mercoledì 30 ottobre 2013
IL MIO PENSIERO.
Ancora una volta assistiamo ad un oltraggio scandaloso è la prima volta dalla nascita della nostra costituzione che si procede con voto palese circa la decadenza di un senatore, ma ormai siamo abituati che quando trattasi di Silvio Berlusconi tutti gli abusi sono ammessi.
Mi fa ribrezzo il comportamento di Letta che vuole governare con i voti di Berlusconi, ma da bravo democristiano fa finta di nulla anzi dice che la vicenda sulla decadenza non riguarda la stabilità, gli dimostreremo presto il contrario.
Ciò che ancor più mi disgusta è il comportamento della compagine governativa del PDL che non solo dimostra di non avere alcuna influenza, come già si è verificato sulla legge di stabilità, ma con gli atteggiamenti messi in atto dal 2 ottobre hanno dato alla sinistra la consapevolezza di poter fare tutto ciò che ritiene contando sulla loro complicità.
Noi cittadini ci aspettiamo da questi signori, che senza Berlusconi rappresentano il nulla cosmico, un fortissima presa di posizione a difesa del presidente, se decade Berlusconi il governo deve andare a casa.
mercoledì 11 settembre 2013
ITALIANI RIBELLIAMOCI!!!
A TUTTO IL POPOLO ITALIANO
Il Popolo Italiano non e' Popolo senza anima, come lo sono altri popoli europei, il nostro, e' un Popolo spiritualmente forte e potentemente inquadrato e Io credo fortemente nel Mio Popolo.
Italiani,lasciatemi esprimere la mia ferma convinzione che la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura di noi stessi, delle nostre enormi potenzialita', grazie a Dio le nostre difficoltà
verranno superate perche' quello che conta non è essere ottimisti o pessimisti, ma essere determinati.
Se saro' eletto, saro' l'unico dittatore della storia dell'umanità che sara' stato eletto, con un voto popolare, la realta' e il bene del Popolo, e' il mio credo, ed e' l'unico obiettivo a cui bramo.
Il nostro e' un Popolo che nella sua storia ha saputo dimostrare di potere superare le crisi piu' profonde e possiamo quindi superare anche questa, guardiamo al futuro con speranza.
Il Popolo reclama dei fatti, e dei fatti immediati, Io questi fatti li tramutero' in realta' e la Mia sola prima preoccupazione sarà di rimettere questo Popolo al lavoro...
Italiani, in che momento stiamo vivendo...le tasse sono a livelli enormi, la nostra capacità di pagare è ridotta, la maggior parte delle nostre fabbriche sono ferme e il nostro sistema produttivo non riesce piu' ad essere competitivo nei confronti del resto dell'Europa che si sta' impadronendo di Noi.
Gli agricoltori non trovano mercato per I loro prodotti perche' invasi da quelli stranieri, in migliaia di famiglie, i risparmi accumulati da anni sono scomparsi, fatto ancora più sconcertante, schiere e schiere di cittadini disoccupati devono affrontare il terribile problema della sola soppravvivenza, mentre altre schiere di cittadini si affaticano al lavoro con pochissimo profitto,solo uno sciocco ottimista potrebbe negare la triste realtà di quest'ora.
Non trovo parole per questo sfacelo morale che pare inarrestabile, in questa società così civile ed economicamente progredita, tutto sta' andando a rotoli e in sfacelo: politica, economia, scuola, giustizia, valori morali, religione, famiglia.
Non ho la presunzione di dire, che capisco tutto della Politica, ma di come attuare le strategie per superare questo momento certamente sì, e credetemi, che se Me ne verra' data la possibilita',
lo dimostrero' ampiamente con i fatti a tutti i cittadini.
Mi hanno rimproverato che ogni uomo dovrebbe conoscere i propri limiti, Io purtroppo non li ho ancora conosciuti e se per questo dovro' morire per il Mio Popolo, lo faro'.
Questo momento di grande tragedia economica e morale che ha colpito il nostro Popolo è per Me motivo di dolore,ed e' per un Popolo come il Nostro, intollerabile poter continuare a sopportare.
Non ho scelto di fare politica, quella la lascio fare ai mercanti della politica, ho scelto di fare il bene del Mio Paese e questo mi è stato imposto dalla fede che nutro nel cuore per Dio e per i cittadini.
Una volta al governo formero' un gruppo di lavoro presidenziale,
i progetti elaborati saranno tramutati in disegni di legge che la Camera e il Senato ( se ancora esisteranno ) dovranno votare a favore senza fare alcun ostruzionismo.
Io chiedo, al Popolo Italiano che voglia trasformare in realta' queste parole, di unirsi a Me, credere tutti insieme per risorgere tutti insieme come l'Araba Fenice dalle proprie ceneri e insieme, attuare e trasformare in realta' tutto questo, perche' so' che e' possibile e Io, lo credo fermamente.
Nulla potra' fermarci, se saremo veramente uniti.
Un sogno che potremo realizzare? Sì tutti insieme e lo credo fermamente......
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Italia
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Włochy
domenica 8 settembre 2013
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giovedì 22 agosto 2013
Cosi Silvio smaschera i giudici!!!!!!
Che dirà agli italiani Silvio Berlusconi all'inizio di settembre? Tutti si arrovellano, molti si chiedono, altri ipotizzano e quanto a me, ho formato il numero di telefono di Arcore e ho avuto fortuna: mi ha risposto dopo un paio di minuti. Quella che segue non è un'intervista, ma quel che resta di una conversazione durata otto minuti e 43 secondi, tanti quanti ne ha contati il mio cellulare.
Che cosa farà dunque l'ex presidente del Consiglio? Se ho capito bene, sta preparando una vera lezione di storia.
Certo, sarà la sua storia, ma nessuno può negare che la sua storia coincida con una parte della storia collettiva del nostro Paese.
Berlusconi traccerà dunque la storia del suo processo e spiegherà ciò che a suo parere documenta la sua innocenza e l'ingiustizia subíta. Spiegherà che cosa avrebbero potuto dire i testimoni che la sua difesa aveva chiesto di udire, ma che sono stati rifiutati dalla Corte. Sosterrà l'assurdità di una condanna penale per un reato fiscale su una vicenda ancora aperta in sede di ricorso per dire ai suoi ascoltatori ed elettori (prima o poi, si dovrà pur andare a votare) di essere stato vittima di un'antica e ben oliata trappola giudiziaria per farlo fuori.
Mi ha però particolarmente colpito quel che Berlusconi ha detto a proposito della magistratura. La sua tesi è che il problema non è tanto quello di un'entità astratta (potere? ordine?) come la magistratura, ma di quella specifica parte dei magistrati che fa capo alla corrente politica chiamata Magistratura democratica.
Così, mentre ascoltavo mi è venuto un flash: rivedevo me stesso negli anni Sessanta e Settanta, quando ero psiuppino (da Psiup, Partito socialista di unità proletaria) cioè parecchio più a sinistra del Pci, e cominciai a seguire le vicende e le parole dei primi magistrati di sinistra - chi ricorda più i «pretori d'assalto»? - i loro congressi, le pubblicazioni, i dibattiti.
Non ne mancavo uno e li trovavo straordinari: vi si diceva, su una vasta scala di tonalità, che in Italia c'è un deficit di democrazia che sarebbe stato colmato soltanto quando la sinistra, allora comunista, sarebbe andata al potere.
I magistrati di quella corrente che diventò «Emmedì» (Magistratura democratica, appunto) non facevano mistero della loro missione politica mentre indossavano la toga e dicevano tutti più o meno così: «Noi, in quanto operatori della giustizia, dobbiamo fare tutto quanto in nostro potere per bloccare qualsiasi persona o partito che possa ostacolare l'avanzata della sinistra». A me, allora che avevo quarant'anni meno di oggi, sembravano propositi meravigliosi, rivoluzionari e «in linea» con la nostra linea di allora.
Non ce ne fregava assolutamente niente - politicamente parlando - di che cosa fosse vero e che cosa fosse falso, di chi fosse buono e di chi fosse cattivo, purché la linea andasse avanti. Eravamo tutti, allora, «sdraiati sulla linea». Non avevamo, noi giovani rivoluzionari e i giovani magistrati di allora, nulla di liberale: la parola «libertà» la trovavamo utile per le lapidi e le canzoni partigiane che cantavamo a squarciagola, perché venivamo da una scuola di pensiero - comune a tutti i comunisti, ma anche a tutti i fascisti e nazionalsocialisti del secolo scorso - secondo cui l'unica cosa che importa è la presa del potere, possibilmente per vie legali e democratiche (ma senza rinunciare ad altre opzioni che la Storia nella sua generosità può metterti a disposizione) sapendo che questa presa del potere, come ogni parto difficile, ha bisogno di bravi ginecologi, talvolta del forcipe e anche della lama del bisturi.
«La rivoluzione non è un pranzo di gala» disse Lenin a Bertrand Russell orripilato per le esecuzioni di massa a Mosca, e neanche la giustizia deve essere tanto ossessionata dalle buone maniere, o semplicemente dall'idea «borghese» del giudice terzo, indipendente, sereno, che appende con il cappotto anche le sue idee sull'attaccapanni.
Qualcosa di analogo avveniva in psichiatria. Ero molto amico di Franco Basaglia, padre della psichiatria democratica, che quando era a Roma veniva spesso a prendere un caffè da me. Basaglia mi spiegava con entusiasmo rivoluzionario che non esiste la malattia mentale, ma soltanto la malattia generata dalla classe borghese che con le sue contraddizioni e violenze crea la malattia, schizofrenia e paranoia. Dunque, mi diceva, il disturbo andava trattato come una questione politica: «Non si tratta soltanto di chiudere i manicomi - chiariva - ma di far esplodere il nucleo sorgente della borghesia stessa, ovvero la famiglia borghese». Ne seguì una legge di riforma psichiatrica che ha seguito quelle direttive: i manicomi sono stati chiusi, ma la sofferenza psichiatrica è stata spostata sulla famiglia incriminata con il bel risultato di far accatastare negli anni più di diecimila morti per violenze psichiatriche, come documentò l'indimenticato psicanalista liberale e libertario Luigi De Marchi in un convegno che promovemmo insieme in Senato anni orsono.
È sintomatico come due cardini regolatori della stabilità sociale come la psichiatria e la giustizia siano stati mossi dallo stesso impulso ideologico e negli stessi anni. E che da allora seguitino a diffondere le conseguenze di quella distorsione ideologica.
Ma torniamo alla chiacchierata con Berlusconi. Quando mi ha riportato alla memoria storica di Emmedì per averne letto - mi ha detto - centinaia di documenti antichi e recentissimi - mi sono suonati parecchi campanelli. Ho ricordato che quando io stesso mi sentivo dalla loro parte mi rendevo conto che non avessero come primo scopo l'esercizio di una giustizia indipendente, tale da garantire ogni cittadino a prescindere dalle sue idee.
Volevano, al contrario, garantire la vittoria di chi stava sul carro della presa del potere e procurare la sconfitta di chiunque fossa dalla parte opposta e ostacolasse la sinistra. La fedina penale di Berlusconi diventò subito nerissima appena sfidò «la gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto e la ridusse in frantumi. Partirono subito raffiche di avvisi di garanzia che mi ricordavano i killer di Al Capone che, quando andavano a far fuori qualcuno, prima di tirare il grilletto ci tenevano a precisare: «Nothing personal: it's just business». Nulla di personale, è solo una questione di affari, e facevano fuoco.
Anche con Berlusconi, e non soltanto con lui molti magistrati sembrano comportarsi come se fossero animati da quell'antico modo di intendere la giustizia. E così quando il Cavaliere mi ha detto che si era messo a studiare i dossier di tutte le dichiarazioni politiche dei magistrati di Emmedì raccolte negli ultimi anni, ho capito perfettamente a che cosa si riferiva.
Spesso si leggono delle espressioni sarcastiche sulla questione delle «toghe rosse», come se si trattasse di una tipica panzana berlusconiana, del tutto inventata. Penso che siano sarcasmi difensivi. Penso anche - calendario e fatti alla mano - che la magistratura avesse fin dal 1980, almeno, tutti gli elementi per scatenare una campagna moralizzatrice sulle ruberie della politica, sulla commistione tra affari e politica, come io documentai con la storica e fortunata intervista a Franco Evangelisti passata alla storia delle cronache come «A' Fra' che te serve».
La risposta della magistratura fu il silenzio di tomba. Il sistema di approvvigionamento dei partiti, Pci in testa, andava allora benissimo anche a quella parte della magistratura democratica che soltanto quando partì la parola d'ordine di decapitare la prima Repubblica, scattò gridando allo scandalo, alla necessità di fare pulizia, di castigare e demolire. Prima, neanche un fiato.
L'operazione Mani pulite annunciò con le trombe e i tamburi la scoperta dell'acqua calda, annunciando che i partiti prendevano il pizzo dagli imprenditori e il Pci, in barba al codice penale e alla Costituzione, lo prendeva dall'Urss. Anzi, il reato commesso dal Pci, che importava capitali in nero su cui non pagava una lira di tasse - a proposito di evasione fiscale! - veniva usato come alibi: poiché i comunisti prendono soldi dai russi, noi per pareggiare il conto li andiamo a prelevare dalle tasche degli imprenditori.
La magistratura inquirente usò senza risparmio la detenzione preventiva come forma di tortura che condusse molti al suicidio (penso a Gabriele Cagliari che si ficca in testa un sacchetto di plastica e muore in cella e a Raul Gardini che si ficca una pallottola nella tempia dopo essersi fatto una lunga doccia purificatrice) e tutte le suggestioni mediatiche che indussero gli italiani a credere davvero che la corruzione a favore dei partiti fosse nata con il Psi di Craxi e con la Dc di Andreotti e Forlani.
Mentre la memoria mi riportava a quei vecchi fatti - ma come mai il libro The Italian Guillotine di Peter Burnett e Luca Mantovano non è stato mai tradotto in italiano? - Berlusconi sosteneva che è veramente un caso straordinario in Italia che un uomo sia condannato a una pena detentiva per una supposta evasione fiscale per una cifra ancora sottoposta a vari ricorsi.
E riflettevo: è vero. Ditemi voi, dica qualcuno più informato di me, quanti imprenditori, evasori, uomini politici e no, sono finiti in galera per evasione. La memoria non mi soccorre. La Guardia di finanza ha appena accertato che 5mila evasori totali, ora identificati, hanno sottratto al fisco ben 17 miliardi di euro «a spese dei contribuenti onesti». Non ricordo di aver letto che una processione di cellulari li abbia trasferiti in galera. Eppure, 17 miliardi sottratti sono più del doppio dei miliardi di ricchezza che le aziende di Berlusconi hanno versato nelle casse dello Stato. Ma Berlusconi è stato condannato alla galera per una supposta evasione dell'1,2 per cento delle sue imposte. Bah, sarà tutto vero, ma non c'è qualcosa che non quadra?
Per la cronaca, Berlusconi mi ha confermato che non chiederà la grazia, non chiederà i servizi sociali, non chiederà i domiciliari, non chiederà nulla: c'è in ballo un enorme problema politico e a quello deve pensare chi ha gli strumenti per farlo, dice. Penso alluda al presidente della Repubblica, ma non l'ha detto. Ci siamo salutati e mi sembrava tutt'altro che depresso e rassegnato.
domenica 14 luglio 2013
BUROCRAZIA, SOGGETTO IMPORTATO DALLA EX UNIONE SOVIETICA
All'apparenza non ci sono spiragli. Il processo di affondamento dell'economia italiana non appare arrestabile. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi ( Corriere , 12 luglio) hanno ben riassunto la situazione. Per bloccare il declino occorrerebbe tagliare tasse e spesa pubblica. Invece, la spesa continua a crescere e le tasse pure. La società affonda lentamente, imprigionata in un triangolo della morte ai cui tre lati stanno, rispettivamente, le tasse, già altissime, in aumento, la spesa pubblica in aumento e la burocratizzazione (l'oppressione del corpo sociale mediante soffocanti lacci e lacciuoli regolamentari), anch'essa in aumento. Quest'ultimo aspetto, la burocratizzazione, merita uguale attenzione degli altri due (tasse e ampiezza della spesa pubblica) con cui ha una stretta connessione.
Al centro del triangolo c'è un ragno velenoso, forse immortale, quasi certamente immodificabile: la macchina amministrativa pubblica in tutte le sue ramificazioni, centrali, periferiche, eccetera. Una macchina che, mentre impone le sue regole asfissianti al corpo sociale, blocca (coadiuvata da magistrature amministrative che sono, anch'esse, organi vitali dello stesso ragno) ogni possibilità di rovesciare il trend di espansione della spesa pubblica e delle tasse. Spesa pubblica e tasse che forniscono il nutrimento al ragno.
Guardiamo al terzo lato del triangolo, la burocratizzazione. Tutti protestano da anni, in tutti i comparti sociali, per l'eccesso di burocrazia, nessuno riesce a fare niente per limitarla: a ogni passo che, con grandi sforzi, viene fatto per semplificare, ne seguono dieci che ricomplicano di nuovo tutto. La burocratizzazione crea una ragnatela normativa che, mentre soffoca la società, funziona da rete di protezione contro qualunque velleità di tagliare o razionalizzare la spesa. In ogni settore della vita sociale c'è stata, c'è, continuerà a esserci, una proliferazione continua di norme ingarbugliate che appaiono prive scopo, di razionalità e di logica alle vittime ma che uno scopo ce l'hanno: servono all'autoriproduzione degli apparati burocratici. Si pensi a tutti gli interventi amministrativi in quel ramo che potremmo chiamare «industria della lotta agli abusi».
Ampia parte delle normative da cui siamo torturati è prodotta in nome della lotta contro potenziali abusi. Peccato che ottenga esiti opposti. Perché i furbastri e i maneggioni non sono affatto intimiditi da procedure astruse (anzi, sguazzano meglio quanto più regole e procedure sono complicate). Tutti gli altri invece ne sono oppressi e angariati.
Ad alimentare la burocratizzazione che colpisce e avvolge nelle sue spire imprese, università, professioni, eccetera, ci sono interessi e mentalità. Gli interessi sono tanti. Come ha osservato Mario Deaglio ( La Stampa , 10 luglio), più complesse sono regole e procedure, più contenziosi ci sono e più lavoro c'è per ogni tipo di mediatori professionali (avvocati, commercialisti, eccetera). E ci sono, soprattutto, gli interessi dei burocrati e dei loro uffici che dimostrano così di essere vivi e indispensabili nel ruolo di «controllori» del corpo sociale. Tutto ciò comporta, per le vittime, costi materiali altissimi e un enorme spreco di tempo e di energie. Denaro, tempo e energie distolte dalle altre attività.
Oltre agli interessi, ci sono le mentalità, forgiate da competenze e esperienze. Nessuno ne avrà mai la forza politica ma sarebbe vitale eliminare il predominio dei giuristi nell'amministrazione. Occorrerebbe impedire a chiunque di accedere ai livelli medio-superiori di una qualsivoglia amministrazione pubblica nazionale o locale (e anche delle magistrature amministrative, dal Consiglio di Stato alla Corte dei conti) se dotato solo di una formazione giuridica. Servirebbero invece specialisti addestrati a valutare l'impatto - effetti e costi economici e sociali - di qualunque norma e procedura. Specialisti nel semplificare anziché nel complicare. Meglio se potessero anche vantare lunghi soggiorni di formazione presso altre amministrazioni pubbliche europee e occidentali.
Irrealizzabili fantasie, naturalmente.
Irrealizzabili fantasie, naturalmente.
La macchina amministrativa è così potente (la sua forza sta nella impersonalità: non c'è una testa che possa essere tagliata) da farsi beffe di qualunque denuncia e di qualunque protesta. La politica (non fa differenza che al governo ci sia Berlusconi oppure Monti oppure Letta) è impotente. Anche ammesso che abbia voglia di provarsi a rimediare, può ben poco contro la forza del ragno. I politici, in realtà, sono un po' complici e un po' ostaggi. Per governare (per quel poco che possono governare) hanno bisogno di non inimicarsi l'amministrazione, e soprattutto i suoi vertici. I politici contano, ma meno di quanto pensi il grande pubblico. Funzionano però benissimo come parafulmini. Gli attacchi ai politici di governo per tutto ciò che non riescono a fare non sfiorano nemmeno la macchina amministrativa sottostante, la quale procede, indifferente a tutto e a tutti, con i suoi ritmi, le sue inerzie, le sue opacità, le sue regole interne. L'importante è che nessuno riesca a mettere zeppe capaci di invertire la tendenza della spesa pubblica a crescere (spingendo così sempre più in alto i livelli di tassazione) o a spezzare le catene burocratiche che opprimono la società.
Il sociologo Max Weber, all'inizio del Novecento, pensava alla burocrazia come a una «gabbia d'acciaio» che avrebbe alla fine prodotto la pietrificazione delle società occidentali, ne avrebbe prosciugato ogni energia, ne avrebbe svuotato l'anima. In quei termini, la profezia di Weber non si è ancora realizzata. In Italia, però, i segnali ci sono tutti.
venerdì 12 luglio 2013
ITALIA A BRANDELLI
La scorsa settimana Enrico Letta, al termine del vertice europeo, ha comunicato di aver ottenuto un grande successo: maggior flessibilità per i nostri conti pubblici. Poiché il governo Monti - ipotizzando di continuare a far pagare l'Imu a tutti e di aumentare l'Iva a luglio - prevedeva per il 2013 un deficit del 2,9%, maggior flessibilità dovrebbe significare poter oltrepassare, almeno temporaneamente, il limite del 3% imposto dalle regole europee. Altrimenti dove sarebbe la maggior flessibilità? Poche ore dopo il ministro Saccomanni ha spiegato che sarà assai difficile trovare lo spazio per evitare un aumento dell'Iva o per eliminare definitivamente l'Imu sulla prima casa. Non sorprende che tanti cittadini siano confusi e non capiscano che cosa intenda fare il governo.
Proviamo a capire. Se veramente, come sostiene Letta, l'Unione Europea ci avesse concesso più spazio sul deficit, allora potremmo non solo evitare l'aumento dell'Iva e cancellare l'Imu sulla prima casa, ma anche cominciare a ridurre le tasse sul lavoro. Se non lo si può fare significa che quella flessibilità non c'è (come dice Saccomanni), o che il governo pensa di usarla non per ridurre la pressione fiscale, ma per aumentare le spese. Infatti si è subito cominciato a parlare di «investimenti pubblici produttivi». Di tutto l'Italia ha bisogno tranne che di più spesa pubblica. I consumi delle famiglie sono scesi del 6% in due anni (2012-13). Nel medesimo periodo la spesa delle amministrazioni pubbliche al netto degli interessi è salita dal 45% del Prodotto interno lordo al 45,8 (era il 41,4% dieci anni fa). L'Italia ha bisogno di meno tasse sul lavoro per far crescere l'occupazione, e meno tasse sui consumi per far ripartire la domanda. Aumentare la spesa pubblica significa che prima o poi le tasse dovranno crescere ancora di più.
Dall'esperienza dei Paesi europei che negli ultimi tre anni hanno cercato di uscire dalla crisi tagliando il debito e ricominciando a crescere, si impara una lezione molto chiara. L'Irlanda, che ha corretto i conti soprattutto riducendo le spese, ha ricominciato a crescere: la stima per quest'anno è un aumento del prodotto pari all'1,3%. L'Italia invece si è limitata ad aumentare la pressione fiscale senza far nulla per ridurre le spese delle amministrazioni pubbliche, che anzi continuano a crescere. Risultato, non riusciamo ad uscire da una recessione profonda: la stima per quest'anno è un'ulteriore contrazione del reddito pari all'1,9%. Non bisogna quindi sorprendersi se Standard & Poor's giudichi l'Irlanda, che pure ha un debito elevato quasi quanto il nostro (ma in discesa), più affidabile dell'Italia.
Continuiamo a commettere il medesimo errore: lo fece il governo Monti due anni fa e, se non si tagliano le spese, lo ripeterà Letta oggi. Non siamo capaci di varare un piano credibile di radicale riduzione delle uscite, quindi ci affidiamo all'aumento della pressione fiscale. Le agenzie di rating, e soprattutto i mercati, capiscono che limitandosi ad aumentare le tasse la crisi non si risolve e ci obbligano a fare di più. E la sola cosa che finora i governi hanno saputo fare è stato incrementare ancor più la pressione fiscale, peggiorando la situazione. È un circolo vizioso che sta distruggendo l'economia.
giovedì 9 maggio 2013
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Citta' serena ed interessante,
Ideale per costruire
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