensiva del termine, si potrebbe far coincidere la casta con un gruppo arroccato nella difesa di interessi particolaristici.



Edotti adesso del significato più puro dell’oggetto posto alla nostra attenzione, proviamo a vedere se, in Italia, si possa parlare di casta anche nell’ambito degli organi di informazione.



LA CASTA DEI GIORNALI – Informazione libera e indipendente come presupposti essenziali di ogni democrazia, abbiamo detto più sopra. E se i giornali diventassero la voce dei partiti politici, invece, che cosa accadrebbe?



Scenario che sembrerebbe a dire il vero non così tanto utopistico e lontano, almeno andando ad analizzare il sistema di finanziamento pubblico alla carta stampata.



In pieno clima di manovre disperate e innalzamenti scellerati di IVA e tasse, infatti, passa quasi inosservato il rischio di un taglio pesantissimo nei confronti dell’editoria che, guarda caso, andrebbe a colpire le cooperative no profit con buona pace del principio del pluralismo dell’informazione. Infatti dei 194 milioni stanziati per il 2012 a sostegno dell’editoria, 50 verranno utilizzati per il rateo di un debito della Presidenza del Consiglio con Poste Spa, 40 per coprire il costo della convenzione con la Rai e 20 destinati a coprire altre spese varie. E a pagare chi saranno? Sempre gli stessi, ovviamente, i giornali senza padrini. Si stima infatti la possibile chiusura di 100 testate; il cerchio si sta chiudendo intorno alla casta.



Per capire meglio il sistema di finanziamenti pubblici cui si è appena accennato basta scavare nel passato e precisamente ripescare una legge del 1981 alla luce della quale il legame tra informazione e politica non appare poi molto assurdo. Ad inizio anni 80, infatti, la legge permetteva ai giornali di partito di ricevere aiuti pubblici. Se tutto fosse rimasto come allora, i soldi che lo Stato sborserebbe oggi per sostenere gli organi di stampa si stimerebbero intorno ai 28 milioni di euro all’anno. La legge però cambia in fretta e così, nel 1987, si stabilisce come condizione sufficiente per la ricezione di finanziamenti pubblici, la dichiarazione di due deputati volta ad accertare l’appartenenza del giornale al movimento politico. Poteva finire così? Certo che no in quanto in politica funziona benissimo il principio del “panta rei” e, d’altra parte, bisognava rassicurare l’opinione pubblica sulla possibilità di una stampa estranea a logiche politiche. E così nel 2001 il sistema viene rivoluzionato nuovamente: il trucco dell’organo politico non è più concesso, adesso occorre essere una cooperativa.



Il problema per i partiti politici, in tutto questo cambiamento, qual è stato? Nulla di così radicale, in quanto i giornali già finanziati, sono stati semplicemente trasformati in cooperative. Semplice, no? Un esempio fra tanti potrebbe essere quello di Libero che era organo del Movimento Monarchico Italiano, trasformato poi in cooperativa e successivamente in s.r.l.



Il dubbio iniziale, a questo punto rimane: con questo sistema di finanziamenti pubblici e con il legame nemmeno troppo celato tra giornali e partiti, si può parlare di vera informazione, nel suo significato più autentico?



D’altronde, come si è detto all’inizio, la casta può essere considerata anche un gruppo chiuso alla difesa di determinati interessi. E se due più due da sempre ha fatto quattro…



CONSISTENZA DEI FINANZIAMENTI – La realtà di oggi però, per quanto detto più sopra, appare mutata se non altro per quanto attiene alla consistenza dei finanziamenti. C’è crisi d’altronde, e i soldi pubblici scarseggiano e vanno ben destinati. Allora, chi finanziare?



Innanzitutto c’è da dire che la parte maggiore dei finanziamenti è formata dai cosiddetti finanziamenti indiretti, ovvero rimborsi erogati per le spese elettriche, telefoniche, postali e via dicendo.



Non è facile in ogni caso trovare una legge di riferimento per avere dati oggettivi a riguardo. Il sistema di finanziamenti all’editoria infatti si fonda su una serie di leggi e provvedimenti emanate nel corso degli anni, che ha contribuito a creare un sistema confuso. Il risultato finale, però, appare essere uno solo: si arricchiscono le grandi testate, collegate sempre al potere politico come più su si è detto, mentre i piccoli editori o cooperative no profit non rappresentative di alcun potere politico si affacciano al mondo dell’editoria con molta fatica. Questo perché? Per il semplice fatto che i criteri di distribuzione dei soldi pubblici sembrano essere basati sui costi e sulla tiratura. Più si stampa, più si spende, più si è finanziati. Inoltre, occorrerebbe vendere almeno il 25% della tiratura. E, certo è, più si hanno agganci in alto, più tutto questo appare relativamente semplice da realizzare.



Qualche esempio del sistema appena delineato? La RCS è arrivata a prendere in un anno 23 milioni, la Mondadori 19 per le poste e 10 per la carta, Il Sole 24 ore 19, La Repubblica – Espresso 16, l’Avvenire 10 e via dicendo.



ABOLIZIONE DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI? – Nel mese di luglio appena trascorso è stata proposta una modifica della legge 69 del 3 febbraio 1963, legge che regola il settore, attraverso un decreto che prevedeva l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti, provocando in questo modo uno stravolgimento del sistema di accesso alla professione. Il tema merita un approfondimento alla luce dell’argomento trattato e avendo sempre in considerazione che si parla del sistema presente in Italia ovvero un sistema che come abbiamo avuto modo di vedere non funziona.



La riforma non è stata approvata, e quindi tutto è rimasto tale a prima. Ma, una modifica così profonda, era auspicabile per sconfiggere questo sistema chiuso dell’informazione?



Un Ordine, a qualsivoglia professione si riferisca, ha delle regole precise, che mira a far rispettare a tutti, indipendentemente e al di fuori da qualsiasi potere politico. Una sorta di garanzia sull’atteggiamento del giornalista, per attenerci al nostro tema, e a garanzia di ciò che è “deontologicamente corretto”. Detta così, sembrerebbe che l’abolizione dello stesso avrebbe favorito una vera e propria stampa di regime, slegando i giornalisti affiliati alle testate di partito dall’obbligo del dover rispondere del loro operato all’Ordine stesso. Ma l’Italia è un paese particolare, e l’informazione è sempre stata interessata da conflitti di interesse abbastanza palesi tanto che, lo stesso Ordine dei giornalisti, non appare così lontano da certe logiche politiche. Anzi, troppo spesso i giudizi deontologici sono impregnati di mediazione politica. Forse, quindi, un’abolizione dello stesso avrebbe potuto aprire un varco alla possibilità di un ripensamento di tutto il sistema di informazione in Italia.



LA LEGGE ANTI-BLOG E ANTI-INTERNET – Un totale ripensamento del sistema di informazione in Italia andrebbe rivisto anche alla luce della tendenza a creare veri e propri organi di stampa alternativi sul web. Se infatti la stampa cartacea è troppo spesso soggetta a controllo politico, l’unica vera e propria informazione libera anti-casta è quella che viene dal “basso”. Si moltiplicano blog, siti, ma anche gruppi sui social network atti a diffondere notizie di cui altrimenti non si avrebbe conoscenza, e a dar voce a chi può scrivere senza dover rendere conto al padrone.



Ma, proprio a fronte di questo atto di ribellione volto alla semplice informazione, “il padrone” ha preparato la risposta: il premier Silvio Berlusconi, infatti, ha deciso di inserire all’interno della legge anti-intercettazioni una norma che obbliga chi scriva su un blog o simili alla smentita entro 48 ore di una notizia qualora la parte interessata si sia sentita offesa. Altrimenti, quale sarebbe la conseguenza? Una multa, fino a 12.000 euro. E sembra proprio vero, quindi. In Italia la libera informazione non paga.



L’ECCEZIONE CHE CONFERMA LA REGOLA – E se quindi la Casta è la regola, basata su finanziamenti pubblici che permettono il controllo dell’informazione pubblica, esiste però chi ha rinunciato agli stessi fondi, ergendosi a splendida eccezione. Il Fatto Quotidiano, infatti, giornale fondato nel 2009 e il cui nome è un omaggio all’indimenticato Enzo Biagi, trova finanziamento unicamente dai proventi della pubblicità e delle vendite e, per enfatizzare la cosa, dal numero 7 del gennaio 2010 ha ritoccato il logo della testata aggiungendo la scritta “Non riceve alcun finanziamento pubblico”.



Se le prospettive quindi non ci possono apparire rosee nell’immediato, rimane la speranza di poter assistere alla nascita di altre realtà del genere. Perché un paese senza un’informazione libera, è un paese senza voce.



giovedì 16 febbraio 2012

 
S.M. RE GIORGIO ED I COSTI DEL QUIRINALE

Molti sostengono che il popolo non scelse proprio un bel niente e adducono l'esito delle votazioni a brogli elettorali, ma questa è un'altra lunga storia. Ora come ora poco importa di quel risultato, dato che la reggia c'è e il suo Re pure. Re Giorgio I, infatti, come tutti i suoi predecessori, non è stato eletto dal popolo, bensì dalla corte, quella parla...mentare; la Costituzione ha stabilito il ruolo del “Re civile”, che di simbolico ha ben poco, in modo labile, così da poter diventare oggetto di interpretazioni restrittive o estensive delle sue poco chiare funzioni.
Capirete già che tipo di interpretazione possa aver fatto l'attuale sovrano rispetto alla propria posizione; “il re regna, ma non governa”, però quanto diamine ci costa? Sua Altezza ieri ha fatto trapelare un comunicato per tutto il regno: “ Il Quirinale risparmia e il suo costo tornerà ad essere quello del 2008, cioè 245 milioni di euro l'anno!” Dove sono i tagli? Dov'è il risparmio?
L'unica rinuncia fatta dal troneggiante Napolitano è quella di aumentare ulteriormente le spese di corte, ci mancherebbe altro! La Corona inglese, quella si simbolo e tradizione di un Paese, costa quattro volte di meno della reggia italiana, l'Eliseo con il suo presidente,(i furbi transalpini hanno fuso “Monti e Napolitano” in un unico ruolo), costano tre volte meno; per non parlare dei sobrissimi tedeschi, la cui corte costa dieci volte meno che la nostra.
Secondo Il Giornale un rapporto che risale al 2000, metteva a confronto il Quirinale con alcuni equivalenti europei, con risultati a dir poco vergognosi: “ Il solo gabinetto del Segretario generale era composto da 63 persone. Il servizio tenute giardini da 115, 59 gli artigiani impegnati nella manutenzione dei palazzi: tra di loro 6 restauratrici di arazzi, 30 operai, 6 tappezzieri, 2 orologiai, 3 ebanisti e due doratori.”
La ben più simbolica e monumentale reggia di Buckingham Palace possiede soli 15 operai alle sue dipendenza, e non crolla mica in mille pezzi!
Certo con il senno di poi è sempre facile sentenziare, tuttavia una pur simbolica ma, forse, più sobria monarchia ci avrebbe risparmiato “ lacrime e sangue”

sabato 11 febbraio 2012

DIRITTO GLOBALIZZATO E SCHIZOFRENIA DEL BUON COSTUME


Lo abbiamo scritto, lo abbiamo documentato lo andiamo subendo da anni. Viviamo la dimensione disperante del Diritto Globalizzato, costruita ed imposta a uomini e popoli dai senza volto moderni a fine di Dominio. Il dominio della banca e dei brothers, degli omini in grisaglia che periodicamente si riuniscono per verificare il mal fatto e per mettere a punto nuove strategie. Quelli che stabiliscono le regole che siano le più funzionali al Potere trattando di economia, di geopolitica, di costume, di consumi, di immagine; di privatizzazioni solo in apparenza selvagge. E di Giustizia.

In troppi, quasi tutti, hanno ignorato ieri e continuano a negare oggi ciò che avvenne sul Britannia nel 1992 e che portò all’uscita dalla scena politica italiana ed europea di Craxi grazie all’intervento di una magistratura opportunamente attivata e pilotata (Operazione “mani pulite”); o ciò che con il costruito 11 settembre condusse alla filosofia globale della “National Security Strategy” avendo come obbiettivo l’eliminazione dei Popoli Canaglia.

Pax americana e Diritto internazionale.

Mandato di cattura europeo e manette senza frontiere.

Trattato di Lisbona e reintroduzione della pena di morte.

Eurojust e Tribunale dell’Aja dove, continuando ad utilizzare le “regole” di Norimberga,

si giudicano i nuovi criminali. Su indicazione di Usa/Israel che però si chiamano fuori dai Trattati a loro non ritenuti organici.

Diritto coloniale di fatto che ritiene il Tribunale internazionale come una Corte “la cui giurisdizione non si estende agli americani”. Così come viene imposto il divieto ai Tribunali nazionali di giudicare i reati commessi dai militari Usa (Strage del Cermis e uccisione di Calipari).

Ed è in una tale situazione di Giustizia Globalizzata e di costumi e di comportamenti imposti che s’innesta, in apparente paradosso, la schizofrenia del buoncostume profano. Ormai il dilagare della controriforma laica tende ad occupare tutti gli spazi in cui si dovrebbe vivere la dimensione della Libertà. Non c’è un disegno manifesto e, quindi, non c’è possibilità di tentare una analisi temporale e logica. Nessuna dietrologia è pensabile né esistono termini per tentare di fare del complottismo. Cose, peraltro, che noi disdegniamo in principio e come prassi interpretativa dei fatti. E non può aiutarci Orwell a comprendere ciò che sfugge alla categoria del politico. Né può esserci di lume la pur autentica attività della Casta togata intenta ormai a gestire il potere, quantomeno in Italia, dopo averlo sottratto agli altri camerieri delle banche.

Eppure non possiamo astenerci dalla descrizione dei comportamenti di quanti per protagonismo, per supponenza o per puro nihilismo vanno dettando i tempi anomali di un buoncostume demenziale.

Iniziarono gli Ermellini a condannare per stupro chi aveva attentato alle virtù di una giovane donna protetta dalla rigida corazza dei jeans e da allora via via i signori della Suprema Corte iniziarono a sentenziare su ciò che s'intendeva per bacio, quando questo aveva da intendersi violenza e quindi reato penale, sul palpeggio proibito anche se gradito, sullo stalking per lo più provocato da cercatrici di lucro e sulle tante, innumerevoli cose che attengono al costume di un popolo incanaglito, fatto a destra e a manca di bucomani che annusano e scrutano “dal buco della serratura alla ricerca di afrori che sanno di mutande sporche” (Strage della legalità – Giustizia Giusta, gennaio- febbraio) e perciò, forse, giustamente "regolato" dagli interpreti della norma.

E se non bastassero i togati nostrani intervengono in un delirio integralista i censori della Corte europea dei diritti dell'uomo che impongono la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche accogliendo le perororazioni ed i ricorsi di frammassoni quali Franco Frattini e fornendo lietezza a noti ipocriti amorali quali Gianfranco Fini che è arrivato a sostenere che "la laicità delle istituzioni non può certo significare l'espulsione a forza di simboli universali come il crocifisso". Correttamente in linea con il paradigma delle fondamenta giudaico-cristane della civiltà europea.

Ed ancora. Il presidente del Coni Petrucci ed i suoi portaborse della FIGC si sono inventati come reato federale la bestemmia in campo che va punita con sospensioni e con ammende alimentando un dibattito grottesco e legando il destino di giocatori e di allenatori alle orecchie delle "barbe finte" mimetizzate a bordo campo per leggere il labiale e punire il presunto blasfema.

Noi non abbiamo simpatia per gli interdittori di crocefissi anche se la nostra paganitas viene ancora una volta ad essere discriminata dalla "legge". E non abbiamo - non fosse altro che per rispetto dell'estetica - alcun motivo per difendere i bestemmiatori. Ma non possiamo non denunciare la deriva della legge, trasformata ormai in incalzante giustizia-ingiusta, in un grottesco calderone dove si mescola di tutto senza alcun rispetto per i diritti e per le garanzie dei cittadini offesi ad ogni momento dai comportamenti balordi di giudici e di politici.

E siamo alla chicca finale.”Dire a qualcuno che è un gay è una vera e propria ingiuria, anche se la persona cui è rivolta l’espressione ha realmente tendenze omosessuali”, Parola della Corte di Cassazione ad anticipazione della Legge sull’omofobia. Commenti? Siamo alla razza se non ancora superiore, protetta. Dall’orgoglio gay al riconoscimento in sentenza di una onorevole diversità più diversa di quella dei normali. Pensavamo, stoltamente, che una tal cosa fosse prerogativa soltanto per gli impostori della religione olocaustica i cui negatori sono oggetto di persecuzione e galera. Se io dò del cretino a un cretino dichiarato, del brutto ad un brutto esteticamente riconosciuto, di un ladro di professione a un ladro, della puttana ad una peripatetica di mestiere, di un trans ad un “ posteggiatore” di Via Gradoli in servizio posso farlo. Del busone, del ricchione, del culattone – insomma - del frocio ad un gay che manifesta il suo orgoglio di esserlo è reato.

E non s’invochi la Costituzione e l’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Nella Carta è scritto in una norma infinitamente transitoria, anzi sempre aggiornata da ben note leggi speciali, che io orgogliosamente antagonista perché moderato devo essere considerato un diverso non protetto e, quindi, un discriminato e un reprobo. Un criminale in continua attesa di giudizio.